Crisanti attacca la Regione Veneto: scelte sbagliate su tamponi e per restare in giallo

Il virologo: con il 4,5% della popolazione italiana qui il 10% dei morti di tutta la nazione. Investiti 260 milioni sui test rapidi che fanno schifo 
TOME-AGENZIA BIANCHI-PADOVA - CONFERENZA STAMPA AZIENDA OSPEDALIERA. CRISANTI
TOME-AGENZIA BIANCHI-PADOVA - CONFERENZA STAMPA AZIENDA OSPEDALIERA. CRISANTI

VENEZIA. «Non si può creare il problema e poi trovare una soluzione che è peggio del problema: la Regione Veneto ha dimostrato durante la crisi che l'arma vincente era l'identificazione precoce delle catene di trasmissione e questo si poteva fare soltanto attraverso il tampone molecolare. A maggio quando siamo usciti da questa crisi c'era l'opportunità di fare investimenti per aumentare questa capacità». Il virologo Andrea Crisanti torna a criticare le scelte fatte dal Veneto di puntare sui test rapidi antigenici, che per Crisanti «fanno schifo», piuttosto che investire in strutture per processare i tamponi molecolari.

«Non nascondiamo il fatto che sono stati spesi 260 milioni per tamponi antigenici senza investire in infrastrutture - accusa parlando ad un convegno della Spi Cgil - . Se la Regione Veneto invece di adoperarsi alacremente e freneticamente per i tamponi rapidi avesse investito in laboratori di microbiologia non saremmo in questa situazione». Per Crisanti «il difetto nasce da scelte fatte mesi fa. I tamponi rapidi non sono lo strumento di lasciapassare sociale o di filtro per le rsa e gli ospedali». Il Veneto durante la seconda ondata, ripete, «ha fatto più di 7 mila morti e ha il 10% dei morti dell'Italia e una popolazione che è il 4,5% dell'Italia. Un terzo dei morti sono delle rsa, che non sono state protette da questa politica. La cosa è stata fatta notare ala Regione già a ottobre». La causa di tutto questo, conclude Crisanti, «è l'ossessione della zona gialle e l'uso dei tamponi rapidi in modo indiscriminato».

«In Italia l'immunità di gregge è molto difficile da raggiungere», sostiene Crisanti,. Questo perchè si devono eliminare «12 milioni di persone che sono i ragazzi da 0 a 18 anni che non si vaccinano - spiega -. In Italia ci sono circa 62 milioni di persone e per arrivare all'immunità di gregge dobbiamo raggiungere 42 milioni di persone. Se incominciamo a levarne 12 arriviamo a 50 milioni». Ma non solo: «da questi dobbiamo levare altri 10 milioni che sicuramente non si vaccineranno, e siamo quindi a 22 milioni di persone che non su vaccinano - aggiunge Crisanti - in più ci sono tutte l persone non raggiungibili, ovvero i senza dimora e tutti quelli che sono entrati in Italia senza permesso e non sono registrati all'anagrafe. Sicuramente ammontano ad altri 4 milioni». Se si mettono assieme tutte queste fasce di persone, conclude, «l'immunità di gregge in Italia non si raggiunge».

«Se fossi il ministro della salute farei due cose: cercherei innanzitutto di fare come hanno fatto in Inghilterra uno sforzo corale, coinvolgendo studenti, infermieri, neolaureati, medici di base e pediatri obbligati a fare vaccinazioni, per uscire collettivamente da questa emergenza», continua Crisanti, aggiungendo che il secondo suggerimento è quello di «creare un sistema di sorveglianza per bloccare la catena di trasmissione, perchè la vaccinazione da sola non ci permette di arrivare ad eliminare completamente l'infezione». Nello stesso tempo, ricorda, «vi è la priorità di difenderci dalla reintroduzione di virus dall'esterno e in particolare di varianti. Questo dovrebbe essere accompagnato da un programma di sorveglianza e di sequenziamento».

«Ritengo che persone che hanno in cura pazienti vulnerabili dovrebbero essere tutte convinte a vaccinarsi, costruendo con loro un dialogo», conclude Crisanti, in riferimento alla sentenza del giudice di Belluno su una decina di operatori no vax. «È inopportuno che persone non vaccinate - ripete - lavorino nelle rsa».

 

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