Il virologo Palù. "Il coronavirus non infetta gli animali domestici"
Dopo la notizia della tigre malata, Palù rassicura: "I cani non prendono il Covid. E i gatti non sono pericolosi per l’uomo"

PADOVA.
In principio fu lo zibetto, poi si parlò del pangolino, più recentemente di cani e ora di gatti e tigri: che il Covid-19 (o, più correttamente, Sars Cov2) possa aggredire anche gli animali è una certezza, ma quali siano i più sensibili, quanto possano soffrire per un eventuale contagio e soprattutto chi sia l’ormai famoso “ospite intermedio” è ancora in buona parte da scoprire.
Un recente studio in attesa di pubblicazione su Nature, però, ci dà le prime ottime notizie: il virus non sembra attaccare né i suini né il pollame, che vengono allevati a scopo alimentare, e per quanto riguarda gli animali da compagnia ne sono state trovate tracce solo nei gatti, che tuttavia non sviluppano la malattia.
Una rassicurazione che arriva dopo la notizia di una tigre infetta allo zoo del Bronx e; in precedenza c’erano stati i cani cinesi.
«Nella ricerca sui coronavirus» spiega il professor Giorgio Palù, docente emerito di Microbiologia all’università di Padova e professore associato di Neuroscienze e tecnologia alla Temple University di Philadelphia «è di grande importanza individuare l’animale che ha trasmesso la malattia all’uomo. Nel caso della Sars, o meglio Sars Cov1, sappiamo che il salto di specie è stato prima dal pipistrello allo zibetto e poi dallo zibetto all’uomo. Con la Mers, invece, i passaggi sono stati dal pipistrello al dromedario e dal dromedario all’uomo. Soprattutto in Arabia Saudita il dromedario è usato per le corse, come mezzo di trasporto ed è anche un simbolo di nobiltà, quindi spesso è allevato dai più ricchi. Quando è stato appurato che la trasmissione del virus avveniva tramite dromedario, ne sono stati abbattuti molti. Con l’attuale Sars Cov 2 è quasi certo che il virus si sia originato dal pipistrello, perché l’identità del genoma è del 98%. Poi sono stati condotti studi sullo zibetto, che è della famiglia dei viverridi e somiglia un po’ ad animali come moffetta, puzzole, donnole. Un altro animale che era stato individuato come possibile ospite intermedio è il pangolino, che invece somiglia a una specie di armadillo. Entrambi sono molto diffusi in Cina, ma il virus è stato ritrovato in pochissimi di questi animali e l’identità del genoma con il virus umano non supera il 93%, troppo poco. Quindi zibetti e pangolini possiamo escluderli: non sono stati loro a trasmettere la malattia all’uomo».
Ci sono però altri animali che sono stati oggetto di studio. E proprio in questi giorni si diffusa la notizia di una tigre, contagiata in uno zoo di New York. Le uniche evidenze scientifiche sono quelle che emergono da uno studio in pre-print su Nature del 5 aprile: «È stato preso il virus umano in concentrazioni molto elevate» spiega Palù «ed è stato inoculato a cani, gatti, topi, anatre, conigli e suini. Poi, andando a cercare il virus, nel cane non si è trovato, quindi considerando quanto è diffuso possiamo escluderlo come ospite intermedio. E non si è trovato nemmeno in suini, polli e anatre, che è molto positivo dato che la carne di questi animali è abitualmente consumata quasi ovunque. Quanto ai gatti, nessuno si è ammalato ma il virus era presente, e sembra che possano anche infettarsi tra loro. Questa informazione va presa però la dovuta cautela: prima di tutto l’infezione è avvenuta in maniera sperimentale, come non potrebbe mai avvenire in casa. In secondo luogo, non c’è alcuna prova di un possibile contagio da gatto a uomo: il virus viaggia nei liquidi e questi animali si leccano continuamente. Ma, finché non siamo noi a leccarli non dovremmo correre rischi». —
Argomenti:coronavirus veneto
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