La previsione dell'epidemiologo: "Distanziamento e mascherine per altri 4 mesi per essere pronti al vaccino"

PADOVA. Abbassare il volume della chiacchiera per provare a sconfiggere, innanzitutto, l’epidemia di commentatori che accompagna vigorosa quella di coronavirus.
È l’invito di Lorenzo Simonato, direttore del Master in epidemiologia e conoscenza delle comunità dell’Università di Padova «imporrei una moratoria» scherza ma non troppo il docente che dal 10 dicembre parteciperà a un ciclo di webinar con il presidente dell’ISS Brusaferro, esponenti dell’Imperial College di Londra e dell’Accademia dei Lincei.
Con l’obiettivo di fare un po’ di ordine, esplorando il rapporto tra salute misurabile e interpretazione da parte della comunità. Un primo passo sulla strada del dopo Covid.
Professore, a che punto è l’epidemia?
«Assistiamo a una decelerazione della velocità dei contagi, siamo sul plateau da una settimana, ma è ancora presto per capire se la gente si è spaventata a sufficienza da invertire la tendenza e superare la terza fase dell’epidemia».
Non è la seconda ondata?
«Va di moda chiamarla così, ma dal punto di vista epidemiologico si ha una seconda ondata quando si manifesta una seconda infezione, magari con qualche mutazione dello stesso virus dopo un periodo di quiescenza. Qui invece il virus non è mai sparito, più semplicemente siamo nella terza fase della stessa epidemia. Dopo la prima, caratterizzata dal lockdown, ce n’è stata una seconda, da luglio a metà settembre, in cui la comunità e i referenti istituzionali hanno commesso l’errore di credere che il pericolo fosse cessato, laddove la circolazione del virus si era semplicemente ridotta molto, ma con una popolazione ancora suscettibile per l’80-90%, questo non aspettava altra occasione che riprendere a circolare.
E così è stato grazie al primo giro di vacanzieri di rientro dall’estero che ha dato nuova energia all’ondata, seguito dagli assembramenti delle ferie in discoteca in Italia. E così si arriva a fine settembre, con la terza fase favorita esclusivamente dalle abitudini dopo che la gente aveva abbandonato ogni paura. Non è un caso che a settembre a Jesolo ci fosse più gente che nello stesso periodo del 2019».
Quindi il virus ne ha approfittato.
«A quel punto abbiamo assistito a una crescita esponenziale, i numeri hanno cominciato a raddoppiare da una settimana all’altra, poi fortunatamente, oltre la soglia dei 40 mila contagi, ha cominciato a rallentare. Diversamente ci saremmo ritrovati a 80 mila positivi in una settimana.
Ecco perché per rappresentare un’epidemia, più che all’acqua bisognerebbe pensare a un incendio che si sviluppa a seconda degli alberi che ha intorno: più ne trova, più le temperature possono raggiungere livelli elevati».
Cosa dobbiamo aspettarci nel prossimo futuro?
«In Italia esistono miliardi di virus e quelli che infettano sono i più competitivi; forse adesso il coronavirus ha assunto una velocità maggiore, quindi infetta molto, ma non ha interesse a uccidere il suo ospite e infatti la letalità non è elevata.
Detto questo, tutto dipende da come si comporterà la gente nel prossimo mese: se i contatti tra le persone avverranno in regime di salvaguardia, allora dovremmo assistere a una diminuzione dei contagi, entrando così nella quarta fase. Tuttavia, il rischio è che nel frattempo la gente ricominci a sentirsi sicura, tornando a far salire i contagi. Il problema della psicologia umana, infatti, è che metabolizza il pericolo così come fa con il dolore.
Non sopporta la tensione continua quindi ci si adegua. Basti pensare a come la popolazione si è abituata all’Hiv che, pur causando ancora quasi 2 milioni di morti l’anno, non fa più paura a nessuno. Perché al pericolo ci si abitua».
Crede che la prospettiva del Natale con il miraggio della rete del vaccino a stretto giro possa costituire un rischio?
«Assolutamente sì. È necessario mantenere a lungo le misure di sicurezza altrimenti il virus sarà pronto e felice di riprendere a lavorare durante le vacanze e a quel punto sarà lui a farci la festa.
Nelle prossime due settimane vedremo se il contagio comincerà a calare, ma converrà continuare con distanziamento e dispositivi per altri 3-4 mesi, in modo che quando il vaccino sarà a disposizione della popolazione in maniera significativa, il virus starà circolando poco. Tuttavia è complicato governare una popolazione così ampia, soprattutto con fasce di età come gli adolescenti che tendono a non avere paura».
Il Comitato tecnico scientifico sostiene che gli scienziati non hanno capito che non siamo di fronte solo a un’emergenza sanitaria, ma a una crisi molto più ampia.
«Le grandi epidemie lasciano strascichi molto importanti sulle strutture demografiche. Si vedono già degli effetti sul sistema nervoso centrale, ma capiremo solo nei prossimi anni le conseguenze indirette del virus, ad esempio come avrà modificato le altre patologie, quelle trascurate, ma anche come il virus interferirà a livello biologico con gli altri microrganismi. Questa è la più grossa pandemia che ci troviamo ad affrontare in modo così diverso da un Paese all’altro, fortunatamente, grazie al nostro sistema sanitario noi siamo privilegiati».
È vero che dovremo abituarci alle epidemie?
«La nuova era è cominciata 40 anni fa: con la mobilità delle persone ha avuto inizio una massiccia mobilità dei microrganismi e le interazioni producono a loro volta nuovi virus. In tutti i casi la prima difesa è ostacolarne la trasmissione. Tutto il resto viene dopo». —
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