La tazzina guida i rincari al bar
Gli esercenti: «Caffè a 1 euro, ma Padova è cara su tutto»
«Il bar non è un negozio di generi alimentari, e questo la gente deve metterselo in testa». E ancora: «Era l'aprile 2002 quando come associazione abbiamo indicato in 0,90 centesimi il prezzo di listino massimo da applicare nei bar di Padova per la tazzina di caffè. Sono passati 4 anni e mezzo e solo pochi bar fanno pagare il caffè al prezzo massimo indicato». E Graziati? «Il Caffè Graziati fa parte della storia di Padova, è in pieno centro e offre un servizio di alta qualità: l'euro tondo a tazzina ci sta tutto!». Angelo Luni, storico segretario dell'Appe di Padova che raggruppa ben 600 pubblici esercizi su un totale di 1.040 autorizzazioni rilasciate in città, difende a spada tratta la categoria dei baristi e degli esercenti in generale. Lui, che segue il settore da quasi mezzo secolo, conosce tutti i pro e i contro dell'attività che sta dietro alla gestione di un bar. C'è un dato di fatto, tuttavia: Padova è, dopo Genova e assieme a Torino, la città d'Italia dove la «tazzeriella» di caffè al bar è più cara. Perché?
«Non so spiegarlo concretamente - risponde Angelo Luni - ma prendo atto della realtà. Padova è sempre stata del resto una città cara a livello di stile di vita. Un po' dipende dalla sua posizione geografica, un po' dall'essere città d'arte e un po' anche dal fatto che la situazione economica a livello di redditi non è certo da buttare via».
Dall'Appe emerge però una politica di gestione dei listini prezzi nei bar e ristoranti tutt'altro che speculativa. E il caso del prezzo del caffè è emblematico. «Come associazione, nell'aprile del 2002 - ricorda il segretario Luni - abbiamo indicato il prezzo del caffè a 0,90 centesimi come costo massimo di consumazione al banco. Prima dell'avvento dell'euro eravamo a 1.700 lire come indicativo massimo, quindi il rialzo è stato lievissimo. Quasi impercettibile. Ma quel che più conta è che non sono stati in molti operatori a imporre ai consumatori il prezzo massimo, oscillando in media fra gli 0,80 e 0,85 centesimi a tazzina».
Però resta il fatto che rispetto al costo della miscela di caffè pagata dall'esercente, quei 90 centesimi a tazzina sono un'enormità. «Ma vogliamo capirla una volta per tutte che il bar non è un negozio di generi alimentari? Il ricarico sui pubblici esercizi non va fatto sulla materia prima, perché l'esercente vende il pasto. E per fare ciò elabora una preparazione alimentare che necessita di varie fasi. Sono tutti passaggi che costano». A cascata, però, si prospetta un ritocco all'intero listino prezzi, inclusi capuccino, birra, superalcolici, che l'Appe presenterà domattina. «Sì - chiude Luni - siamo nel 2007 e a seguito di diversi cambiamenti, dai costi di gestione al rinnovo del contratto, è necessario ritoccare i prezzi altrimenti un bar non riesce a sopravvivere».
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