Il no del signor Texa «Sbagliato svendere le aziende a stranieri»

Monastier, Vianello boccia Tronchetti e si appella a Renzi «Così facciamo morire il sistema industriale nazionale»
Di Daniele Ferrazza

MONASTIER. «Parlo con il cuore. Non si può svendere la nostra industria ai concorrenti: così muore il sistema industriale italiano». L’industriale Bruno Vianello, presidente della Texa di Monastier, ce l’ha con Marco Tronchetti Provera che ha venduto la Pirelli ai cinesi (dopo aver venduto Telecom agli spagnoli). «Avverto un tradimento, molto forte – spiega Vianello, che da concessionario di automobili ha costruito un’impresa da 60 milioni di ricavi e quasi cinquecento addetti –. I nostri nonni hanno fatto due guerre mondiali per difendere i confini italiani: adesso alcuni industriali italiani stanno liquidando le loro imprese vendendole agli stranieri. Ma così non è giusto: voglio parlare con il premier Matteo Renzi».

Vianello ragiona così: «L’impresa non appartiene unicamente agli azionisti. Ha un valore per il territorio e per i lavoratori: sono le nostre riserve naturali. Se liquidiamo le imprese che cosa resta in Italia? Per questo dico Tronchetti avrà fatto le sue scelte, ma io ritengo che il governo debba mettere dei limiti». L’industriale della Texa invoca dunque un intervento legislativo? «Lungi da me il dirigismo sovietico, ma credo che alcune industrie italiane strategiche debbano essere messe al riparo dai colossi stranieri. Credo che vendere ai cinesi la Pirelli sia aver ucciso quel know how costituito da un secolo di storia industriale italiana. Ai cinesi, un giorno, non importerà nulla tenere la testa in Italia e noi avremo perduto un patrimonio industriale importante». Una legge salva imprese? «Sì, una legge oppure agevolazioni tali da poter sottrarre agli industriali la tentazione di vendere agli stranieri pezzi di industria nazionale».

Secondo Vianello «il governo dovrebbe, come in altri paesi, poter intervenire nelle trattative che hanno ad oggetto aziende strategiche, il cui know how rappresenta un patrimonio nazionale, tanto quanto, per fare un esempio, i pozzi di petrolio lo sono per i paesi arabi».

I cinesi hanno promesso di conservare la testa dell’industria in Italia. «Mi sembra una promessa molto aleatoria – replica l’industriale trevigiano – una volta acquistato il know how e fatto passare un periodo di tempo necessario a fare decantare la situazione, cosa obbliga uno straniero a continuare a produrre qui ad un prezzo doppio rispetto a quanto gli costerà farlo in altri paesi?»

Per l’industriale il fare impresa in Italia va reso più semplice: «Alla fine è il nostro governo con tasse, balzelli e burocrazia ha reso la produzione costosissima: dunque deve essere il governo a tutelarci da Paesi dove si può produrre a molto meno. Ne va del futuro stesso del paese: una economia nazionale infatti sarà sviluppata e prospera quanto più dispone di un tessuto industriale forte, competitivo, innovativo e capace di misurarsi con le sfide economiche e tecnologiche del mondo. L’obiettivo della politica dovrebbe essere lo sviluppo della impresa italiana favorendo l’innovazione e la localizzazione manifatturiera dentro il nostro paese stesso». Vianello stesso ammette di aver più volte rifiutato di vendere la sua azienda: «Ho ricevuto offerte da gruppi tedeschi e anche italiani, ma io voglio bene alla mia impresa e al popolo Texa».

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