Graziano, così il nuovo esercito del Centenario «Professionisti delle missioni e leva civile»

L’INTERVISTA «L'Italia – come ha sottolineato il Ministro della Difesa al rientro dalla visita a Tripoli e Misurata – è disponibile ad aiutare la Libia, anche in ambito Unione europea, a contrastare...

L’INTERVISTA





«L'Italia – come ha sottolineato il Ministro della Difesa al rientro dalla visita a Tripoli e Misurata – è disponibile ad aiutare la Libia, anche in ambito Unione europea, a contrastare l'immigrazione incontrollata e per questo, come Forze armate, daremo ai libici ogni appoggio richiesto che possa aumentare la loro capacità operativa».

Così il generale Claudio Graziano, Capo di Stato Maggiore della Difesa, che oggi sarà a Vittorio Veneto per commemorare il Centenario con la presentazione (ore 17 al Museo della Battaglia) del libro “Grande Guerra: un racconto in cento immagini”. Non è casuale che lei arrivi a Vittorio Veneto, la città dove 100 anni fa finì la guerra, dopo essere stato in Libia, per accompagnare il ministro della Difesa. La presenza militare italiana in questo Paese quale contributo sta dando alla rigenerazione dell’auspicata convivenza fra quei popoli?
«L’Italia ha sempre avuto a cuore questo Paese, per interesse nazionale, per vicinanza culturale, per ruolo storico. In questo momento, la nostra missione di assistenza e supporto nel Paese, che risponde alle richieste del governo di Unità nazionale, comprende l’ospedale militare da campo a Misurata, la riparazione delle navi della Guardia Costiera libica da parte della Marina militare e altre attività di assistenza in atto. L’esperienza ci insegna che, per essere credibile e avere consenso, l’attività deve essere sviluppata dalle forze locali. Noi possiamo aiutare i libici a stabilizzare la Libia, sia con l’azione diplomatica, sia fornendo il supporto necessario, soprattutto in termini di organizzazione e addestramento delle forze di sicurezza libiche».
Vittorio Veneto è la capitale della pace, non solo italiana. Come è stato possibile arrivarci dopo Caporetto?

«A Caporetto il Paese sembrò crollare: c’erano stati centinaia di migliaia di prigionieri, di sbandati, tanti morti e tanti feriti. Fu una tragedia di grande portata ma la stessa gente, un mese dopo, seppe fermare il nemico sul Grappa facendo davvero scudo, uno scudo di sangue e di gloria, perché l’Italia, il Paese, l’ideale in quel momento fatale valevano più della propria vita. La ritirata di Caporetto e la difesa del Grappa e del Piave possono essere viste sotto una diversa lente della storia, quella che permette di raccontare di una grave e dolorosa sconfitta che però non fu disfatta perché divenne vittoria. L’Italia è diventata Italia per quel che è successo nella Prima Guerra mondiale, per quel che è successo il 24 ottobre del ’18 dopo un anno esatto dalla sconfitta di Caporetto con la battaglia di Vittorio Veneto e quella volontà di vincere che ci fu allora non si è sempre tramandata nella nostra storia. Proprio quei Paesi che si combatterono con ferocia su queste terre sono oggi gli alleati e gli amici migliori».
C’è ancora chi parla di ‘inutile carneficina’. Lei da studioso di questa tragica storia, oltre che da Comandante, che valutazione ne dà?

«Da quando sono diventato Capo di Stato Maggiore della Difesa, che più o meno è coinciso con l’inizio delle celebrazioni per il Centenario dell’entrata in guerra dell’Italia, ho voluto approfondire quegli avvenimenti per comprendere, attraverso lo studio, se i Capi militari di allora fossero obnubilati dal potere, fossero sadici o indifferenti alle sofferenze dei soldati o semplicemente se fossero solo figli della loro epoca. Certamente ci furono degli attacchi spaventosi e forse la guerra avrebbe potuto essere condotta, almeno in parte, diversamente. Si parla di decine e decine di milioni di morti, dal punto di vista militare fu la più grande tragedia e il conflitto più grande di tutti i tempi. I nostri soldati operarono bene e con valore ma bisogna anche ricordare che quella italiana era in fondo la Nazione più giovane tra tutte quelle che si sono confrontate; si trattò di un conflitto senza precedenti in cui il rischio per un soldato era davvero molto elevato e questo dà anche le dimensioni del coraggio. Non è soltanto con la paura della fucilazione che si può andare all’assalto ripetutamente 11 volte sull’Isonzo e arrivare peraltro vicini a vincere già nella battaglia del 17 sulla Bainsizza. C’è qualcosa dentro che sicuramente ti porta a farlo e che sicuramente l’Italia in quei momenti tragici è diventata Nazione ed è cambiato il modo di trattare e di comportarsi all’interno delle forze armate. La professionalità è nata dalle esperienze e indiscutibilmente fu un momento incredibile laddove si pensi che erano stati mobilitati anche decine di migliaia di allievi ufficiali e che la loro preparazione talora era certamente incompleta e perdite maggiori si registrarono proprio tra gli Ufficiali subalterni».
Sono improponibili i paragoni tra la Difesa di allora e quella di oggi. Quale evoluzione possiamo aspettarci, considerando questi 100 anni di cambiamenti ?
«Negli attuali scenari internazionali, che si presentano estremamente dinamici, complessi ed in continua evoluzione il nostro strumento militare si caratterizza per la capacità di operare trasformandosi al fine di rispondere in maniera adeguata ed efficace alle sfide che minacciano la nostra sicurezza. Viviamo una situazione complessa, che richiede un'analisi e una metodologia di approccio multidisciplinare e la consapevolezza che lo strumento militare sia solo uno dei mezzi a disposizione della comunità internazionale, talvolta forse il più decisivo ma non certo l'unico. Per poter cooperare ed essere credibili a livello internazionale è necessario essere competitivi e bisogna esserlo ad ogni livello: economico, militare e industriale».
Le missioni di pace continueranno a essere costitutive della nostra Difesa?
«L’Italia, quale membro attivo della NATO, dell’Unione europea e della Comunità internazionale, non si esime dalle proprie responsabilità e vanta un impegno duraturo nell'ambito del mantenimento della pace, nella promozione della cooperazione e dell'assistenza in tutto il mondo, come peraltro è sancito dalla Costituzione. È cosa risaputa che l’impegno internazionale delle nostre Forze Armate ha portato certamente lustro e prestigio al nostro Paese ed è uno tra i principali strumenti di politica estera. Oggi siamo impegnati in 32 missioni all’estero, in 22 Paesi o aree geografiche, con oltre 6.000 militari impiegati. Generali e Ammiragli italiani sono attualmente alla guida delle principali missioni internazionali in Libano, Kosovo, Somalia e nel Mediterraneo, a conferma dell’unanime riconoscimento della qualità della leadership militare nazionale e dell’impegno profuso in questi anni dalle Forze Armate. È indubbio che la valutazione sulle missioni all’estero non può che essere un atto squisitamente politico, di competenza dell’Esecutivo e del Parlamento in base ai prioritari interessi del Paese. Da un punto di vista tecnico-militare, devo comunque osservare che la partecipazione alle missioni internazionali ha anche un indubbio ritorno in termini di addestramento ed esperienza del personale, nonché di affinamento delle procedure tecnico-tattiche e della dottrina. Un ritorno che difficilmente si potrebbe maturare nel chiuso dei nostri poligoni, durante le attività addestrative».
Obbligatorietà di una mini leva civile: è ottimista?
«In molti anni le Forze armate italiane, diventate professioniste, si sono rivelate fra le migliori del mondo. Io ero presente quando la leva è stata sospesa non perché non fossero bravi i militari di leva, ma perché non potevano più essere impiegati in operazioni complesse e a rischio, visto che la possibilità di essere impiegati in operazioni deriva anche dall’addestramento e dalla capacità di operare in ambiti internazionali. Potrebbe esistere un nuovo progetto da vedersi come sia momento di formazione a servizi come la Protezione Civile sia come possibilità in futuro di allargare alle Forze armate in caso di bisogno. Insomma una nuova forma di riserva che potrebbe anche servire al ringiovanimento delle Forze Armate e allo sviluppo del Paese. Sono comunque argomenti da analizzare in profondità».
Quale sarà l’impiego futuro dell’esercito nella sicurezza interna?
«Sul territorio nazionale l’impegno delle Forze Armate è altrettanto rilevante: sono circa 7.300 gli uomini e le donne delle Forze Armate oggi impiegati in concorso alle Forze dell’Ordine nelle attività di controllo e presidio del territorio in chiave anti-terrorismo. Due le operazioni – “Strade Sicure”, a terra, e “Mare Sicuro”, nel Mediterraneo – sono emblematiche della stretta sinergia che si è sviluppata tra le Forze Armate e le Forze dell’Ordine per affrontare le nuove minacce alla sicurezza, che hanno reso sempre più labile il confine tra sicurezza esterna e interna della Nazione. Queste operazioni hanno reso il nostro Paese un modello di riferimento: basti pensare che la Francia prima, con l’Operazione “Sentinelle”, e il Regno Unito, poi, con l’Operazione “Temperer”, si sono rifatti al nostro esempio. L'Italia è un case study e dal punto di vista della cooperazione e collaborazione tra vari organismi può rappresentare un esempio e una specificità importante. Le Forze Armate continueranno ad operare a servizio della Nazione ogni volta che ce ne sarà bisogno».
Sa che Vittorio Veneto si aspetterebbe il ritorno dei militari, tanto è loro affezionata?
«Sono consapevole del particolare legame che i vittoriesi hanno sempre avuto con le Forze armate e posso assicurare che anche i nostri militari provano un sussulto al solo nominare Vittorio Veneto. Purtroppo, la necessità di riorganizzazione e razionalizzazione dello strumento militare nazionale ci ha portato, nel recente passato, a dover fare scelte dolorose, ma imperative. È certo, comunque, che Vittorio Veneto avrà sempre una posizione particolare e di preminenza nell’immaginario delle nostre Forze Armate e dei nostri militari». —



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