Bagnoli, profughi cacciati

BAGNOLI DI SOPRA. Ti accolgo ma non troppo. Ti consento di rimanere in Italia ma siccome ti sei comportato male non ti do più cibo né riparo. Dunque adattati a vivere per strada. Si chiama “revoca della misura di accoglienza” ed è il provvedimento adottato dalla Prefettura di Padova nei confronti dei promotori della protesta al centro accoglienza all’ex base di San Siro di Bagnoli, il 22 e il 23 aprile.
Ieri cinque giovani sono stati prelevati al momento della colazione e accompagnati in Questura. «Ci hanno detto che dovevamo rinnovare il permesso di soggiorno ma quando siamo arrivati abbiamo scoperto che ci sbattono in strada». Non sanno una parola di italiano, non hanno un soldo in tasca e non hanno idea di dove andare a mangiare e dormire.
I disordini di Bagnoli
Questo provvedimento è la conseguenza della situazione di estrema tensione che si è creata all’ex base di Bagnoli. La scorsa settimana un gruppo di migranti ha inscenato una violenta protesta. “Episodi di violenza, minacce, incitazione e soprattutto danneggiamenti di beni mobili e immobili di proprietà dello Stato”, viene indicato nel documento firmato dal prefetto Patrizia Impresa. I rivoltosi, inoltre, non hanno consentito la distribuzione dei pasti a circa 200 ospiti. Nel parapiglia è stato picchiato anche il capo della cooperativa Ecofficina Simone Borile, presente per rendersi conto della situazione. Stava filmando le intemperanze per raccogliere prove. In tre l’hanno spintonato e derubato del telefonino.
La protesta in Questura
Appena si sono resi conto del motivo per cui erano stati condotti in Questura, i cinque ragazzi africani (originari da Mali, Guinea, Camerun e Nigeria e tutti tra i 18 e i 30 anni) si sono buttati a terra nel piazzale per evitare di essere condotti negli uffici. Questo non è servito a evitare loro uno dei provvedimenti più duri tra quelli concepiti nella normativa che regola l’accoglienza. La loro protesta è continuata dopo le 13.30, nel momento in cui sono stati sbattuti in strada con i sacchi neri pieni dei loro effetti personali.
Malcontento a San Siro
Chi in inglese, chi in francese, i cinque migranti hanno voluto spiegare le loro ragioni raccontando i motivi per cui è nata la protesta. «L’unica cosa che ci danno da mangiare è il riso e questi sono i vestiti di cui sono stato dato» racconta Omar mostrando una vecchia coperta, una t-shirt dei vigili del fuoco e una felpa. «Tra noi c’è chi ha la febbre da un mese. I primi giorni ci hanno dato le medicine, ora basta», protesta invece Ojeiwa.
«Abbiamo protestato tutti insieme per far capire che così non si poteva più andare avanti». Sarà la commissione stranieri, nei prossimi mesi, a stabilire se sussistono ancora i presupposti per la loro permanenza sul suolo italiano.
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