Case di comunità, Mantoan: «Il Veneto può proseguire da solo»

L’ex dg della Sanità veneta Domenico Mantoan interviene sul confronto tra Governo e medici di famiglia: «Le Case di comunità sono una riforma fondamentale. In Veneto il dialogo c’è, ma senza una strategia condivisa il rischio è accentuare le differenze tra Nord e Sud»

Federico Murzio
L’ex dg della Sanità veneta Domenico Mantoan
L’ex dg della Sanità veneta Domenico Mantoan

La frenata di mercoledì del governo sulle Case di comunità e l’assicurazione di ieri del ministro della Salute che le stesse apriranno entro il 30 giugno, appaiono molto più di uno stop and go che alimenta incertezze.

Sembrano, nelle modalità in cui sono avvenute, le conferme di un Paese perennemente diviso tra guelfi e ghibellini e tra Settentrione e Meridione. Conferme di cui, a conti fatti, il Paese nel suo complesso non aveva bisogno. E mentre il Veneto, che l’importanza delle Case di comunità le aveva di fatto intuite e anticipate una decina di anni fa con la medicina di gruppo integrata, andrà avanti si affaccia un’altra conferma.

Ossia quella di un Paese che fatica a superare l’idea stessa di una Sanità a due velocità. «Ora serve dialogare» dice Domenico Mantoan.

Mantoan è stato per dieci anni ai vertici della sanità veneta e ha ricoperto incarichi nazionali impegnativi, e tra questi direttore generale dell’Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali. Dall’estate 2025 è amministratore delegato dell’Ospedale Pederzoli.

Dottor Mantoan, in questa vicenda ha sbagliato il governo, che forse ha portato avanti una riforma senza prima avere parlato con i medici, o i medici chiedono troppo?

«Va detto che in tema di Case di comunità erano anni che si sapeva che si doveva arrivare al 30 giugno. Probabilmente, uso il condizionale, si doveva lavorare sull’accordo collettivo nazionale».

Quindi cosa non ha funzionato?

«La legge proposta dal governo era una buona legge pur, ovviamente, invisa ai medici di medicina generale. Storicamente le riforme importanti per il sistema Paese, e questa rientra nel computo, portate a fine legislatura creano inevitabilmente degli “anticorpi”. Ma ripeto: il testo della legge è buono».

Quanto è imprescindibile il confronto con i medici e i sindacati?

«È evidente che davanti a una riforma così strutturale bisogna dialogare, confrontarsi, esplorare e valutare le proposte. Tutti gli interessati devono essere coinvolti in una progettualità che, sottolineo, è una progettualità del Paese».

Ora cosa potrebbe accadere?

«Io non credo che i medici di medicina generale si tireranno indietro. Bisogna portare a casa questo risultato per l’Italia, per la popolazione, soprattutto per il bene della popolazione».

Le soluzioni dei problemi legati alla medicina territoriale devono essere risolti a livello nazionale o possono essere superati anche localmente?

«Il modello delle Case di comunità è nazionale. Poi ogni regione ha la possibilità di personalizzarlo utilizzando anche gli strumenti contrattuali esistenti. Con un accordo collettivo nazionale, per esempio, e poi la possibilità di fare accordi integrativi regionali».

Qual è l’importanza, il cuore, di questa riforma?

«Le Case di comunità sono lo snodo di un nuovo modello di sanità territoriale, che saranno anche il punto di integrazione dei bisogni sociali. Nelle Case di comunità sono previsti, per esempio, anche gli assistenti sociali. Non è solo un tema di medicina generale, è anche quello naturalmente. Il tema è un modello che può essere sviluppato. Rappresenta, in sintesi, una grande evoluzione rispetto al modello attuale».

In Veneto emerge l’idea che la Regione andrà avanti ugualmente nonostante ciò che di decida o non decida a Roma. Il Veneto può proseguire da solo?

«Sì. Mi lasci dire che il Veneto vanta una lunga tradizione di innovazione nelle cure primarie. Ricordo che dieci anni fa furono deliberate le medicine di gruppo integrate, che definirei i prototipi delle Case di comunità. Ma questa è solo una premessa necessaria».

Necessaria per cosa?

«Per dire che in Veneto il dialogo con i medici e i sindacati c’è sempre stato, penso che una soluzione sarà trovata».

E allora si è autorizzati a pensare che lo stop non sia un problema veneto.

«A me vien da pensare, ma è solo un’ipotesi, che forse in qualche altra regione non si sia trovata la quadra».

Cosa potrebbe succedere se il Veneto, e da come si apprende, anche la Toscana, l’Emilia-Romagna, forse il Lazio, andassero per la loro strada?

«Ci sono alcune regioni che possono risolvere i problemi, altre forse no. Si confermerebbe però l’idea che in questo Paese ci sia una Sanità a due velocità».

Il che appare uno scoglio insuperabile.

«Il Dm 77 voleva essere questo: un modo per uniformare i modelli organizzativi territoriali e superare così i troppi squilibri che si sono creati tra le regioni molto innovative e le regioni poco innovative».

Qual è il rischio?

«Che si continuerà a replicare una sanità sperequata, con un’organizzazione efficiente al Nord e meno efficiente in altri parti del Paese».

Lei crede le strutture convenzionate possano o potranno concorrere nel risolvere le criticità della sanità di base?

«La sanità di base, l’assistenza primaria, non è un compito della sanità privata accreditata, è un compito dei medici di medicina generale. Se poi servono integrazioni con le Case per le prestazioni ambulatoriali, i punti prelievi, credo non ci possano essere difficoltà».

 

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