«In Veneto dieci ospedali sono di troppo»

Benazzato: non siamo in regola con il decreto 70, bisogna chiudere o riconvertire le strutture
L' interno dell'ospedale Lotti di Pontedera fotografato questa mattina 19 dicembre 2011. Giornata di possibili disagi negli ospedali per l'adesione allo scipero del pubblico impiego di medici e infermieri: a rischio visite specialistiche, esami diagnostici e interventi chirurgici non urgenti, mentre saranno garantite le attività di Pronto soccorso, 118 e gli interventi urgenti. ANSA/STRINGER
L' interno dell'ospedale Lotti di Pontedera fotografato questa mattina 19 dicembre 2011. Giornata di possibili disagi negli ospedali per l'adesione allo scipero del pubblico impiego di medici e infermieri: a rischio visite specialistiche, esami diagnostici e interventi chirurgici non urgenti, mentre saranno garantite le attività di Pronto soccorso, 118 e gli interventi urgenti. ANSA/STRINGER

PADOVA. Adriano Benazzato è il segretario regionale dell’Anaao, l’associazione dei medici dirigenti che ha denunciato il fenomeno della “grande fuga” dalla sanità pubblica.

Dottor Benazzato, dove vanno i camici bianchi che lasciano gli ospedali?

«Nel privato accreditato dove trovano un ambiente di lavoro più tranquillo, oppure in pensione. In questi giorni è stata formalizzata la possibilità del cumulo a fini pensionistici, per cui i numeri delle partenze sono destinati a crescere ulteriormente. Sta succedendo oggi quello che temevamo da tempo».

Anaao punta l’indice contro il definanziamento in sanità, ma lo scorso febbraio il Veneto ha ottenuto 9 miliardi di euro, 75 milioni in più rispetto allo scorso anno dopo il riparto del Fondo sanitario della Conferenza delle Regioni,

«A febbraio la Regione ha stabilito tagli ai finanziamenti per il personale in diversi ospedali, in base alle disposizioni vigenti. La verità è che non ci possiamo più permettere la sanità così com’è organizzata oggi. Il decreto ministeriale 70 del 2015 ha obbligato le Regioni a rivedere la propria rete ospedaliera in base a standard specifici. Ma questi dati si scontrano con la realtà veneta fatta di ospedali diffusi, con piccoli presidi vicini gli uni agli altri».

La Regione è intervenuta sulla riorganizzazione distinguendo tra hub e spoke.

«Si, è stata prevista questa suddivisione, ma non si entra nel merito».

Che soluzione proponete?

«Occorre fare il punto partendo dalla situazione attuale che conta 68 ospedali, considerando anche i privati: una decina in più rispetto a quelli programmati dal decreto ministeriale 70. E bisogna decidere cosa fare di quella decina, se chiuderli o se riconvertirli. La Regione non li chiuderà perché si scontrerebbe con le proteste dei cittadini, ma di fatto, con la riduzione degli organici e della tecnologia, vengono soffocati un po’ alla volta. È necessario quindi prendere atto che manca il personale e partire da questo elemento per rivedere tutto. Diversamente, le conseguenze sono quelle a cui stiamo assistendo: i medici che se ne vanno dalla sanità pubblica. In queste condizioni non c’è alternativa alla riduzione degli ospedali».

Dietro alla carenza di personale c’è anche un problema di numero di laureati?

«No, i laureati in Medicina ci sono e le borse di studio sono adeguate. Mancano invece quelle della specializzazione. Se non si rimedia con scelte chiare e precise ci ritroveremo nei guai, col collasso di tutta la sanità».

Sabrina Tomè

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