La sanità veneta calamita pazienti: +8 per cento

VENEZIA. La salute non ha prezzo, le cure sì. A dispetto dei tagli statali e di qualche anello debole persistente, la sanità del Veneto si rivela una calamita redditizia, capace di attrarre pazienti da ogni parte d’Italia: 59 mila i ricoveri “extraregionali” assicurati l’anno scorso (+3 mila rispetto al 2015 pari all’otto per cento di crescita) che sul versante delle entrate si traducono in un saldo attivo di 140 milioni di euro, l’importo più alto di sempre.
L’analisi della mobilità sanitaria del ministero della Salute, cioè lo studio dei flussi dei migrazioni del cittadino che usufruisce di prestazioni medicali, rappresenta un indicatore rilevante di performance del sistema sia per l’intrinseca rilevanza economica-finanziaria che, soprattutto, perché sintetizza in modo inequivocabile il livello di adeguatezza/soddisfazione dei servizi erogati alla luce di svariati fattori: qualità percepita delle cure, rispetto dei tempi d’attesa, valutazioni professionali dei clinici. Nel dettaglio, i poli veneti che hanno evidenziato il maggior aumento sono le Aziende ospedaliera e universitaria di Padova e Verona, l’Ulss scaligera con particolare riferimento al presidio di Bussolengo e l’Ulss di Rovigo (oggi Polesana) mentre la disciplina più “gettonata” risulta l’ortopedia (+13%). Al computo generale va aggiunta la quota internazionale - cioè i flussi di pazienti provenienti dall’estero e diretti soprattutto verso i poli ospedalieri padovani a più elevata specializzazione diagnostica e chirurgica - il cui gettito “ufficioso” ora è valutato intorno ai 2,5 milioni.
Ma quali sono le “rotte” della salute che hanno il Veneto come approdo oppure (la mobilità passiva) come punto di partenza? Nella classifica assoluta la nostra regione si colloca al quarto posto per saldo attivo, preceduta da Lombardia (601 milioni), Emilia-Romagna (346) e Toscana (149) in una graduatoria che vede in coda le regioni meridionali e il Lazio degli scandali. Ad alimentare gli arrivi in Veneto sono le limitrofe Lombardia, Emilia, Friuli-Venezia Giulia e Trentino nonché la triade Sicilia-Campania-Puglia dove il persistere dei “viaggi della speranza” verso il nord riflettono le condizioni talvolta disastrose del welfare pubblico. E i pazienti locali che scelgono di curarsi altrove? In flessione (-1%), privilegiano gli ospedali lombardi (un circuito tuttora dominante nel panorama nazionale) ma anche Friuli (leggi polo oncologico di Aviano) e cliniche altoatesine sul versante della riabilitazione. Costante ed equilibrato l’interscambio con l’Emilia che - è la prima volta - segna un lievissimo (0,4%) vantaggio nostrano.
Da ultimo, but not least, l’andamento controtendenza delle Aziende di Padova e Verona, due “colossi che, a fronte di un sistema sanitario pubblico perlopiù in debito d’ossigeno, si rivelano capaci di accrescere prestazioni e fatturati nell’ordine del 6-8%.
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