Haiti, atterrato a Ciampino il volo con i bambini adottati dalle famiglie venete

Da mesi erano bloccati nel paese caraibico a causa della guerra civile. Ora potranno abbracciare per la prima volta i loro genitori

L.b.
Uno dei bimbi di Haiti con i genitori adottivi
Uno dei bimbi di Haiti con i genitori adottivi

E' atterrato al 31esimo Stormo, all'aeroporto militare di Ciampino, il volo che ha portato in Italia dieci bambini di Haiti adottati da famiglie italiane e bloccati a causa della guerra civile.  Tra loro tre adottati da veneti.

Ad accoglierli, tra gli altri, il ministro per la Famiglia, la natalità e le pari opportunità, Eugenia Roccella. E' quanto si apprende da fonti di Palazzo Chigi. 

«Grazie all'impegno del nostro Ministro degli Esteri, Antonio Tajani e di tutto il personale diplomatico della Farnesina», commenta il presidente dei senatori di Forza Italia, Maurizio Gasparri, « i dieci bambini adottati da famiglie italiane e rimasti bloccati a Haiti a causa della guerra civile sono tornati in Italia per congiungersi ai loro familiari. Tajani ha dimostrato, ancora una volta, di essere sempre in prima linea sulle vicende che riguardano qualsiasi parte del mondo con grande diplomazia ed efficacia».

E  Alessandra Moretti, che ha seguito da vicino l'intera vicenda: «Ce l'abbiamo fatta. Finalmente i 10 bambini italiani adottati ad Haiti da 8 coppie di genitori sono atterrati la mattina dell’8 giugno a Ciampino. Da mesi erano bloccati nel paese caraibico dove le bande criminali hanno il controllo della quasi totalità del territorio. Oggi potranno abbracciare per la prima volta i loro genitori. Come avevo promesso fino alla fine mi sono battuta affinché il governo italiano si mobilitasse per queste famiglie. Grazie alla Farnesina, al Ministro Tajani e al suo staff, che hanno accolto sin da subito la mia richiesta di aiuto. Oggi ce l'abbiamo fatta. Adesso auguro tutta la serenità e felicità a questi genitori e ai loro figli».

 Il presidente del Veneto Luca Zaia commenta: «Sono davvero felice per questa notizia per la quale abbiamo lavorato molto, grazie alla sinergia tra Ministero degli esteri e Regione del Veneto. È necessario continuare a  lavorare perché le procedure per le adozioni siano più rapide e semplici, per poter dare una futuro a tanti bambini, che vivono spesso nelle aree di guerra o di estrema difficoltà. A questi bambini e alle loro famiglie auguro una vita serena, finalmente insieme!"

«Con lo scoppio della guerra a Port ou Prince abbiamo vissuto i mesi più duri. Non sapevamo come venirne fuori. Ma adesso Christian e qui con noi, sta giocando con le macchinine assieme al papà», racconta emozionata Silva Giraldi, mamma di una delle coppie affidatarie dei 10 bambini di Haiti.

I passaporti dei bimbi sono stati fatti la sera  di venerdì 7 giugno ad Haiti.

L’appello lanciato dalle famiglie venete

L’ultima volta che aveva  visto mamma e papà era stato attraverso il vetro dello schermo del computer. La penultima, pure, come la volta prima ancora. «Ci aveva detto che ci avrebbe voluto toccare e abbracciare. Abbiamo imparato un po’ di creolo, per comunicare con lui, e poi parliamo in francese. Cantiamo le canzoncine e proviamo a giocare con le carte: noi gliene facciamo vedere una e lui ce ne mostra una uguale. Ma non ci basta più, vorremmo stringerlo».

Ora potranno farlo.

Elena Farinelli ed Emanuele Martino di Ponte San Nicolò sono i genitori di L., sei anni.

«Lui è lì e noi siamo qui. Lui è ad Haiti, in un orfanotrofio di Port-au-Prince, e noi siamo bloccati a Padova. Abbiamo bisogno che qualcuno ci aiuti».

Questa storia era iniziata il 15 novembre scorso, con l’arrivo della sentenza di adozione. C’era la storia della coppia di Ponte San Nicolò.

Ma c’era anche la storia di Silvia Giraldi e Massimo Menghini, di Vicenza, genitori di C., il bambino più piccolo, quattro anni appena. «Lo aspettavamo da settembre, con un’emozione che non si può spiegare. L’ultima volta che lo abbiamo visto, sul telefonino, ci aveva detto: mamma, papà, I love you».

Poi c’era la storia di una coppia di Verona, che ha adottato due fratellini, che da due anni riesce a sentire soltanto una volta al mese.

E di una famiglia di Rho (Milano), il cui bambino è stato trasferito due volte dall’orfanotrofio in cui si trovava, a causa dei continui spari, sempre più vicini.

Quattro famiglie e cinque bambini, dai quattro ai dieci anni. Mamme, papà e figli divisi da una guerra. E finalmente riuniti.

Cos’era successo

«La sentenza per l’adozione è passata in giudicato a gennaio, a quel punto abbiamo chiesto l’emissione del passaporto haitiano per nostro figlio. Ma, a febbraio, sono iniziati gli scontri, sempre più cruenti. Gli uffici e l’aeroporto sono stati chiusi, e anche per noi si è bloccato tutto» ricostruisce Silvia Giraldi, la mamma di Vicenza. «Grazie all’insistenza dell’eurodeputata dem Alessandra Moretti, siamo riusciti a ottenere l’autorizzazione per l’ingresso in Italia di tutti i bambini. A quel punto, dato che l’Italia non ha un’ambasciata ad Haiti, ci siamo rivolti a quella di Santo Domingo, per ottenere il lasciapassare per i nostri bambini. Ma, a via libera accordato,  abbiamo poi ricevuto una pec dal Ministero degli esteri, con cui venivamo informati che fare uscire i bambini dall’orfanotrofio, pur con destinazione l’aeroporto, sarebbe stato troppo rischioso».

Diversa la strada seguita invece da Stati Uniti, Canada e Germania, che hanno messo a disposizione anche voli diplomatici, per consentire ai bambini di raggiungere i genitori adottivi. Mentre in Italia l’appello delle famiglie è stato accolto da Moretti (Pd): «Smetterò di interessarmene», aveva annunciato l’europarlamentare, «solo quando i bimbi saranno tutti tra le braccia dei loro genitori. Il Ministero degli Esteri deve aiutare queste famiglie».

«Ci era stata fornita una copia dei lasciapassare. Ma, perché i bambini potessero partire per l’Italia, i documenti dovevano essere consegnati in originale al nostro referente. E l’ambasciatore di Santo Domingo aveva ordinato alla console di non consegnare i lasciapassare, se i bambini non erano stati prima condotti al Consolato per l’identificazione. Ma era una pretesa assurda, dato che la sede si trova in pieno centro città: portare i bambini all’aeroporto era pericoloso» diceva Giraldi.

Il suo bambino vive in un orfanotrofio a 200 chilometri da Port-au-Prince.

Il figlio della coppia padovana, invece, si trovava in una struttura in città, a otto chilometri dall’aeroporto.

«Riuscivamo a fare una video chiamata con lui una volta ogni due settimane, per non più di mezz’ora» racconta la mamma, «Contavamo di averlo qui con noi già a marzo. Adesso ci piacerebbe iscriverlo a scuola a settembre, visto che ancora non parla l’italiano».

Finalmente il lieto fine.

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