La pattumiera interrata che sporca di Pfas il Veneto

TRISSINO. La pistola fumante l’hanno scovata a tre metri di profondità, sepolta nell’argine che separa il sito dello stabilimento dal torrente Poscola.
«Dai carotaggi nell’area industriale non emergeva niente, così abbiamo allargato gli scavi all’esterno», racconta Davide Drusian, il chimico responsabile della sicurezza ambientale di Miteni «e poco dopo la benna la sollevato un sacco di plastica bianco, era zeppo di scarti industriali. In presenza dei tecnici Arpav ne abbiamo riportati alla luce a decine, misti a quattrocento tonnellate di materiali interrati: residui chimici, calce, ferro, alluminio, serbatoi, amianto perfino. Al colpo d’occhio, una pattumiera sopra la falda acquifera, sì».
Oggi, a cinque mesi dalla scoperta, le analisi di laboratorio disposte dall’azienda (quelle dell’Arpav sono tuttora secretate dalla magistratura) hanno rivelato concentrazioni di sostanze perfluoralchiliche e benzotrifluoruri largamente superiori ai limiti di legge: eccola la sorgente inquinante, il vaso di Pandora dei Pfas e dei Btf che hanno contaminato suolo e acque nel cuore del Veneto. Un punto di svolta nelle indagini accompagnato dalla datazione documentale dell’evento: era il 1976 quando la proprietà dell’epoca - la società di ricerche e produzione Rimar di Giannino Marzotto - chiese e ottenne dal Magistrato alle Acque l’autorizzazione ad ampliare l’argine sul versante della collina: «Siamo convinti che il terrapieno sia stato colmato con sassi, terriccio e scarti di lavorazione. Successivamente, sopra i materiali, quasi un coperchio, furono collocati i tubi di raffreddamento degli impianti. La calce? Di solito serve a neutralizzare le tracce di acidità dei composti di sintesi... ». Una ricostruzione che attende conferma giudiziaria, senza dubbio. E un processo di accertamento delle responsabilità che si annuncia complesso per la successione di proprietà e di cicli produttivi - Rimar, Mitsubishi-Eni, Icig - che ne hanno scandito i cinquantatré anni di vita.

Per raggiungere lo stabilimento vicentino occorre superare un outlet Armani discretamente affollato e il contrasto tra l’eleganza classica in vetrina e il grigio profilo delle ciminiere è impietoso. Al cancello, l’accoglienza cortese non cela l’ansia di ritrovarsi su una strada: «Da un anno e mezzo ci danno addosso, siamo diventati la fabbrica dei veleni, chiunque lancia accuse senza neppure conoscere cosa produciamo e come lavoriamo, di questo passo sarà difficile restare a galla». Miteni è un’azienda a ciclo continuo h 24 che produce additivi ignifughi per i policarbonati: auto, finestrini degli aerei, stent coronarici, padelle anche. La pausa agostana ha desertificato i reparti, dei 130 dipendenti non più di una ventina è al lavoro per la manutenzione.
«Lo vede? Siamo in trincea», scherza Drusian indicando un solco lungo quaranta metri che attraversa il piazzale. Sembra una ferita ricoperta di cemento, testimonia la ricerca (vana) di veleni nel sottosuolo del sito, accompagnata da una ventina di carotaggi penetrati fino alla roccia. Un percorso accidentato che culmina nel fatidico argine, ora sigillato da un interminabile telone verde bandiera: guarda il torrente in secca, ha racchiuso per decenni sostanze tossiche capaci di contaminare una vasta superficie che dall’Ovest vicentino di estende alla Bassa padovana e lambisce il Veronese. Perché Miteni sorge sopra una falda di ricarica che assicura il rifornimento idrico a 120 mila persone. E se i Pfas non sono agenti pestiferi, chi ha bevuto per decenni l’acqua contaminata è esposto a rischi reali che investono l’apparato renale, i polmoni e la cute. Al punto da indurre la sanità del Veneto a invitare la popolazione coinvolta a sottoporsi alla plasmaferesi, il lavaggio del sangue sì.
«Noi confidiamo che la verità venga a galla», sospira l’ad Antonio Nardone «stiamo investendo 15 milioni in opere di bonifica e messa in sicurezza e ci atterremo ad ogni prescrizione proveniente dalle autorità. La prossima tappa? Lavoriamo a rafforzare la barriera idraulica, cioè la rete di pozzi che preleva acqua inquinata, la ripulisce attraverso filtri di carbonio e la reimmette in falda». La frecciata finale: «Qui, dal 2011, non produciamo più i composti Pfas ritenuti pericolosi. Ma nella valle ci sono almeno duecento imprese che continuano ad utilizzarli acquistandoli all’estero e scaricando i reflui di lavorazione nello stesso collettore usato da Miteni. È un po’ curioso che nessuno chieda loro conto di nulla».
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