Diario di bordo: la rubrica giornaliera di Paolo Possamai sul Coronavirus

L'ansia da Coronavirus, le lezioni della scienza, i confini che si richiudono. Frammenti di riflessioni dal Veneto in trincea
21/05/2013 Civitavecchia, la nave Goletta della Marina Militare Palinuro, nella foto il timoniere manovra al timone
21/05/2013 Civitavecchia, la nave Goletta della Marina Militare Palinuro, nella foto il timoniere manovra al timone

Il direttore del nostro giornale Paolo Possamai, tiene una rubrica giornaliera intitolata "Diario di bordo". Ecco le uscite giornaliere, dalla più recente alla più datata.

Lo spirito critico antidoto alla crisi

Da oggi l’Italia esce dalla reclusione. Scendendo a terra e chiudendo il Diario di bordo, dopo due mesi e mezzo nella burrasca del virus, viene incontro la domanda: in cosa sperare? Forse nel restauro della precedente normalità? Naturalmente, per cogliere appieno le domande di cambiamento radicale poste dal virus servirebbe un ceto dirigente alla stregua di coloro che condussero la ricostruzione post-bellica. Non se ne vede l’ombra. Ma possiamo chiederci se il ceto dirigente reale coincida con quello apparente. Credo di no. Gli italiani sono un mondo anarchico, antidepressivo, imprevedibile e di potente intelligenza collettiva, che analizza, contesta, deride, ama, scarta, coltiva e mantiene un disordinato equilibrio, dove non le istituzioni, ma la gente pratica vie nuove e interpreta quel caos italico che garantisce democrazia. Con spirito critico, parola sorella di crisi e che rinvia alla necessità di scegliere. Carattere che ispira speranza.

(3 giugno)

Il virus e la scoperta della comunità

Che prova abbiamo dato di noi nel tempo della tempesta? Possiamo chiedercelo oggi, festa della Repubblica, quando siamo ormai fuori dalla tempesta e a un passo dalla fine della clausura. Per alcuni non è stata clausura ma piuttosto segregazione e per altri reclusione, dipende dalla adesione soggettiva. E però nella sintesi del Diario di bordo, a fine navigazione, occorre dire che il Paese dell’anarchia sistemica ha saputo interpretare disciplina e pazienza, ha esercitato cura e solidarietà. Va da sé che nelle generalizzazioni ci sta sempre una carica di approssimazione. Ma quanti di noi avrebbero scommesso in passato in una risposta corale da parte degli italiani pur di fronte a una sfida che li accomunasse? Tra i lasciti del virus ci sta un senso di comunità tutt’altro che stabile nella nostra storia e nel vissuto di ciascuno. Per i mesi a venire un patrimonio importante. Bella parola “importante”: significa qualcosa che portiamo dentro di noi.

(2 giugno)

Il compleanno e il funerale del Musme

Il 5 giugno il Museo della storia della medicina compirà 5 anni. Ma il Musme potrebbe chiudere i battenti. E tutto ciò nonostante sia arrivato alla soglia dei 50mila visitatori nel 2019. Prima che il virus impedisse ogni attività. I soci della fondazione – Regione, Provincia, Comune, Università di Padova – erogano annualmente 60mila euro, al resto bada il gestore privato. Che è pronto a gettare la spugna, se non interverrà un aiuto in questo disgraziatissimo 2020. Possiamo immaginare che, proprio nell’anno in cui la cultura medica cumulata a Padova lungo 8 secoli dimostra il proprio valore dinanzi a Covid 19, il Musme che l’attesta sia gettato alle ortiche? Se Veneto e Italia lesineranno sulla cultura, passeranno carta vetrata sui propri tratti distintivi agli occhi del mondo. Nella loro furia di parlar per eufemismi, i latini chiamavano “vitalis lectus” il letto di morte. Invertiamo il concetto: che la crisi generata dal virus si riveli un “vitalis lectus”.
 

(1 Giugno 2020)

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L’ozio politico e l’ecatombe dei negozi

La tempesta del virus è (anche) un potentissimo acceleratore di fenomeni in corso da decenni. Uno tra gli altri: come la pallina sul piano inclinato del celebre esperimento effettuato a Padova da Galileo a inizi ‘600, il sistema commerciale tradizionale procede verso il precipizio. Apparentemente inarrestabile avanza la desertificazione dei centri storici delle nostre magnifiche città. La decisione della catena Ovs di lasciare la sede a Treviso è un indizio chiaro. Ci sono di mezzo le politiche della Regione riguardo ai centri commerciali, le liberalizzazioni delle licenze, e infine la catastrofe del commercio online. I signori Amazon e Alibaba sono seduti sopra a cataste di trilioni di dollari, una infinita legione di piccoli commercianti schiatta. Il significato originario e quello presente delle parole “ozio” e “negozio” sono assai mutati. Rimane che erano e restano antitetici. Tocca alla politica, locale e regionale, restaurare la diga.
 
(30 maggio)
 
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Venezia e l'uscita dal labirinto

A Venezia tutto va bene, finché marciano Biennale, aeroporto, teatro La Fenice, mostra del Cinema, grandi istituzioni museali. Una sorta di cruscotto per decenni per chi ha amministrato la città Serenissima. Parliamo di manometri che intercettano energie e risorse a carattere internazionale. Basti ricordare che il gestore dello scalo aeroportuale stima di recuperare i traffici perduti nel 2023 o che la Biennale alza bandiera bianca e rinvia al prossimo anno. Va ripensata la città e il suo essere rispetto alla monocultura turistica. A far nascere la Biennale nel 1895 fu un gruppo di intellettuali, guidati dal sindaco dell’epoca Riccardo Selvatico (a sua volta intellettuale prima che politico). Di questo sentiamo la mancanza: di una chiamata delle energie più vive e lungimiranti al capezzale di Venezia: il famoso “tavolo” evocato da Massimo Cacciari e Luigi Brugnaro. Vale per tutte le altre città venete, come italiane. Per cercare insieme l’uscita dal labirinto.

(venerdì 29 maggio)

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La calamita Milano e la nuova periferia

Appena qualche mese fa la calamita Milano aveva raccolto (quasi) tutto l’arsenale ferroso sparpagliato per l’Italia. Banche, assicurazioni, consulenze, accademie. Restava in periferia un po’ di limatura di ferro. Poi è sopraggiunta la tempesta del virus e ha sconvolto quel che pareva un fenomeno ineludibile: polarizzazione di lavoratori e funzioni qualificati sul focus Milano e marginalizzazione dei centri meno connessi al perno. Ma lo smart working ha riportato i lavoratori nelle loro case e nelle loro città di origine. E così gli studenti universitari. Una rivoluzione, non reversibile in toto. E così la periferia - il nordest soprattutto - può avere una opportunità di riconfigurazione, perché il rientro a casa dei lavoratori implica cambi di consumi, trasporti, mercato immobiliare. Una tragica calamità ha investito la calamita Milano. Ambedue le parole derivano da calamo - da cui anche calamaio - ossia “penna”. La scia del virus è tutta da scrivere.

(giovedì 28 maggio)

La tempesta del virus e la tempestività

Mentre la flotta si va avvicinando alla costa, siamo ancora a chiederci come mai la tempesta del virus abbia colpito con meno violenza la barca che batte bandiera di San Marco. Ragioniamo di un aspetto sinora mai emerso. Da metà gennaio, la rete del sistema sanitario veneto ha iniziato le prime riunioni sul virus cinese. Coronavirus era allora nome esotico. La struttura di vertice degli ospedali ha provato a simulare la crisi e come contrastarla. Anche facendo i primi acquisti di materiali e macchinari. Tempestività e tempesta sono parole sorelle, sbocciano dal ceppo di tempo. Che a sua volta deriva forse da un suono onomatopeico che significa percuotere. La nostra memoria - che è funzione del tempo - è stata assai percossa dal virus. Gli animali possiedono solo la persistenza del ricordo, l’uomo può anche recuperarlo volontariamente. E con la memoria dei fatti e tempestività potremo prepararci all’eventuale ritorno del virus in autunno.

(mercoledì 27 maggio)

Il passo tra applausi ed esplosione

Un passo breve separa un applauso da una esplosione. Lo vedremo alla fine di questa pagina del diario. Diario che ci conduce verso l’approdo degli inizi di giugno, quando questa lunga traversata sarà (per governativo decreto) conclusa. Non è affatto detto ci attendano, una volta sbarcati a terra, la nostra casa, le nostre abitudini e quanti riti configurano la “normalità” di ciascuno e sociale. Forse dopo le settimane impegnate contro la furia della tempesta del virus viene il tempo in cui chi ha responsabilità politica deve iniziare a dire parole chiare sul tragitto su cui ci stiamo incamminando. Il rumore della consapevolezza crescente per il cielo cupo incombente sopra di noi segna i rilevamenti demoscopici più recenti: parlano di rischio di esplosione di rabbia sociale. Lo spazio tra l’applauso a chi ci governa e l’esplosione delle ansie sociali è brevissimo: le due parole sono gemelle, partono ambedue dal suono del battere di mani (plaudere). 

(martedì 26 maggio) 

Non rimuovere memoria e prudenza

«Cerco la mia rotta tra gli scogli. Devo rimuovere il pensiero degli ultimi giorni di mio papà perché, se penso a lui solo in ospedale davanti alla morte, mi sento soffocare. Nella cartella clinica che ho potuto vedere c’è scritto: “Si richiede posto in terapia intensiva, ma non c’è disponibilità”. Non serbo rancore. Eravamo nella settimana più drammatica della pandemia. Mi aggrappo ai ricordi belli. E intanto mi prendo cura della mia famiglia, di mio figlio, di mia mamma e mia sorella, come le piantine di cui scrive lei Direttore nel suo Diario, come avrebbe fatto certamente papà. Forse prendersi cura del dolore degli altri è davvero l’unico modo per guarire anche il proprio». Tra le lettere ricevute in questi giorni, ne scelgo una di un lettore lombardo che ci invita a non dimenticare e a non abbandonare la prudenza, in un eccesso di euforia (alias movida). Lo dobbiamo alle vittime e ai loro congiunti, sopravvissuti e segnati dal dolore.

(lunedì 25 maggio) 

Il governatore, la star e l’autonomia

“Crisanti? Un grande scienziato. Ma...”. La frase del presidente del Veneto, Luca Zaia, può essere terminata con quante puntualizzazioni utili a ridimensionare la star del virus Andrea Crisanti, direttore del laboratorio di microbiologia e docente all’università di Padova. Zaia rivendica a sè - lo ha fatto nell’intervista pubblicata ieri sul nostro giornale - la paternità di fondamentali intuizioni per le performance del Veneto nella lotta a Covid 19. Non è una questione di vanità. La partita è tutta politica. Zaia sta cumulando crediti, e vuole che siano intestati a lui, non solo per una ovvia questione elettorale. La sua gestione della tempesta sanitaria sarà il punto di leva per rivendicare autonomia. Che non è banale decentramento, ma come rivela la radice della parola “fare da se stessi le proprie leggi”. Sarebbe a dire auto-governo. La sanità come cartina di tornasole di efficienza, per chiedere altre competenze e relative entrate fiscali.

(24 maggio 2020)

Tram e bus addio, avanti bici e auto?

Dopo anni e anni trascorsi a battagliare – causa ambientalista meritoria - per favorire i veicoli di trasporto pubblico, per contenere i rischi di Covid 19 dobbiamo ora programmare di vederli viaggiare mezzi vuoti (e con costi di gestione esplosi). Il Financial Times segnalava ieri che in Cina le vendite di auto in aprile sono cresciute del 4%, mentre le metropolitane stentavano a raggiungere il 50% dei passeggeri ante virus. A Chicago il 43% risponde di non voler più usare mezzi pubblici, specie per i bus scolastici. Le auto riempiranno sempre più le strade? Oppure bici e monopattini elettrici, le cui vendite grazie agli incentivi di governo stanno salendo assai, saranno un correttivo e integreranno il nostro bisogno di spostamento? La radice latina della parola “momento” illumina la posta in gioco: viene da “movimentum”, indicava l’impulso dato dal peso posto sulla bilancia dall’orafo. Bastava un nonnulla per lo squilibrio nel movimento.

(23 maggio)

La politica estera di Zaia e il turismo

Fino a 7 turisti su 10 sulle spiagge venete vengono dall’estero. Vale a dire che il 70% delle presenze tra Bibione e Cavallino, e il 40% nell’area termale euganea, è legato a stranieri, in primis tedeschi e austriaci. Potremmo dire che il business turistico veneto ha una impronta simile a quella delle aziende con una fortissima vocazione all’export. E dunque una quota amplissima del business della prima industria veneta è a rischio. Non abbiamo mai dato credito alla (velleitaria) politica estera delle Regioni, che in passato ha visto proliferare sedi di rappresentanza in varie capitali. Ma stavolta appare indispensabile e urgente che il Veneto racconti con forza al mercato tedesco e alle istituzioni che di turismo si occupano la realtà della sua situazione sanitaria, il percorso seguito nella gestione della emergenza virus. E che dal dramma possa essere tratta una narrazione capace di garantire al turista il bene massimo: la sicurezza.

(22 maggio 2020)

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Gratitudine e pianticelle in freezer

La scuola intesa come “campo di energia, uno stato generatore di potenzialità, l’apertura a molteplici possibili”. Sono parole di Massimo Cacciari, aiutano a farci riflettere su quanto sia cruciale pensare a come riaprire – riaprire davvero – la scuola. La scuola è una promessa per il futuro, anzi una profezia. Gli uomini di domani in formazione. Chiudere le scuole nella sola dimensione online implica un parallelo: come se avessimo messo in ghiacciaia un vivaio di piante e le facessimo crescere con le lampade elettriche. La scuola va coltivata con ogni energia e cura. Con questi pensieri faccio i conti oggi in modo particolare, poiché la mia adorata maestra, che mi ha insegnato a amare le lingue e la cultura classiche, è tornata salva dalla sua guerra contro il virus. E mi trovo dunque a coltivare verso di lei – si chiama Graziella Azzarini, 88 anni – autentica gratitudine: perché ha aperto il destino mio e di migliaia di studenti “a molteplici possibili”.

(21 maggio 2020)

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Tra disordini e ordinativi in fabbrica

Per quanto tempo avete lavoro in fabbrica? Abbiamo ordinativi per un mese. La risposta dipinge il volto di un popolo di imprenditori. Espressione tesa, talora impaurita. Perché gli ordinativi misurano la (scarsa) possibilità dell’azienda di vendere i propri prodotti, in presenza di un mercato mondiale pressoché paralizzato. Sono davvero pochi i settori e gli operatori che si salvano nel generale marasma. Da qui vengono i timori di disordini sociali, espressione che non sentivamo da tanto tempo nel discorso pubblico. Disordini sociali che possono divampare in presenza di una crisi economica grave, profonda, prolungata. Ordine – parola da cui scaturiscono disordine e ordinativo – significa “maniera di procedere, di cominciare, di disporre”. Cominciamo mettendo ordine nelle priorità, confidando che la capacità di assumere iniziativa e responsabilità sociale sarà pari alla sfida. Tante buone prove abbiamo già dato in passato, a iniziare dalle imprese.

(20 Maggio 2020)

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Resistere alla seconda tempesta

Caro marinaio, conversando sulla nuova vita che andiamo a incominciare ora che la prima tempesta pare trascorsa, con gli altri dell’equipaggio abbiamo fatto memoria di tanti slogans che ci hanno sostenuto nella cattività causata dalla tempesta. “Andrà tutto bene” oppure “Riavremo tutto”. Ricordi? Uno dei marinai più giovani ci ha offerto l’ultima strofa di “Cimitero marino”. Paul Valery nella sua poesia, dopo una meditazione su di un mare immoto sotto un sole a picco, annuncia che “si alza il vento... occorre tentare di vivere”. Ho pensato che Valery ha fortemente marcato la frase con i puntini di sospensione, come indicassero il respiro profondo da cui ciascuno di noi prova a trarre le migliori energie per un collettivo sforzo di rinascita. Ciascuno di noi per sé, e aiutando chi è più fragile. Ho trovato in questo respiro una sorta di impaurita attesa. Ma anche la tesi che nella vigilanza sapremo interpretare la tempesta economica.
 

(19 Maggio 2020)

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Remoto e prossimo, secondo il virus

Distante, remoto, vicino, prossimo. Forse mai come in questo tempo, la definizione dello spazio è stata così incombente e attinente alla nostra umanità. Lo vedremo anche oggi, quando torneremo più vicini. Il lavoro o lo studio da remoto definiscono aspetti nuovi: profilano un altro tipo d’uomo, ci disumanizzano? La radice di “remoto” sta nel verbo rimuovere, indica la volontà di allontanare. “Prossimo” è concetto opposto a remoto. Indica colui o ciò che ci sono più vicini. Come aggettivo, chiama in causa un contatto quasi fisico, talora in senso temporale. “Vicino” appartiene al campo della parola “vico”, ci segnala quel che ha a che fare con lo stesso luogo, la stessa viuzza (vicolo). E arriviamo a “distante”, ossia stare/essere lontano. Ecco il “distanziamento sociale”, autentico ossimoro perché l’uomo è animale sociale. Ossimoro è espressione creata dai greci, fonde insieme le parole “acuto” e “ottuso”. Sigillo di questo tempo. 

(18 maggio 2020)

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Il rischio, i virologi e la bancarotta

Primo concetto: “La distanza di 4 metri proposta dall’Inail? Meglio la bancarotta. Un metro corrisponde alle linee guida internazionali, direi che è ragionevole”. Secondo concetto: “Con un calo del Pil del 9%, un deficit e un debito pubblico alle stelle, una burocrazia tentacolare, non c’erano altre vie. E aggiungiamoci il fatto che in realtà del virus sappiamo molto poco”. Terzo e ultimo: “Possiamo ragionevolmente prenderci dei rischi, sapendo, come stiamo facendo qui in Veneto, di avere le spalle coperte da un sistema in grado di individuare subito l’esplosione di nuovi focolai”. L’iconoclasta della situazione non è un politico avventato ma Giorgio Palù, uno dei più stimati virologi italiani, già professore di microbiologia a Padova e presidente dei virologi europei. Tra tutti, il concetto più forte espresso da Palù attiene al rischio. Parola di origine incerta, da taluni ricondotta a “scoglio” e da altri a “salvezza”. Ma da interpretare nella concretezza.

(17 maggio 2020)

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Università, corsi online e addio città

Che ne sarà delle nostre città se parte cospicua degli studenti anche nel prossimo anno accademico seguirà online i corsi universitari? Per le famiglie la “didattica a distanza” può essere economicamente assai conveniente. Ma per gli organismi chiamati città? Vale per poli urbani sedi storiche di ateneo, come Bologna e Padova. Ma anche per impianti più recenti, come Venezia e Ferrara. E arriviamo a scoprire una vocazione da sede universitaria anche per Treviso e Belluno. Il tema impatta potentemente anche in istituzioni prestigiose come la Columbia University a New York. La questione riguarda le università e la qualità dell’insegnamento impartito agli studenti. E però riguarda pure le città. Non solo per il loro tessuto sociale e per la semina di talenti che l’ateneo da sempre garantisce, ma più ruvidamente per le ricadute di carattere economico. Difatti Padova, dove l’ateneo conta 60mila iscritti, punta a riaprire “fisicamente” a settembre.

(16 maggio 2020)

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Il contagio e i migranti necessari

Sala d’attesa di un ambulatorio di ospedale. Lei si chiama Maria, peruviana di origini, badante di mestiere. Sta aspettando l’esito del tampone. L’anziano che ha accudito per tanti anni, quando morì la moglie e non avendo figli, decise di andare in un ospizio. Quando ha visto la falce della morte entrare all’impazzata nella casa dove il “suo” vecchio stava trascorrendo l’estrema stagione della vita, lei è andata a riprenderselo. La storia non ha lieto fine: l’uomo è morto dieci giorni dopo essere stato accolto nella casa di Maria. Che a sua volta è stata contagiata dal virus. Non sappiamo l’esito del tampone. Sappiamo che Maria è venuta ad aiutarci “a casa nostra”, portando il vecchio a casa sua. E sappiamo anche che il virus ci ha costretti a gerarchie e priorità tutte nuove, crude, essenziali. Magari sbarazzandoci del ciarpame polemico sulla regolarizzazione degli immigrati (che adesso vorremmo tanto per raccogliere pomodori e insalata).
 
(15 maggio 2020)
 

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Zaia, il caso, il caos e l'occasione

Pagina del diario riservata agli appassionati di Carosello. Ricorda la storia di Jo Condor (un avvoltoio vestito da militare), che sempre disturba la vita della Valle Felice. I bambini chiedono aiuto al Gigante, amico di casa Ferrero, cantando «Gigante, pensaci tu!». Il Gigante riporta la pace e punisce «quel briccone di Jo Condor». In questi giorni, quanti bagnini e baristi, industriali e operai, artigiani e barbieri stanno invocando in cuor loro il gigante? Il gigante nella tempesta del virus si chiama Luca. Giganteggia perché ha avuto fiuto politico, dando valore alle competenze scientifiche e manageriali del sistema sanitario e universitario veneto. Ma giganteggia anche perché Jo Condor continua a scrivere norme sempre più astruse. Ieri era in lotta con l’Inail. Nel caos Luca ha colto un’occasione. Occasione significa cosa che ci è caduta davanti: l’abilità consiste nel cogliere lo svolgimento del caso/destino e non caderci sopra.

(giovedì 14 maggio 2020)

Ma voi andreste in vacanza a Wuhan?

L’epidemia è finita. Lo dicono i numeri. Ma gli effetti della tempesta Covid-19 sono in gran parte da misurare. Parliamo di abitudini sociali, di economia e lavoro, di scuola e spettacoli, eventi e sport, relazioni. Parliamo anche di vacanze: il recupero della prima industria del Veneto e titolare su scala nazionale del 13% del prodotto interno lordo – il turismo - sarà una marcia lunga e sfidante. Sarà una veleggiata di massima durezza rimontare il vento per riagguantare i turisti stranieri (per il Veneto, 49 milioni di presenze su un totale di 71 nel 2019). Con un’implicita azione di anti-marketing dovuta anche al caos delle direttive di governo, abbiamo finora comunicato i segni di una catastrofe. E i segni sono duri da sanare: la parola “segno” significa letteralmente taglio, si incide nella memoria come una ferita sulla pelle. Ma se pure le ferite possono essere suturate, sapremo nel tempo ricostruire reputazione e attrattività per il Belpaese.

Per vivere, non lesinare sulla cultura

Che cosa hanno fatto, all’indomani della fine della guerra, con le macerie ancora fumanti, città come Milano e Berlino? Hanno riaperto i teatri, ricostruendoli o innalzandone di nuovi. Ce lo ha ricordato Daniel Oren, direttore d’orchestra, 65 anni, israeliano, che avrebbe dovuto essere il timoniere principale dell’orchestra dell’Arena di Verona lungo l’estate. Mesto indizio di una civiltà al tramonto sarebbe la scelta di tagliare i fondi, pubblici e privati, per teatri e orchestre, e manifestazioni culturali in genere. Non sto esprimendo tesi generiche, i primi rumori di fondo di questa attitudine emergono già. Va da sé che teatri e orchestre sono chiamati a reinventarsi, come stanno annunciando Arena e Fenice – per esempio – e tenendo conto delle regole capestro imposte dal virus. Lo stile italiano non è fatto solo di moda e parmigiano. Lo stile è un marchio, una incisione, una impronta. Ce lo ricorda la parola sorella “stiletto”.

(13 maggio 2020)

Ma voi andreste in vacanza  a Wuhan?

L’epidemia è finita. Lo dicono i numeri. Ma gli effetti della tempesta Covid-19 sono in gran parte da misurare. Parliamo di abitudini sociali, di economia e lavoro, di scuola e spettacoli, eventi e sport, relazioni. Parliamo anche di vacanze: il recupero della prima industria del Veneto e titolare su scala nazionale del 13% del prodotto interno lordo – il turismo - sarà una marcia lunga e sfidante. Sarà una veleggiata di massima durezza rimontare il vento per riagguantare i turisti stranieri (per il Veneto, 49 milioni di presenze su un totale di 71 nel 2019). Con un’implicita azione di anti-marketing dovuta anche al caos delle direttive di governo, abbiamo finora comunicato i segni di una catastrofe. E i segni sono duri da sanare: la parola “segno” significa letteralmente taglio, si incide nella memoria come una ferita sulla pelle. Ma se pure le ferite possono essere suturate, sapremo nel tempo ricostruire reputazione e attrattività per il Belpaese.

(12 maggio 2020)

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Le Fondazioni per la rifondazione

Premessa logica: le Fondazioni di origine bancaria sono patrimonio delle collettività locali che, nel corso dei secoli, hanno vissuto in simbiosi con le casse di risparmio. Senza tale premessa, diviene opaca la ragione per cui sono di generale interesse. Le Fondazioni possono essere una leva per contribuire alla tenuta di comunità investite dalla tempesta del virus. Anzi: la misura della gravità dei danni generati non l’abbiamo ancora vissuta. La stimiamo, come quando di lontano vediamo la linea nera dello tsunami che si va facendo più spessa all’orizzonte. La Fondazione Cassamarca ha dilapidato la cassaforte trevigiana. La Fondazione Venezia ha ormai pochi spiccioli. In Veneto le Fondazioni Cariparo e Cariverona dispongono di cospicui fondi. A questi tempi drammatici possono rispondere con misure di ordinaria amministrazione? La milanese Cariplo ha destinato 55 milioni alle nuove povertà per curare gli effetti della gran epidemia.

Burocrati e virologi non vanno in hotel

Il racconto disperante di Marco Michielli, avvocato, per tradizione familiare gestore di hotel a Bibione, presidente veneto di Federalberghi e vice nazionale, ieri mi ha fatto venire a mente le “Sei lezioni americane” di Italo Calvino (intitolate a Concretezza, Esattezza, Leggerezza, Rapidità, Visibilità, Molteplicità). Ho pensato in particolare a concretezza, rapidità, esattezza. Su queste parole come misuriamo l’azione del governo, a presidio del turismo, prima industria veneta e pari al 13% del Pil italiano? Concretezza, rapidità, esattezza sono a zero nelle misure del governo. Le norme per la riapertura sono talmente stringenti da dissuadere gran parte degli albergatori. L’ecatombe di 100mila posti di lavoro stagionali, come stimato da Cisl veneta, ne è immediato riflesso. Esatto è il participio passato di esigere. Burocrati e virologi sanno solo esigere. Ma dal governo una sintesi esatta con le esigenze della vita reale non arriva affatto.

(domenica 10 maggio 2020)

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Cercasi Zamberletti, disperatamente

Diceva Napoleone che “un capo è un venditore di speranza”. Non staremo a disquisire se il piccolo còrso parlasse di marketing politico oppure se intendesse che la speranza per il consesso umano è come la farina per il pane. Manca oggi la speranza, come il pane, e il nostro navigare è sotto costa. Ma stare sotto costa non ci protegge dall’onda sollevata dal maremoto Covid. Ogni comandante di marina degno del nome sa che conviene affrontare l’onda lontano dagli scogli. Usciamo dalla metafora, entriamo in un parallelo di cui chiunque abbia almeno mezzo secolo porta memoria: il terremoto del Friuli del 1976. Il sisma ha poi colpito Irpinia (1980), L’Aquila (2009), Emilia (2012), Lazio (2016). Salvo la vicenda emiliana, i ruderi e i containers sono ancora parte del paesaggio. Fanno la differenza l’intraprendenza dei cittadini e chi guida la ricostruzione. Oggi non si vede alcun comandante Giuseppe Zamberletti, generatore di speranza.

(9 maggio 2020)

Al cittadino serve la laurea in Diritto

Esegesi (ovvero interpretazione). La radice significa “tirare fuori”, una sorta di estrazione. Parliamo di esegesi per via dei 170 tra decreti, ordinanze di Protezione civile, Regioni e Comuni, circolari. E noi cittadini siamo di continuo bombardati da prescrizioni. La giornata di ieri ne ha promesse di nuove. I presidenti di Emilia-Romagna, Veneto e Friuli-Venezia Giulia hanno chiesto al governo che dal prossimo 11 maggio “possano procedere ad anticipare la riapertura dei settori del commercio al dettaglio”. Il governo rinvia le riaperture al 18. Seguirà decreto sartoriale. La lenta uscita dalla fase di emergenza pretende ancora la pazienza di un monaco tibetano. Magari un giorno per una tesi di laurea in Diritto o in Linguistica comparati uno studente dotato di ironia metterà a confronto l’apparato di norme generato per il virus dall’Italia con quello di Germania o Regno Unito. Chissà chi avrà richiesto ai suoi cittadini più perizia enigmistica?

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Dear Dad, mi manca la vera scuola

Dad è un acronimo: sta per didattica a distanza. A mio avviso, la didattica vera non può essere a distanza, pretende vicinanza, contatto, frequentazione. Pretende confronto autentico. Bene che i docenti abbiano saputo inventare una modalità didattica in questo tempo di guerra al virus, schierando l’arsenale digitale. Bene che abbiano scoperto – almeno in parte – le potenzialità del web. Bene che non sia stata del tutto interrotta l’attività scolastica. Ma non scambiamo una risposta emergenziale con un modello. Non tralasciamo che “schermo” (del pc) vuol dire anche “copertura” o “divisorio”. I ragazzi sono stati reclusi, hanno interrotto la fisica relazione tra loro: non può essere sostituita da meeting via skype o zoom. Il sipario sta calando su un anno di cui i giovani porteranno le tracce, riguardo alla tessitura, densità, profondità della loro formazione. Richiamo una parola sorella di didattica: didascalia. Dad è una didascalia sotto a un buon film sulla scuola.

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L’eroe politico e il dividendo per tutti

Luca Zaia come “eroe politico” della battaglia dell’Italia contro il virus. Stava scritto nella edizione di ieri del Financial Times, che parla di “modello Veneto” in rapporto diretto con i dati di Lombardia e Piemonte. Interessa ragionare allora sul dividendo collettivo all’uscita dalla tempesta Covid. Dividendo è tipica espressione aziendalistica: vale a dire che i soci dividono tra loro l’utile a fine annata. I soci del Veneto siamo noi cittadini, che ciascuno a proprio modo partecipiamo alla battaglia. Se la reputazione del Veneto è così cresciuta, va immaginato quali riverberi positivi vi possono essere di generale interesse. Un paio di esempi: il nuovo ospedale vagheggiato a Padova da un quarto di secolo può non rientrare tra le priorità nazionali? E il centro di ricerca bio-medica aggregato al prossimo polo ospedaliero non sarebbe un esplicito riconoscimento pur esso al valore della scuola scientifica e medica qui affermata lungo 8 secoli di storia?

(6 maggio 2020)

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Dare i numeri o dire la verità sui morti

Verità e cifre. I numeri diffusi dall’Istat e dall’Istituto superiore di sanità, sulla mortalità registrata dal 20 febbraio al 31 marzo, dicono che in paragone con il quinquennio 2015-2019 “i decessi sono passati da 26.218 a 49.351 (+ 23.133); poco più della metà di questo aumento (52%) è costituito dai morti positivi al Covid-19 (12.156)”. Non risulta sia avvenuto alcun fenomeno a carattere straordinario dopo il 20 febbraio, a parte il virus. Vietato illudersi che l’interpretazione del dato possa essere ricongiunto all’intuitiva verità: i morti per Covid-19 sono il doppio delle statistiche ufficiali. I numeri dicono pure come la tempesta abbia investito con diversa violenza le varie regioni: i decessi sono aumentati del 185% in Lombardia, sono pressoché stabili nel Meridione, del 24% in Veneto. Verità significa “fatto” e anche “rivelazione”. Cifra invece viene dall’arabo e sta per “vuoto”, o per “zero”. Zero come inizio di disvelamento, utile a capire. La scuola in Veneto è chiusa dal 27 febbraio. Bambini, ragazzi, studenti a casa ormai da settanta giorni. E ancora non si intravede la data della ripartenza. Mentre per le scuole elementari, medie e superiori e università si dà ormai per scontata la riapertura non prima di settembre, per quanto riguarda gli asili la Regione Veneto punta a fare "il più presto possibile", come confermato dall'assessore regionale al Sociale Manuela Lanzarin: "Abbiamo un piano dettagliato, lo presenteremo a tutti i soggetti coinvolti mercoledì. Aspettiamo il vaglio della comunità scientifica, ma noi siamo pronti con un piano dettagliato". 

(5 maggio 2020)

Il debito e il riscatto necessario

La decrescita (infelice) e un debito pubblico da 2.447 miliardi di euro. Non stanno assieme. Chi -avendo un debito molto importante – potrebbe concepire di poter ridurre il proprio reddito? Siamo condannati alla ripresa. Già ante Covid il nostro debito era insostenibile: il tasso di crescita era a zero, inferiore al tasso di interesse che lo Stato paga ai creditori. Parliamo di questo, anziché di Mes o di eurobond. Aggiungo che i Bot in mani straniere sono il 36% del totale e dunque per la gran parte siamo noi italiani debitori e creditori a un tempo. La tempesta provocata dal virus ci chiama a uscire dal torpore adolescenziale in cui ci siamo cullati nell’ultimo quarto di secolo. Evitiamo di doverci rispecchiare nella lettera disperata scritta a un amico da Filippo II: “questa faccenda di cambi e interessi non sono mai riuscito a farmela entrare in testa”. Il sovrano di Spagna a fine ‘500 era il più ricco e indebitato del pianeta. Finì in bancarotta.

Non lavorare stanca. E mette paura

Le cronache della tempesta generata dal virus non parlano solo di ospedali, lotte per i malati e lutti. Tra le vittime vi sono anche le decine di migliaia di persone che hanno perduto il lavoro o sulle quali pende il rischio di perderlo nelle prossime settimane. L’agenzia regionale Veneto Lavoro ha stimato in 50mila i contratti di lavoro dipendente già cessati. La parola lavoro conteneva storicamente in primis i concetti di fatica, sforzo, impegno. Basti ricordare che in francese parliamo di travail e in spagnolo di trabajo, che richiamano l’italiano “travaglio”. Ma lavoro implica anche libertà (non solo economica), dignità, senso di sé. E difatti la radice più antica della parola significa orientare la volontà, insomma intraprendere. Dobbiamo credere che i veneti e gli italiani sapranno ancora intraprendere e rilanciare. Ma sono indispensabili e urgenti un Progetto Italia e un Progetto Veneto, perché il virus ha cambiato il mondo. Anche in economia.

(1 maggio 2020)

Il lungo viaggio dentro la tempesta

Nella tempesta generata dal virus occorre andare per bordi. Significa che dobbiamo aggiustare la rotta, man mano che procediamo dentro a questo nero mare in burrasca. Ma sempre ferma rimanendo la stella polare: la salvaguardia della salute. Nel nostro andar per bordi, va affermandosi la possibilità che la “fase 2”, ossia il lato in cui dovremmo avere il vento meno in prua, presenti un cronoprogramma differenziato per le diverse regioni italiane. Ci sono infatti regioni con bassi indici di contagio (la Sardegna, per esempio) e altre (la Lombardia e il Piemonte, soprattutto) nel pieno della tormenta. Il Veneto ambisce a essere nel primo scaglione. La parola “viaggio” deriva da “viatico”, che non contiene come per noi l’idea di un movimento e di una mèta, ma l’allestimento del bagaglio interiore indispensabile per affrontare l’avventura. Il bagaglio utile per questo tratto del viaggio include il tema della responsabilità, individuale e sociale.

(30 aprile 2020)

La politica e la scienza come alibi

La scienza non esiste. Esistono le tesi di numerosi scienziati. Al cospetto del virus, della sua originalità e della sua imprevedibilità, abbiamo assistito infatti a una semplice verità: la scienza non aveva – e non ha – tutte le risposte pronte. A lungo, per esempio, ci è stato detto che le mascherine erano inutili. La scienza, nella fase della ricerca, non può che andare per tentativi e per aggiustamenti di rotta dentro alla tempesta. E non è affatto univoca. Porta anzi la voce -e talora, a dirla tutta, la traccia di vanità – dei molti scienziati indaffarati a cinturare il virus. Ma allora, chi ci governa dovrebbe smettere di adoperare “la scienza” come un alibi. E dovrebbe rispondere per esempio a una semplice inquietante domanda: se il virus tornerà in autunno, andremo a recludere nuovamente l’Italia? E cosa pensa al riguardo Luca Zaia, il presidente del Veneto che, assistito dagli scienziati dell’università di Padova, gran parte della rotta l’ha azzeccata?

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Il governo tra virologi e parrucchieri
 
Il bivio orrendo tra salute e lavoro lo avevamo misurato per l’Ilva di Taranto. La coabitazione a rischio zero della più grande acciaieria d’Europa con una città di 200mila abitanti è per tanti versi un rebus insolubile. Ma da ieri non vi è chi non si chieda se davvero non esistono metodi e cautele per contenere il rischio del virus nei negozi dei parrucchieri, dei baristi, dei ristoratori. Davvero occorre attendere ancora oltre un mese per la fase 2, mentre il resto d’Europa segue tutt’altro calendario? Il governo è guidato dal premier Conte o dal virologo Burioni? A valle di tutte queste domande il concetto non cambia: forse Conte non ha capito che i parrucchieri non s’arrabbiano con i virologi, ma con chi non consente loro di fare il proprio mestiere. La rivolta dei commercianti è solo uno degli indizi del malcontento sociale. Chiedere agli artigiani cosa pensano della “liquidità” governativa che non arriva o ai lavoratori che non vedono un euro di Cig.

(28 aprile 2020)

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Il rischio crac e il capitale sociale

“La crisi è grave, Venezia è a rischio crac. Il sindaco Brugnaro ha ragione a lanciare l’allarme. Convochi un tavolo con tutti. Solo così possiamo farcela”. Le parole di Massimo Cacciari, che per dodici anni è stato primo cittadino della città Serenissima, sono un mostro: possono spaventare. Parla di crac, riferito alle finanze del Comune lagunare ma soprattutto al corpo sociale e alla trista monocoltura economica (turismo corsaro). Mostro è una parola che appartiene alla stessa radice di monito. Insomma: un importante avvertimento. Cacciari chiama gli amministratori a convocare tutti i soggetti politici, i portatori di legittimi interessi e di interesse pubblico a condividere informazioni, idee, progetti. Vale per Venezia come per le altre pubbliche istituzioni. La tempesta del virus non ha ancora iniziato a mostrare la sua forza devastante sull’economia e sul lavoro. Ergo va messo assieme tutto il capitale sociale di cui disponiamo, per reggere l’onda.

(27 aptile 2020)

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Vecchio non è sinonimo di fragile

Fragile indica ciò che si rompe facilmente. Ma significa anche delicato, vulnerabile, sensibile. Ebbene, non tutti gli anziani sono fragili e però possono essere ipersensibili all’idea di essere trattati a priori da vulnerabili. Tant’è che sono già oltre un migliaio le firme – specie di sportivi - in calce a un appello indirizzato al premier Giuseppe Conte. La lettera trae origine dalla possibilità che il prossimo decreto anti-Covid mantenga anche dopo il 3 maggio l’isolamento domiciliare per i vecchi (non è chiaro se over 60 o su fascia 65 o 70). Ma se è vero che l’età mediana delle vittime sta alla soglia di 80 anni, nel 96,4% dei casi avevano patologie pregresse. Le prime firme sono di Franco Del Campo (finalista olimpico) e Ariella Cuk (presidente di Lunga vita attiva), tra i veneti spiccano Daniele Scarpa (campione olimpico), Roberto Chimisso (presidente Azzurri di Venezia), Roberto Cognonato (presidente regionale Fin). Fragile a chi?

(25 aprile 2020)

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Il burocratese uccide come il virus

“Shock simile a quello di una guerra. Riaprire in sicurezza subito, o l’industria e i suoi distretti muoiono”. L’appello rivolto ieri al premier Giuseppe Conte dai presidenti di Confindustria di Padova, Treviso, Venezia, Belluno e Rovigo non presta il fianco a interpretazioni. E implicitamente punta il dito su una questione tipicamente italiana: le riaperture delle fabbriche sono state sin qua legate alle tipologie produttive (avanti con l’alimentare, vietato fare mobili). I cosiddetti codici Ateco, nel burocratese letale quanto il virus. In Germania o in Francia, invece, non hanno badato al genere di manufatto, ma a un protocollo di sicurezza che le industrie devono garantire ai lavoratori. Ne deriva che l’apparato manifatturiero tedesco non ha patìto la paralisi imposta ai concorrenti italiani (e nello specifico veneti). Rischiamo di essere spazzati via. E non si dica che siamo al bivio tra salute e lavoro. Tedeschi e francesi non sono kamikaze. Lo siamo noi.

(24 aprile 2020)

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Il virus contagia teatri e orchestre

Ma quali teatri troveremo a settembre? Direte che siamo alle prese ancora con le corsie d’ospedale ingombre; con i lutti che gravano sul cuore; con l’impatto devastante della tempesta generata dal virus sull’economia; con la perdita di decine di migliaia di posti di lavoro. Nulla di tutto ciò può essere messo tra parentesi e anzi tutto pretende il massimo di vigilanza e di cura. Ma nel nostro cruscotto non può mancare il manometro della cultura. Perché la cultura origina anche l’economia, contraddistingue la identità dei popoli, ne costituisce il patrimonio e il destino. Non è forse per la sedimentazione di 8 secoli di cultura scientifica – per esempio - che l’università di Padova ha rappresentato un peculiare presidio contro il virus? Allora ricordiamo che i teatri stanno adesso programmando il prossimo cartellone. E che hanno bisogno di regole e certezze. Forse che gli orchestrali possono suonare con la mascherina? E magari senza fondi pubblici e privati?

(23 aprile 2020)

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La tempesta si abbatte sui municipi

La tempesta generata dal virus fa vacillare le fondamenta della casa comune. Parlo del municipio. E per estensione di tutte le pubbliche istituzioni pubbliche. Lo sfacelo si va rivelando, di giorno in giorno più grave. I numeri evidenziati dalle amministrazioni comunali dei capoluoghi sono francamente da brividi: Venezia rileva perdite per 115 milioni (cui si aggiungono le stime di 80 milioni per Actv e 60 milioni per Veritas), 30 milioni pesano sui conti di Padova, 10 per Treviso, un paio per Belluno. E la Regione è alle prese con una manovra finanziaria del valore di un miliardo. Tempesta è parola che condivide la medesima radice con tempo, tempestivo, temperatura, temperare. La radice rimanda a un probabile inquietante significato: percuotere. Tutte queste parole suscitano un legame e una suggestione col virus. Ma di sicuro la tempesta richiede di essere affrontata per tempo e chiamando tutte le forze sociali a consapevolezza e a raccolta. Aprendo i Palazzi.

(22 aprile 2020)

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Convivere con il virus per altri due anni?

Primo concetto: “Giusto ascoltare la scienza, ma la politica deve prendersi le sue responsabilità”. Secondo e conseguente al primo: “Pronto il piano per ripartire. Doppi turni per le scuole, negozi aperti anche la sera e blocco del metrò oltre un certo numero per ridurre al 30% la ressa nelle ore di punta”. Pensieri di Beppe Sala, sindaco di Milano. Che sta provando a immaginare le forme nuove della convivenza metropolitana, quando usciremo tutti dalla quarantena nel domestico lazzaretto. Esercizio che attiene alla politica appunto. Esercizio indispensabile e urgente. Tanto più alla luce di quanto sostenuto in una intera pagina di inchiesta sul New York Times di domenica. Il giornale americano osserva che solo uno del team di dieci esperti interpellati ritiene che il vaccino arriverà prima di due anni. E dunque la domanda: come convivere con il virus? Quali misure concrete adottare per tornare in sicurezza a lavorare e a scuola?

(21 aprile 2020)

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L’incubo del flagello del virus tra i vecchi

“Se metto un malato alla Baggina e libero un posto per salvare un paziente in terapia intensiva, è omicidio colposo. Se non lo faccio, lascio che ne muoia uno senza posto in ospedale. Questo che cos’è?”. La domanda è stata posta ieri da Piero Bassetti sul Corriere della Sera. Il primo presidente della Regione Lombardia parla dello sfacelo del sistema sanitario e dell’ecatombe di anziani nelle case di riposo nella sua terra. Ma in Veneto non è mai avvenuta una tale pressione sui reparti di terapia intensiva da indurre il dilemma esposto da Bassetti. E dunque rimane da interpretare la morìa di nostri vecchi. Se 4 morti su 10 nella mesta statistica del virus appartengono alle case di riposo e se solo alcune Rsa sono state flagellate può essere rubricato alla mera casualità? La domanda incombe come un incubo, soprattutto per i congiunti delle vittime. Parole gemelle incubo e incombere: indicano entrambe un concetto pesante che grava su di noi.

(20 aprile 2020)

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I nostri anziani e la prudenza mancata

“Un femore rotto che è guarito è la prova che qualcuno si è preso del tempo per stare con colui che è caduto, ha legato la ferita, ha portato la persona in sicurezza e ha curato la persona attraverso il recupero. Aiutare qualcun altro a superare le difficoltà è dove inizia la civiltà”. La frase appartiene alla nota antropologa statunitense Margaret Mead. La frase appartiene al web, perché di immediata chiarezza. Ma è particolarmente forte per chi abbia o abbia avuto un genitore anziano, e abbia temuto per lui la frattura del femore. La fragilità dell’equilibrio della salute nell’anziano è tale che potrebbe essere difficilmente recuperabile, una volta compromessa. E dunque con ogni cura e ogni cautela il congiunto evita di esporre il genitore a rischi importanti. Prudenza è parola parente di previdenza: provare a immaginare le cose prima che accadano. Quel che non è accaduto in tante e tante case di riposo, anche in Veneto, nella tempesta del virus. 

(19 aprile 2020)

La cura degli anziani e la trascuratezza

Cura. Trascuratezza. Parole che derivano dallo stesso ceppo. Chiamano in causa un monosillabo latino: cur, che significa “perché”. Cura coglie la domanda, trascuratezza indica esattamente l’inverso. Ebbene, si sta levando il sipario su quel che accadeva in tante case di riposo in Italia. E sono storie che parlano di cura mancata. Il Veneto non fa eccezione. Le vicende delle strutture di accoglienza di Merlara (Pensionato Scarmignan) e di Conegliano (Casa Fenzi) appaiono tristemente esemplari.  Il presidente di Casa Fenzi ieri ha chiesto che siano accolti in ospedale gli ospiti malati e parla di «assoluta emergenza a seguito dei drammatici sviluppi del contagio». In totale sono risultati positivi al test 112 anziani (il 59,5% sul totale). Allargando il cono visuale, vedremo che circa 4 morti su 10 nelle statistiche ufficiali da Covid-19 in Veneto provengono dalle case di riposo. Ma pur nella tempesta scatenata dal virus non era in alcun modo un destino ineluttabile.

(18 aprile 2020)

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Il virus toglie il respiro alle imprese

Respirare. Viene da “spirito”, che in latino valeva per soffio o vento. Sta venendo meno l’ossigeno alle imprese. “Arrivano telefonate di migliaia di imprenditori che piangono per la situazione, è una fase di preoccupazione e disorientamento totale. Bisogna riaprire, o rischiamo una recessione drammatica”. Lo dice Claudio Alessandrini, direttore di Centromarca Banca, una delle ex casse rurali innervate nel Veneto dei mille campanili e delle micro, minime, piccole aziende costitutive dell’economia nordestina. Il Decreto liquidità sostiene garanzie fino a 400 miliardi di euro. Ma gli annunci del governo tali sono rimasti. La politica, e la orrida bestia burocratica, non tiene il passo con la rapidità dell’economia. Il virus ha tolto il soffio vitale a oltre 22mila italiani (di cui 1.019 veneti). Sono con il respiro sospeso migliaia di aziende e i dipendenti che di quel lavoro vivono. Prometeia stima il Pil veneto a -7,1%, ma può solo peggiorare. Fate presto.

(17 aprile 2020)

La scuola in guerra e il caffè di carrube

Il virus tornerà a mettere in tempesta i nostri mari in autunno. E dunque eccoci a discutere della possibilità/utilità di riaprire le scuole e, eventualmente, dei modi per garantire la adeguata distanza in classe. Bene. Indispensabile concepire logistica e tecnologie nuove, conservando però quanto possibile la scuola come luogo fisico della formazione. Vorrei uscire da una retorica banalizzante: che le video lezioni garantiscano agli studenti un percorso comparabile al modello tradizionale. Tralascio che tante famiglie non possiedono computer e banda larga, e che le scuole elementari spesso non hanno attivato alcuna lezione in remoto. Il punto è che il verbo “educare” etimologicamente vuole dire “condurre”: i docenti portano per mano gli studenti. Tant’è che i campus universitari sono nati per favorire la mescolanza tra ragazzi e docenti. In remoto perdiamo ricchezza. In tempo di guerra, mancando il caffè, usavano anche le carrube. Ma era un surrogato. 

(16 aprile 2020)

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Il virus, il debito, Scilla e Cariddi

Mes, eurobond, coronabond, covid bond. E via elencando nel lessico opaco di chi non vuol farsi capire (i sacerdoti del tempio della finanza). Ma la sostanza è sempre semplice. Lo Stato ha solo tre modi per sostenere le sue spese: tassare i cittadini, svalutare la moneta, ricorrere al credito. Noi lo sappiamo da gran tempo, poiché il primo debito pubblico di cui abbiamo notizia risale al 1167, per via di un prestito forzoso imposto dalla Serenissima Repubblica ai cittadini più abbienti (alias tassa patrimoniale). Ebbene, bond vuol dire appunto prestito. E qui la questione è pure semplice: con buona pace di euroscettici e sovranisti da salotto, nessuno al mondo ci presterebbe denaro se non a tassi di interesse folli. Non siamo affidabili. Se ce li presteranno a tassi decorosi, sarà perché la Bce farà da garante. E dovremo essere consapevoli che di debito parliamo, indispensabile per superare Scilla (il virus) e Cariddi (la depressione economica). Ma debito.

(15 aprile 2020)

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La pazienza del paziente e la passione del medico

Non esiste passione senza pazienza. Ma è vero anche l’inverso. Perché le due parole sono quasi sinonimi (sul piano etimologico). Ci sta dentro la condizione del patire, ma anche l’attitudine della resistenza. Vale per il paziente, che patisce l’assalto. Vale per i familiari di chi è stato aggredito dal virus e sono alle prese con la necessità della pazienza, dentro a un cammino di passione. Vale per i medici e gli infermieri che hanno riscoperto la radice della loro passione. Che sta nell’assistere chi sta male e averne compassione, non nel valore della parcella. Lo testimoniano, tra i mille altri, il dottor Luca Andriollo, laureato a Padova nel 2018, accorso in prima linea ossia al pronto soccorso di Cremona; il prete bellunese Alessio Strapazzon, che ha ripigliato la sua precedente missione di infermiere; l’ex primario a Oderzo, Ignazio Roiter, rientrato dalla pensione. Ci scuseranno i tanti altri che meriterebbero citazione. Avranno pazienza.

(14 aprile 2020)

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Libera nos a malo e la solitudine del prete

Mi è capitato ieri di entrare in una antica chiesa a Padova. In fondo, nell’immensa monumentale navata svuotata dal virus, sedeva un prete. Solitario. Immerso nella lettura di un libretto: “Dialogo della storia e dell’anima carnale”, firmato da Charles Péguy. Del poeta francese, nato nel 1873 e morto nel 1914 nella prima battaglia della Grande guerra (non comparabile con la nostra burrasca da virus), il prete nella sua tonaca nera mi ha fatto osservare una pagina. Ecco anzi la frase che vi riporto: «Per la prima volta dopo Gesù, sotto i nostri occhi, abbiamo visto sorgere un mondo nuovo, una società costituirsi, o almeno assemblarsi, (nascere e) crescere, dopo Gesù, senza Gesù». Il virus infatti interroga anche la Chiesa e il suo futuro. Risponde il prete: “Non mi interessa quanti saremo. Ma che i cristiani sappiano essere sale della terra”. Sembrano trascorsi secoli dal tempo descritto da Luigi Meneghello in “Libera nos a malo”, uscito appena nel 1963.

(13 aprile 2020)

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Libera nos a malo e la solitudine del prete

Mi è capitato ieri di entrare in una antica chiesa a Padova. In fondo, nell’immensa monumentale navata svuotata dal virus, sedeva un prete. Solitario. Immerso nella lettura di un libretto: “Dialogo della storia e dell’anima carnale”, firmato da Charles Péguy. Del poeta francese, nato nel 1873 e morto nel 1914 nella prima battaglia della Grande guerra (non comparabile con la nostra burrasca da virus), il prete nella sua tonaca nera mi ha fatto osservare una pagina. Ecco anzi la frase che vi riporto: «Per la prima volta dopo Gesù, sotto i nostri occhi, abbiamo visto sorgere un mondo nuovo, una società costituirsi, o almeno assemblarsi, (nascere e) crescere, dopo Gesù, senza Gesù». Il virus infatti interroga anche la Chiesa e il suo futuro. Risponde il prete: “Non mi interessa quanti saremo. Ma che i cristiani sappiano essere sale della terra”. Sembrano trascorsi secoli dal tempo descritto da Luigi Meneghello in “Libera nos a malo”, uscito appena nel 1963.

(12 aprile 2020)

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La favola di Scarpa a teatro e sul giornale

Il Teatro stabile del Veneto mette a disposizione una galleria di audio-letture di fiabe e favole. Un modo per accompagnare il tempo sequestrato dei più piccoli e delle famiglie. In questa direzione va pure l’alleanza digitale con gli Stabili di Bolzano e Trieste. I teatri delle Venezie iniziano a parlarsi, promettono un discorso importante quando avremo battuto il virus. Si chiama politica culturale. Il Teatro Stabile ha chiesto di leggere una favola a Tiziano Scarpa e il narratore veneziano ha fatto di più: ne ha scritta una nuova di zecca; la potrete leggere a puntate su queste pagine da oggi. Anche a me è stato chiesto di inviare un paio di file audio. Ho scelto di leggere una fiaba nordica (sprigiona la fantasia) e il brano delle fatiche di Ercole dove l’eroe corre la sfida di pulire le immense stalle del re Augia (in gioco energia ma soprattutto intelligenza e audacia). Servirà energia, fantasia, audacia e intelligenza per ricostruire dopo la burrasca.

(11 aprile 2020)

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Samar veniva dalla Siria per assistere noi

Ma cosa significa assistere? Il senso delle parole può essere assai ingannevole e duplice, anzi antitetico. Assistere, ce lo insegna il latino, significa “stare vicino” e, volendo rimarcare, “fermarsi accanto”. Un verbo parente di per-sistere. Ma un conto è assistere a una trasmissione Tv, tutt’altro è assistere un malato. Rimanere vicino non è in sé un gesto connotante: conta invece se siamo osservatori magari distratti, oppure se proviamo com-passione. Il verbo ci chiama a dedicare un ricordo a Samar Sinjab, di anni 62, di origini siriane. Parliamo del primo medico di base morto in Italia nella gran burrasca generata dal virus. Medico era anche il marito e così i figli Rafi e Dania. Samar Sinjab era medico di base a Borbiago di Mira, zona infetta tra le prime. Con buona pace dei sovranisti insulsi, la parola migrante deriva da una radice indoeuropea che significava “mutare”, “scambiare”. E dallo stesso ceppo germinano “munus” (dono) e “communis”. Ma anche munifico.

(10 aprile 2020)

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La solitudine nel lutto e nella lotta

“Antonietta è molto provata: l’altro giorno, dopo avere tentato la settimana scorsa di preparare sua madre dicendole che il marito peggiorava, le ha comunicato che se ne era andato. Al telefono. Ti assicuro, una esperienza traumatica e tragica, come quando in guerra venivano a sapere da un telegramma che avevano perso il fratello o il padre in trincea. Mai avrei pensato nulla di simile”. Un messaggio tra i molti segnati di nero che marcano il nostro tempo sospeso. In cui anche gli ultimi istanti sono costretti nella gabbia asfissiante dell’isolamento. Nella solitudine. Nella impossibilità di elaborare il lutto, elaborazione che nell’incontro con gli altri trova una umana via di decantazione. Lutto è parola che germina da lotta. Ma il virus implica che ciascuno avvolto nella cappa del lutto è in lotta solitaria. E da questo abisso chi ci è caduto penerà tempo per risalire. Accanto ai caduti dovremo fare memoria anche dei familiari sopravvissuti. Tanti segni di consapevolezza emergono già.

(9 aprile 2020)

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I negazionisti, il cinismo e varia umanità

Umanità. Per qualificare il termine, potremmo dire “varia umanità”: perché così intendiamo parlare del variegato consesso degli uomini. Appartengono al consesso anche quanti ieri mi dicevano che “tanto stanno morendo solo vecchi e l’Inps ringrazierà”. Chi la espone partecipa ai negazionisti e vuol fare ripartire subito le aziende. Tutte. Umano il terrore del fallimento e di vedere spazzato via in un battibaleno i sacrifici di una vita. Troppo facile chiudere il tema col bollo del “cinismo”. Ma esiste anche un’altra chiave per interpretare la parola “umanità”. E riguarda le caratteristiche dell’essere umano. Una parola cruciale, che nell’opinione collettiva contiene l’inverso di meschinità, ingordigia, capacità di detestare i propri simili. E difatti il virus ha esaltato – anche – infinite storie di comprensione, generosità, solidarietà. Patrimonio di umanità da cui ripartire. Ricordando che la parola uomo ha in latino la stessa radice della parola terra (humus).

(8 aprile 2020)

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Vedere e ascoltare per curare persone

Curare, vedere, ascoltare. Che parentela esiste tra questi tre verbi, all’apparenza distinti e autonomi tra loro? La cura chiama in causa una personale assunzione di responsabilità. La responsabilità che discende dal vedere, anzi da una osservazione scrupolosa. Difatti la radice etimologica di “curare” assume il significato originario di “osservare”. Ma non può avvenire una terapia medica, la coltivazione di un progetto o di una preoccupazione altrui, l’assistenza di chi è in difficoltà, senza “vedere” chi hai di fronte: non vi può essere distrazione. Allo stesso modo, il verbo “vedere” implica una elaborazione mentale del tutto differente dal semplice “guardare”; e così vale la distinzione pure tra “ascoltare” e “udire”. Perché la cura pretende appunto vedere e ascoltare. Lo testimonia sulle nostre pagine l’esercito di medici, infermieri, operatori socio-sanitari che raccontano il loro incontro con malati che chiedono in primis conforto. Persone.

(7 aprile 2020)

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Il Nyt e l’avanguardia veneta nella battaglia

"In nessuna parte d'Italia la ricerca della strategia anticorpale è più intensa che in Veneto. Con la sua ricchezza di risorse - consulenti di alto profilo e presenza biotecnologica e apparato produttivo - la regione Nord Orientale italiana può essere posizionata in modo univoco per influenzare il dibattito globale e fornire approfondimenti per il resto del mondo". Il lungo articolo di prima pagina uscito sul New York Times ieri chiarisce in modo inequivoco come la battaglia al virus in Veneto è interpretata a livello mondiale. L’idea di base consiste nel fatto che la riapertura sarà graduale e chi ha gli anticorpi potrà tornare prima alla “normalità”. Idea fatta propria dal presidente Luca Zaia, che ha avuto il fiuto per cogliere le competenze presenti tra gli scienziati dell’Università di Padova e affidarvisi. Dobbiamo tutti augurarci che la “sfortunata posizione di avanguardia italiana tra le democrazie occidentali” nella lotta al virus sia coronata da successo.

(6 aprile 2020)

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Il messaggio in bottiglia datato gennaio 1944

Qualche giorno fa, dalla cantina è emerso un tubo di gomma dura. Dentro al tubo, stava arrotolato un foglio di carta. Riporto il testo per intero:“Nel mese di gennaio 1944, il presente tubo collegava un vagone del treno all’altro e comandava i freni. Proveniente da Venezia e diretto verso Udine e di lì in Germania, dovendo attraversare il Piave, essendo a tal punto la ferrovia in salita, il treno rallentava: approfittando anche del buio, sono riuscito a tagliare il tubo, cosicché il convoglio si è fermato. Sono stato notato da soldati tedeschi addetti alla scorta, che hanno sparato numerosissimi colpi d’arma da fuoco, però senza colpirmi. N.B.: Preciso che tale operazione l’ho eseguita diverse volte”. Il messaggio in bottiglia è stato scritto da mio padre Vincenzo, che nel 1944 non aveva nemmeno 19 anni e che è “andato avanti” il 15 giugno dello scorso anno. Viene a dirmi di confidare che anche in questa guerra ce la sapremo cavare.

(5 aprile 2020)

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Racconti a puntate e rebus per la grande traversata

Anche i giornali sono interrogati dalla burrasca chiamata Covid-19. Siamo chiamati a riflettere sul nostro modo d’essere infrastruttura e dunque servizio per la comunità. Ai sub tocca una azione necessaria quando riemergono: devono fare decompressione. Da oggi vi proponiamo un contributo per decomprimere un po’ di ansia e per trascorrere il tempo costretto in casa. Parliamo di un set di pagine fuori dall’ordinaria offerta informativa: domani troverete un inserto di 8 pagine di enigmistica; da oggi potete leggere una serie di  racconti a puntate firmati da alcuni dei più affermati narratori veneti  (Paolo Malaguti, Matteo Righetto, Massimiliano Santarossa, Nico Stringa e poi i vincitori delle ultime tre edizioni del Premio Campiello Giovani); alcuni chef stellati proporranno le loro ricette, elaborazioni semplici con quel che sta nella cambusa di una casa qualsiasi; le serie Tv più in voga saranno un focus ulteriore. Buona lettura e buona traversata.

(4 aprile 2020)

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Pubblico e privato, la sanità differente

Che differenza corre tra privato e pubblico in sanità? La risposta è semplice. Semplice non è l’opposto di difficile. Semplice è l’inverso di duplice o di molteplice: vuol dire che in un colpo d’occhio si deve fare sintesi, condurre a unità. Senza scadere nel semplicistico. Come pretende il virus. Ebbene, la differenza tra privato e pubblico l’ha chiarita ieri Giorgio Palù, docente emerito di Microbiologia alla università di Padova e presidente uscente della Società europea di virologia. Palù osserva che nel sistema sanitario lombardo, largamente a maggioranza privata, mancando un adeguato filtro di medici di base e di Igiene pubblica territoriale, quanti si presentavano ai Pronto soccorso sono stati accompagnati in corsia d’ospedale (con relativa diaria). Dove il virus si è tragicamente diffuso. L’abisso nelle statistiche dei lutti e dei contagi tra Veneto (sistema pubblico) e Lombardia (privato) ha anche questa origine. Da tenere in conto.

(3 aprile 2020)

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Le statistiche e i codici della nostra civiltà

Secondo il modello matematico della University of Washington, il picco del virus negli Stati Uniti sarà raggiunto attorno al 15 aprile e il bollettino dei decessi conterà 84mila nomi entro agosto. Le stime più plumbee pubblicate dalla Casa Bianca arrivano a valutare fino a 200mila persone uccise dall’epidemia entro agosto. Fin qua il nudo e crudo esercizio della statistica. Ma dovremmo seriamente domandarci quale sarà la componente di vecchi e quale, non di meno, di persone non dotate di copertura assicurativa e dunque di assistenza sanitaria. Tra le tante domande che il virus sta ponendo, una riguarda il tema della civiltà ossia dei codici dentro ai quali scriviamo il patto di convivenza tra uomini. Che interrogativi ci pone la circolare degli ospedali della New York University che autorizza a non intubare i pazienti in stato di salute ritenuto irrecuperabile? Come valutiamo il rifiuto opposto da vari ospedali a malati non provvisti di polizza assicurativa? Non riguarda solo i cittadini americani.

(2 aprile 2020)

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Tina Anselmi, le cure per tutti e le tasse

In questo tempo che soprattutto difetta di memoria, fatichiamo a ricordare che il sistema sanitario nazionale è conquista recente: datato dicembre 1978, ha innestato l’Italia nel novero dei paesi più civili. Chi ricorda più sigle come Enpas o Inam? Parliamo delle cosiddette Mutue, le casse che le varie categorie di lavoratori condividevano per proteggersi da infortuni e malattie. Assicuravano una minima assistenza a chi era titolare di un contratto di lavoro e ai relativi familiari. Vale a dire che una parte cospicua di cittadini era esclusa. La riforma, che estende la garanzia della salute in modo universale, dipende dal pensiero e dall’energia del ministro dell’epoca, la trevigiana Tina Anselmi. Il sistema sanitario italiano è ritenuto il terzo al mondo dall’Oms, nonostante non ne abbiamo gran consapevolezza neppure in Veneto. Viene detto sistema universale perché cura tutti (con le tasse di tutti). Come vediamo nella guerra contro il virus.

(1° aprile 2020)

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L'uscita dalla burrasca e il post emergenza

 Il nostro punto nave pare avvicinare l’uscita dalla burrasca. Lo dicono tanti numeri: sono numerosi gli esperti che sottolineano l’efficacia della rotta seguita e, però, mettono in guardia sulla necessità di perseverare. Significa che le misure di “distanziamento” sociale funzionano. E in pari tempo che sarebbe dissennato cedere alla tentazione di allentarle prima che il virus sia debellato. Chi va per mare sa che con la tempesta va innalzato appena un fazzoletto di tela dura e spessa, chiamata allusivamente tormentina. E chi s’arrischiasse di issare randa e genoa prima che i venti maligni avessero smesso di spirare, magari abbassando anche la vigilanza, esporrebbe la barca e l’equipaggio a pericolo grave. Gli scienziati predicano prudenza. Che va associata alla necessità di iniziare a pensare al “dopo”, e qui il pensiero delle istituzioni appare ancora balbettante assai.

(martedì 31 marzo 2020)

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Il patto contro l'emergenza della fame

Il patriarca di Venezia, Francesco Moraglia, ieri nella cripta di San Marco ha usato parole di drammatica potenza: “È emergenza sanitaria. È emergenza sociale imminente, è emergenza della fame. Da cittadino italiano e europeo sento il silenzio di chi deve parlare, l’Europa”. Il silenzio dell’Unione, più che mai disunita e attonita, è indiscutibile. Ma noi italiani a quaranta giorni ormai dallo scoppio della burrasca siamo chiamati non di meno a parlare con una voce unica e solidale. Tema che chiama in causa pure gli inquilini del Palazzo, puerilmente attardati in giochi di potere inescusabili. Tant’è che il ceto dirigente effettivo è tutt’altro rispetto a quello apparente (modesto assai). La Costituente fu il luogo in cui le energie e le intelligenze più vive e delle più differenti provenienze politiche e culturali poterono portare i mattoni di cui è fatta la nostra Repubblica. I liberi e forti di oggi, come quelli di allora, sono chiamati a un patto e a praticarlo.

(lunedì 30 marzo 2020)

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La soglia di casa come la trincea di guerra

Disciplina e discepolo sono parole che rimontano alla stessa matrice latina. La disciplina è intimamente, etimologicamente legata all’apprendimento. Non esiste maturazione di alcun risultato fuori da un percorso di regole severe. I giorni nostri non ammettono infatti lassismo e permessivismo. Siamo chiamati a una disciplina rigorosa. E cosa stanno largamente dimostrando i veneti di avere imparato? A uscire di casa solo per autentiche necessità. Condizione ineludibile per battere il virus. Nella narrazione corrente, gli ospedali sono definiti la linea del fronte. Ma è una metafora impropria: la trincea, ossia il luogo primo del combattimento, sta entro la soglia di casa. Gli ospedali sono come gli ospedali da campo, durante la guerra: accolgono feriti e morenti, li accompagnano con ogni competenza. Competenze maturate in capo a lunghi studi. A un rigoroso esercizio della disciplina. La stessa richiesta a noi. In barca l’indisciplina è bandita.

(domenica 29 marzo 2020)

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Il passo dell’alpino per il rinascimento

“Abbiamo davanti una profonda occasione di riflessione. Ne usciremo migliori, molti inutili parolai scompariranno. A Palazzo non si rendono conto che la realtà è più avanti, che i vecchi metodi sono preistoria. Qualcuno non avrà più la sicurezza nazionale e gli sbarchi, motivo unico del successo elettorale. Renzi ogni volta che parla, precipita. E pensare che poco tempo fa sembravano il futuro. Per fortuna c’è Zaia, ma anche Ricci a Pesaro, Nardella a Firenze e tanti altri validissimi sindaci. Si dovrà ripartire dalla base della piramide non dai vertici romani. Come san federalismo vuole. Un abbraccio forte. Bepicovre”. Ecco, caro lettore, il messaggio inviatomi qualche giorno prima di morire dall’ex deputato, ex sindaco leghista Giuseppe Covre. Tumulato ieri al cimitero di Colfrancui, con il cappello d’alpino sulla bara. Ci parla del virus e del futuro, quand’era malato terminale. Ci sfida a essere pari al nostro passato. Ogni rinascimento nasce dal passato.

(27 marzo 2020)

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La legione dei benefattori in battaglia

La lapide in pietra d’Istria dice: A Sibilla De Cetto che con il marito Baldo De Bonafari fu generosa fondatrice 1410-1421. Le altre lapidi portano centinaia e centina di nomi delle maggiori famiglie patrizie, ma anche di preti, notai, mercanti, di cittadini della Serenissima provenienti dalla Terraferma e da Istria e Dalmazia. L’ultima lapide dice così: Dopo 200 anni l’ospedale si ripropone per conseguire i nuovi traguardi della salute nel terzo millennio. Segue l’indicazione del donatore Fondazione Cassa di risparmio di Padova e Rovigo, 2001. Bianco il resto della lapide. Parliamo delle lapidi nel chiostro dell’ospedale maggiore di Padova, che sussiste dal XV secolo per via d’una legione di benefattori. La eccellenza della scuola medica padovana su queste lapidi è costruita. Su questa storia è innestato il fiume di odierne donazioni – finora oltre 13 milioni destinati alla Regione – per battere il virus. Animo: abbiamo una lapide bianca da riempire.

(26 marzo 2020)

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Il combattimento e la gratitudine verso i nostri vecchi

La prima pagina del giornale francese per eccellenza, ossia Le Monde, ieri era interamente marchiata coronavirus. L’emergenza dilaga. Con un’enfasi sul “combattimento” nelle case di riposo, che rivela “cifre drammatiche e allarmanti”. A Cornimont, paesino dei Vosgi, su 115 ospiti hanno contato 20 morti. Perché citiamo i dati francesi? Vogliamo illuminare un aspetto cruciale e insieme struggente di questa guerra: che è appunto l’impatto del virus sulla popolazione più anziana. Nelle case di riposo venete – le cifre sono di ieri – il mesto bollettino dei morti è salito a 30 persone, ma sono anche stati rilevati positivi 336 residenti e ben 211 operatori sociosanitari. Su questo versante va concentrato lo sforzo più intenso, e lo sanno bene le istituzioni (a iniziare dalla Regione). Lo dobbiamo per gratitudine ai nostri vecchi: ciò che siamo e ciò che abbiamo come patrimonio – assai prima ideale che fisico - lo dobbiamo al loro impegno e ai loro sogni.  

(26 marzo 2020)

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Il contagio e le frontiere contro l'Italia

Il portale in autostrada dice: “Frontiera con la Slovenia chiusa”. E chissà per quanto tempo ancora il messaggio resterà a ammonire e a interrogare. Un secondo avviso compare sul video e rivela la progressione galoppante dell’infezione in Austria: le statistiche parlano di 4.485 casi positivi, di 25 vittime e di 28.391 sottoposte a tampone. L’Austria il 7 marzo – sperando di isolare in Italia il contagio - era stata lesta a chiudere il Brennero, interrompendo il cordone ombelicale tra Nordest e Nord Europa. E allora eccoci oggi a osservare come il virus stia ridisegnando le mappe e costringendoci a riflettere sulla follia di chi pensava solo poche settimane fa a erigere muri. Al contrario, la possibilità di finanziare un Piano Marshall per ricostruire l’Italia dopo il bombardamento marchiato coronavirus è legata esclusivamente all’Unione europea. Da soli non ce la possiamo fare, non abbiamo alcun credito per poter emettere ulteriore debito. Stop. Il resto è propaganda.

(25 marzo 2020)

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Otto secoli di storia per difenderci

Quali sono le ragioni per cui in Veneto il virus ha un andamento – pur nella sua gravità - del tutto differente da quel che mostra purtroppo in Lombardia, in Emilia, in Piemonte? La ricerca scientifica nei prossimi mesi lo dirà nel merito. Ma nel frattempo emergono tre evidenze. La prima: quando è divampato il primo focolaio a Vo’ Euganeo, è stato cinturato con massima severità. Il secondo: in solitaria, il Veneto ha adottato una campagna di tamponi molto estesa, tale da isolare a domicilio un numero di contagiati asintomatici o lievemente sintomatici assai superiore alle altre regioni (e dunque contenere la diffusione dell’epidemia). La terza: i cittadini veneti hanno largamente obbedito alle prescrizioni. A parte la terza, le altre ragioni hanno a che fare con competenze sedimentate lungo 8 secoli. Stanno all’università di Padova, che ha assistito e consigliato la Regione. Si chiama autorevolezza, parola che condivide la stessa matrice latina con autenticità.

(24 marzo 2020)

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"Duri i banchi", uniti per vincere l'onda

Un antico detto veneziano dice: “duri i banchi!”. Veniva pronunciato sulle navi della Serenissima affinché i rematori si tenessero ben saldi alle panche, nelle fasi dello speronamento nemico o sotto l’azione delle onde più alte e insidiose. Pericolo! Dal quale è possibile uscire solo se l’equipaggio rema all’unisono. Potremmo anche interpretare altrimenti il motto: i banchi sono duri. Anche oggi i nostri banchi sono duri. Perché l’ansia generata dal virus monta, perché le privazioni sono pesanti, perché la paura di perdere il lavoro incombe, perché i camion bergamaschi in mesta fila carichi di salme da cremare atterriscono, perché il lutto di un amico o di un congiunto grava sul petto. Vorrei riandare in questo primo “diario di bordo” – viene appresso all’annuncio del premier Conte che ci congela nelle nostre case – alle parole dette sul giornale di ieri da Demetrio Volcic. Dall’alto dei suoi 88 anni: “da questa guerra usciremo diversi. E migliori, se uniti”.

(23 marzo 2020)

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