Gomorra veneta, condanne per 215 anni

MESTRE. Per la prima volta un giudice in Veneto, dopo le condanne alla banda della Riviera del Brenta di Maniero, afferma con una sentenza l’esistenza di un’associazione di stampo mafioso, in questo caso legata ai clan Casalesi della Campania. Ieri, il giudice veneziano Barbara Lancieri ha condannato 22 imputati a una pena complessiva di 215 anni, quelli ritenuti a capo dell’organizzazione sono stati condannati a 20 anni ciascuno. La banda strozzava gli imprenditori del Nordest, padovani, trevigiani e veneziani: prestava danaro in un momento in cui le banche hanno chiuso i cordoni della borsa e poi si impadroniva delle aziende, medie e piccole di chi non pagava, sono circa un centinaio gli imprenditori finiti nella rete, ma solo otto si sono costituiti parte civile assieme al ministero degli Interni, al Comune di Padova e a Sos Impresa: il giudice ha stabilito che tutti devono essere risarciti con cifre che toccherà al Tribunale civile stabilire, intanto ha deciso per una provvisionale complessiva di 340 mila euro, cento dei quali andranno al ministero e venti ciascuno all’amministrazione padovana e all’associazione degli esercenti.
Ecco le pene: venti anni di reclusione ciascuno per Mario Crisci, Massimo Covino e Antonio Parisi, 17 anni e otto mesi a Ciro Parisi, 15 anni e sei mesi a Ferdinant Selmani, 12 anni e sei mesi a Christian Tavino, dodici anni e quattro mesi a Diana Ziotti, 12 anni e 2 mesi a Patrick Halabica, nove anni a Gabriele Marostica, otto anni a G. Z., sette anni e otto mesi a Donatella Concas, sette anni ad Alessandro Mazza, sei anni e 4 mesi ad Angelo Nattino, cinque anni e 9 mesi ad Anna Guarino, cinque anni e 8 mesi a Nicola Pani, cinque anni e 4 mesi a Ivano Corradin, cinque anni ciascuno ad Assunta Covino, Salvatore Destito, Andrea Milani, Francesca Nattino, Pasquale Talamo e 4 anni e 8 mesi ad Alberto Carraturo.
Il giudice veneziano ha sostanzialmente accolto le richieste del pubblico ministero Roberto Terzo che ha coordinato le indagini degli investigatori della Dia di Padova, indagini avviate nel settembre 2010 e che in poco più di due anni hanno portato alla sentenza di primo grado, sbarrando la strada al tentativo degli uomini legati ai Casalesi di farsi spazio nel mondo economico ed imprenditoriale del Veneto. Durante la sua requisitoria, cinque mesi fa, il pm antimafia aveva chiesto 20 anni di carcere per il capo, Crisci, conosciuto con il soprannome di «dottore», del suo braccio destro Antonio Parisi e per Covino, colui che era incaricato di spaventare prima e di punire poi chi non versava in tempo gli interessi sui prestiti. Erano tutti accusati a vario titolo, oltre che di associazione a delinquere di stampo mafioso, di estorsione, sequestro di persona, usura. Il pm Terzo aveva sostenuto che il gruppo adoperava metodi inequivocabilmente mafiosi, avvalendosi in particolare di continui riferimenti alla loro appartenenza ai clan dei Casalesi per terrorizzare le «vittime». La loro azione aveva ottenuto un effetto generalizzato di assoggettamento e omertà all’interno di un ampio strato di piccoli e medi imprenditori veneti. Il loro fine era quello di acquisire la gestione o il controllo delle attività economiche. Il magistrato aveva citato numerosi stralci delle confessioni e dei racconti degli indagati, la maggior parte dei quali ha collaborato.
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