I Noe: «Pfas, colpa dell’Arpav di Vicenza se la bonifica è stata ritardata di otto anni»

Il rapporto dei carabinieri depositato in Procura lancia pensanti accuse anche a chi aveva la responsabilità dei controlli 
TRISSINO_MITENI_PARLAMENTARI_
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«La bonifica sarebbe potuta partire nel 2005». Lo dicono chiaramente i carabinieri Nucleo operativo ecologico (Noe) di Treviso nel dossier di 270 pagine presentato alla Procura di Vicenza sul caso dell’inquinamento Pfas che ha interessato mezzo Veneto e oltre 150 mila persone.

Il condizionale, purtroppo, è legato a una serie di gravi responsabilità, a partire da quelle dei vertici di Miteni, la società di Trissino che ha dato il via alla contaminazione della falda. Il Noe attribuisce forti colpe anche all’Arpav di Vicenza e dice chiaramente: se Arpav avesse fatto il suo dovere, «la bonifica sarebbe potuta partire nel 2005».

È il 13 gennaio 2006 e il personale di Arpav si trova nello stabilimento Miteni per chiudere e sigillare i pozzi che l’azienda aveva comunicato al Genio civile di non voler più utilizzare. Tra i compiti di giornata c’è anche la sigillatura dei nuovi contatori-totalizzatori presenti su tre pozzi che sono collegati alla barriera idraulica realizzata proprio da Miteni per arginare l’inquinamento della falda sotterranea.

L’anno prima Miteni si era accorta del problema e, senza comunicare – come impone la legge – l’emergenza in atto, aveva incaricato la società Erm Italia di realizzare una barriera idraulica da 199 mila euro per contrastare l’avanzare dell’inquinamento.

L’installazione dell’impianto prevedeva di per sé la comunicazione agli enti di controllo, mai avvenuta. Per procedere con i sigilli, dicono dal Noe, il personale Arpav avrebbe dovuto sicuramente constatare la presenza della barriera idraulica, «ma non ha mai segnalato agli enti tale modifica impiantistica e né, tantomeno, eseguito alcuna verifica».

Continua il dossier Noe: «La barriera idraulica è un sistema che si usa in caso di bonifica per confinare l’inquinamento, pertanto Arpav (oltre a segnalare immediatamente la situazione), avrebbe dovuto semplicemente analizzare un campione di acqua in ingresso alla barriera e ricercare le due sostanze principalmente prodotte dalla Miteni: benzotrifluoruri e Pfas».

Scioccante è la conclusione del Noe: «Se ciò fosse avvenuto, la bonifica sarebbe potuta partire nel 2005». Otto anni prima dello studio Irsev che rileva i contaminanti Pfas in falda. E ancora: il dottor Lorenzo Sacchetti, consulente della Erm Italia dal 2002 al 2007, tra i progettisti della barriera idraulica realizzata nel 2005, sentito dalla Procura come persone informata dei fatti ha chiaramente dichiarato che «nell’ultimo periodo in cui ho lavorato presso la Erm Italia ho incontrato probabilmente presso la Miteni l’ingegner Vincenzo Restaino dell’Arpav (all’epoca direttore del dipartimento provinciale Arpav Vicenza, ndr). Non ricordo nello specifico il colloquio avuto con Restaino, ricordo però che era a conoscenza del problema di contaminazione prodotto dalla Miteni».

Ad Arpav viene inoltre attribuita la responsabilità di aver avallato la posizione di Miteni, la quale ha sostenuto di aver realizzato la barriera solo nel 2013, anno in cui è stata dichiarata l’emergenza Pfas. Arpav durante le numerose ispezioni e verifiche dal luglio 2013 avrebbe dovuto capire e segnalare che la barriera idraulica non era stata allestita in quel momento. Per almeno otto anni, invece, Arpav ha chiuso un occhio. —


 

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