Giornata mondiale della terra, Greenpeace: «Disastro pianificato, chi ha fatto i soldi deve pagare»

Il direttore delle campagne, Giannì punta il dito contro i big del fossile: «Si sono arricchiti con le guerre. Tutelare la pace è tutelare l’ambiente»
Valeria Pace
Alessandro Giannì, direttore nazionale delle campagne di Greenpeace
Alessandro Giannì, direttore nazionale delle campagne di Greenpeace

«Questa non è un’emergenza, è un disastro pianificato. C’è chi ha fatto i soldi distruggendo il clima, e le guerre hanno aumentato i profitti. Non è giusto che paghino i cittadini il costo della transizione». Alessandro Giannì, direttore nazionale delle campagne di Greenpeace e attivista di lungo corso (collabora con l’associazione dal 1993) non ha dubbi sulle responsabilità delle aziende del fossile a fronte di una situazione che «solo negli ultimi 15 anni in Italia ha portato a 400 morti per cambiamento climatico».

Come siamo arrivati fin qui?

«Non abbiamo fatto niente in 50 anni. Il primo articolo scientifico con un modello esplicito e dei calcoli molto chiari è del 1975. Se avessimo incominciato ad agire negli anni ’80 e ’90 ci sarebbe stato tutto il tempo per avere un impatto più dolce. Ma più tardi si agisce più crescono i costi per rimediare. E ancora adesso invece di agire si continua a parlare di “estremismo ambientalista”».

I costi sono un grande tema e rendono l’ambientalismo impopolare...

«Le aziende petrolifere negli ultimi anni hanno fatto degli extraprofitti fenomenali, non esiste che ora siano i cittadini a pagare per i disastri fatti da loro. Uno dei nostri slogan è “Stop drilling, start paying” (“Fermate le trivelle, aprite i portafogli”). Abbiamo anche aperto un contenzioso con l’Eni».

Gli extraprofitti fanno pensare alla crisi energetica nata dalla guerra in Ucraina. C’è legame tra guerre e clima?

«La tutela della pace è anche tutela dell’ambiente. Lo ha detto anche il segretario generale delle Nazioni Unite: una transizione energetica rapida è il più grande progetto di pace dell’umanità. Non solo».

Prego.

«Greenpeace Italia si è impegnata a far capire che l'apparato militare di questo Paese è tutela gli interessi dell’industria del fossile: l’aumento della spesa militare coincide con interventi che tutelano il flusso di combustibili fossili verso il nostro Paese. In più c’è chi ha approfittato delle crisi, dalla guerra con l’Ucraina e in Medio Oriente per annacquare e tradire le promesse fatte, dopo le battaglie dei ragazzi dei Fridays, con il Green New Deal».

Con le Europee alle porte, il vento politico sembra soffiare da un’altra parte.

«Queste crisi hanno spostato il baricentro politico. Per noi è estremamente pericoloso verificare come un ampio arco di forze politiche europee adesso consideri l’Europa non più come un progetto di pace ma come una grande possibilità per l’industria bellica».

Su questi temi c’è una frattura generazionale. Perché?

«È nell'interesse delle aziende del fossile dividerci e mettere i cittadini in condizione di non reagire, di impotenza. Con l’attivismo, che si può fare da volontari di Greenpeace oppure partecipando a qualche comitato locale o ancora prendendosi cura degli altri, cerchiamo una via d’uscita. Il cittadino che si arrende è fregato. La speranza è nell’azione e soprattutto nella consapevolezza, che permette scelte informate. Sono tutti atti politici».

Esiste un tipo di attivismo controproducente? Penso alla grande polarizzazione nell’opinione pubblica generata da Ultima Generazione.

«Questi gruppi mettono in campo azioni che Greenpeace non farebbe, ma hanno il merito di aver fatto partire discussioni importanti. Disturbano la nostra comodità e la espongono come illusoria. Quando il dito ha indicato una luna abbastanza fosca, se la sono presa con il dito perché farlo era politicamente spendibile. E questo ci fa capire i limiti della politica e anche dei media che hanno subito iniziato a parlare di “ecovandali”. I trattori degli agricoltori hanno abbattuto delle statue eppure nessuno ha parlato di “agrovandali”».

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