Il morso dell’Aspide: sono evasori, non vittime

Processo alla Gomorra veneta, parla Mario Crisci: «Usura? Sì, ma contratti fatti assieme ai loro consulenti»
Di Giorgio Cecchetti

MESTRE. «O’ dottore» ha parlato per tutti. Inizialmente, sembrava che più di un imputato fosse intenzionato a rispondere alle domande del pubblico ministero della Direzione distrettuale antimafia Roberto Terzo e del giudice veneziano Barbara Lancieri, ma ieri, in aula bunker, tutti hanno delegato Mario Crisci, il 34enne di Castevolturno (uno dei centri campani della camorra casalese). E si capisce perché: lingua sciolta, parlantina fluida, con le parole se la cava meglio degli altri. Ha confessato reati pesanti, ma ci ha tenuto a ribadire - lo ha fatto più volte - che Gomorra non c’entra, insomma che con i clan casalesi lui non ha nulla a che fare, nonostante le accuse. Non solo: si è tolto anche qualche sassolino dalle scarpe, sostenendo che tra quei cento imprenditori che avrebbe taglieggiato con i suoi, davvero pochi sarebbero «vittime pure»: «Molti, grazie a me, hanno mandato i capitali all’estero», ha spiegato, «e poi lavoravano in nero, la pratica della fatturazione fasulla per abbassare i costi era costante». Ne ha avuto anche per i loro commercialisti e consulenti: «Quando con la mia società, la Aspide, prestavo i soldi chiarivo a tutti quale era il tasso d’interesse, non è vero che lo scoprivano dopo, sapevano e accettavano con l’avallo dei loro professionisti, che erano presenti alle trattative». Un ritratto dell’imprenditoria del Nordest che non è certo nuovo e che la Guardia di finanza conosce da tempo: del resto, basta aprire i fascicoli per evasione fiscale accumulati negli uffici delle Procure di Vicenza, di Venezia, di Padova per provarlo.

Le imprese criminali di Crisci ed in particolare l’inchiesta sul suo conto del pubblico ministero Roberto Terzo e della Dia padovana è balzata agli oneri della televisione grazie alla trasmissione di Fabio Fazio «Quello che non ho» sulla 7: lunedì sera, durante la prima puntata, ne ha a lungo parlato l’autore di Gomorra, Roberto Saviano. Lo scrittore campano ha citato la vicenda per spiegare come i casalesi si insinuano nell’economia del Nord Italia, come si infiltrano nelle piccole e medie imprese venete, come le conquistano grazie ai loro capitali «sporchi» in un momento in cui le banche hanno chiuso i cordoni della borsa e non è facile trovare denaro. Saviano ha raccontato di uno degli imprenditori coinvolti, vicentino, che si è suicidato. E ancora: dei due imprenditori, padre e figlio, che in provincia di Padova sono stati picchiati, tanto che la stampella di uno di loro si è spezzata per un colpo più forte sulla schiena, e tutto in azienda davanti ai loro dipendenti perché non pagavano gli interessi da strozzini che quelli della «Aspide» praticavano.

Crisci ha ammesso intimidazioni e minacce, anche le spedizioni punitive. «Certo, mica andavamo dall’avvocato per fargli causa se non pagavano», ha detto «O’Dottore, «e loro sapevano che cosa li aspettava fin dall’inizio, conoscevano il tasso d’interesse che praticavo e come lavoravo. Non potevo farmi prendere in giro. Quei due poi, il figlio ci aveva raccontato che se lui non ci riusciva, sarebbe stato il padre a coprirgli le spalle, invece non hanno mantenuto la parola, io la mia la mantengo sempre». Ha ammesso che in qualche occasione lui e i suoi avrebbero «esagerato»: «Del resto quando mi arrabbio rischio di perdere il controllo e qualche volta è successo» ha ripetuto.Come quando si sono presentati da uno degli imprenditori inadempienti, un trevigiano, e gli hanno puntato la pistola in faccia, hanno anche fatto scorrere il carrello dell’arma come si stessero preparando a sparare, tanto che il poveretto si è sentito male e sono stati costretti a chiamare il cameriere del bar sotto l’ufficio per fargli portare qualcosa di forte.

Insomma, pur confessando ha cercato di farsi passare non tanto come un boss con i contatti giusti con la camorra casalese, ma come un manager dell’usura. Ha raccontato che i capitali iniziali, quelli poi utilizzati per i primi prestiti della società finanziaria con sede a Padova, li aveva accumulati grazie all’attività che aveva cominciato a svolgere prima in alcune regioni del Nord, poi soprattutto in Veneto, quella di trasferire capitali nelle banche estere per conto degli imprenditori. Un lavoro ben pagato che gli avrebbe permesso di accumulare danaro ma anche di avere contatti con decine di imprenditori veneti.

Sul banco degli imputati sono in ventisette e tutti hanno chiesto il rito abbreviato in modo da usufruire, in caso di condanna, dello sconto sulla pena finale di un terzo. Ieri, la giudice Lancieri ha rinviato l’udienza al 4 luglio, giorno in cui il pm Terzo inizierà la sua requisitoria, che durerà anche il 5 e il 6, al termine della quale chiederà le condanne.

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