Dopo il coronavirus: progettare il futuro con la vita smart

Le nostre routine sono state rivoluzionate, lo strumento che più di altri fa risaltare questa trasformazione è il poter lavorare da casa
A cute little boy hugging his mom tightly while she is working.
A cute little boy hugging his mom tightly while she is working.

Un analista finanziario, intervistato dopo la crisi del 2008, disse che così come c’è stato un prima e dopo Cristo, altrettanto c’era un prima e dopo Lehman Brother. A significare dell’importanza fondamentale che il fallimento della banca d’affari ha avuto nel mondo finanziario, oltre che nei sistemi produttivi. E le cui conseguenze sono tuttora ben visibili. Sono trascorsi solo 12 anni da allora e sicuramente ciò che stiamo vivendo in queste settimane (e nei prossimi mesi) segnerà una svolta ancora più radicale, con ricadute che coinvolgeranno gli stili di vita, i significati e le relazioni sociali, non solo le economie e la finanza. Basti solo pensare alla evaporazione dei confini di vita cui siamo abituati.

Le nostre routine sono state rivoluzionate, fatichiamo a distinguere i giorni feriali dai fine settimana. Le relazioni sociali e con i colleghi di lavoro si sono smaterializzate nelle piattaforme online. La distanza sociale forzata, per chi lavora, ha fatto diventare le nostre case come uffici, il lavoro non ha più un luogo. Così, le dimensioni dello spazio e del tempo oggi assumono declinazioni radicalmente diverse da prima. Si annullano e si dilatano, perdono i tradizionali confini. A pensarci bene, tutto ciò era già così, ma la condizione di forzato isolamento ha reso tutto ciò più evidente: lo tocchiamo con mano.

Lo strumento che più di altri fa risaltare questa trasformazione, che riguarda il lavoro, è lo smart working, il poter lavorare da casa, o in ogni luogo, grazie alla connettività della rete. Diverse imprese, per dare continuità alla produzione e ai servizi, si sono date una nuova organizzazione. L’emergenza ha obbligato a dotarsi di una modalità considerata finora residuale, almeno nei nostri contesti. Nel breve volgere di qualche settimana abbiamo fatto un progresso che forse avremmo pensato di fare solo in un lontano futuro. L’istruzione e la formazione sono totalmente traslocate sulle piattaforme digitali. Gli insegnanti hanno dovuto apprendere velocemente nuove modalità d’insegnamento che non è fatto solo di trasmissioni di sapere, ma soprattutto di motivazione all’apprendimento e alla creatività.

Le riunioni di lavoro in streaming insegnano che la discussione deve avvenire in modo ordinato, senza sovrapposizione di voci, altrimenti non ci si capisce. Abbiamo dovuto rivalutare la capacità di ascoltare gli altri. Lo smart working non è un “liberi tutti” sul lavoro perché viene meno il controllo diretto del datore o del superiore. Ma presume responsabilità e autonomia del lavoratore, capacità di decisione e condivisione, lavoro di squadra, fiducia del datore o del superiore. E gli studi su queste modalità dimostrano come il lavoro risulti più produttivo e più coinvolgente per chi lo svolge, permette un miglior bilanciamento fra vita professionale e familiare. Così, in diversi si sono affrettati a fare l’elogio dello smart working, della digitalizzazione delle relazioni, dell’e-learning e dell’apprendimento a distanza come il futuro che si fa attuale. A sollecitarne la diffusione e l’affermazione. D’altro canto, proviamo a pensare cosa e come sarebbe la nostra vita di isolamento forzato senza la possibilità di comunicare attraverso le tecnologie digitali, diventate ormai una protesi della vita sociale. Ma sarà così? Questa modalità di lavoro avrà il sopravvento?

Una risposta univoca non c’è. Ciò non di meno, non ci sono solo aspetti positivi legati alla diffusione dello smart working. Pensiamo alla insostituibilità della dimensione relazionale sul lavoro o a un lavoro in remoto individuale che allenta la condivisione e la solidarietà. Quanti, dopo alcune riunioni in streaming, non avvertono la freddezza dello schermo che è piatto, non solo fisicamente, ma anche sotto il profilo relazionale. E auspicano quanto prima di poter tornare a fare incontri tradizionali. Pensiamo a quella parte dell’apprendimento che ha bisogno di ambienti “caldi”, dove si può sviluppare una relazione fra i partecipanti, dove è possibile un apprendimento esperienziale ed emotivo. Pensiamo anche all’importanza che hanno i lavori manuali, non sostituibili da una piattaforma o robotizzati. E non si tratta solo degli eroi dei nostri giorni (personale medico e sanitario tutto), ma di tutti quei lavoratori che si recano in fabbrica, nei campi, nei servizi. Lavoratori e lavori che andrebbero rivalutati nella loro importanza sociale.

Pensiamo anche all’acuirsi delle disuguaglianze sociali che lo smart working potrebbe generare: rispetto alle risorse cognitive possedute, alle disponibilità economiche per disporre di un pc o il vivere in zone raggiunte dalla connettività (questione infrastrutturale sulla quale siamo ancora arretrati, basta vedere la qualità delle nostre connessioni). Facciamo tesoro di quanto stiamo vivendo per progettare il futuro, ponendo sulla bilancia gli aspetti positivi, ma anche le dovute attenzioni da avere. Scopriremo che serve un’accurata mescolanza di tecnologie digitali e umanità. Festina lente, dicevano gli antichi romani: agire velocemente, ma con accuratezza. Oltre al “know-how”, dobbiamo accrescere il “know-why”. —

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