Coronavirus, Crisanti: "La zona rossa funziona, il problema è cosa fare dopo"
Secondo il virologo, «in Italia è mancato un investimento importante per creare una rete di sorveglianza nazionale per appianare le differenze tra le Regioni e fosse in grado di interrompere le catene di contagio quando i casi erano pochi»

Monselice (PD), 28 novembre 2020. Testine di Andrea Crisanti
PADOVA. «Se c’è una lezione che si può imparare dall’esperienza dell’ultimo mese, è che le zone rosse in qualche modo funzionano, mentre le zone gialle non funzionano e il Veneto è un esempio. Comunque rimane sempre la problematica di cosa fare una volta che la zona rossa ha permesso di abbassare i casi».
Lo ha detto Andrea Crisanti, direttore del laboratorio di microbiologia dell’Università di Padova. Guardando all’estero, spicca la decisione della Germania di un lockdown di un mese.
«La Germania ha fatto un investimento gigantesco di contact tracing e ora tutti hanno capito che non è sufficiente per questo tipo virus e quindi - ha spiegato Crisanti - bisogna fare strategie diverse. Io sono stupefatto che si spendono miliardi e miliardi in consumi e non si riesca a fare un investimento per portare l’Italia fuori da questa situazione.
Ci sono esempi tra cui Corea, Giappone, Taiwan, Nuova Zelanda, Australia... la fila è lunga e queste non sono dittature. Taiwan, per esempio, ha combinato un’azione di contact tracing ’manualè implementato con strumenti informatici potenti che permettono di identificare la rete di contatti e una capacita di test molecolari senza precedenti.
Noi, invece, ci siano affidati a test rapidi che non hanno la sensibilità giusta oper questo obiettivo». Secondo il virologo, «in Italia è mancato un investimento importante per creare una rete di sorveglianza nazionale per appianare le differenze tra le Regioni e fosse in grado di interrompere le catene di contagio quando i casi erano pochi».
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