«Lavori pubblici? Dettano legge le imprese»

VENEZIA. «Da tempo ormai la politica ha abdicato al suo ruolo e le scelte, in particolare per i lavori pubblici, le fanno gli imprenditori». E’ lapidario Paolo Seno, avvocato con una lunga esperienza a Venezia nei consigli d’amministrazione di quelle che un tempo si chiamavano aziende pubbliche, il Casinò, quella dei trasporti Actv e Veritas. E per spiegare quell’affermazione parte da lontano, dal 2004: «Allora ero segretario della sezione Ds del Lido di Venezia», racconta, «e al congresso provinciale feci un intervento evidentemente poco ortodosso, che rimase inascoltato». Allora aveva cercato di spiegare che ormai esisteva un’anomalia nel mercato dei lavori pubblici, un’anomalia nata un ventennio prima con la concessione unica per i lavori del Mose, concessione che negli anni aveva regalato una posizione di vantaggio alle imprese del Consorzio, distruggendo le regole del libero mercato. «Mi spiego», aggiunge adesso, «il vantaggio è dato dal fiume di denaro (allora si parlava di 360 miliardi di vecchie lire, ma sono diventati più di diecimila miliardi) di finanziamenti per i lavori alle bocche di porto, che sono andati ad alcune aziende, che inoltre hanno instaurato grazie a questo un rapporto privilegiato con il potere politico. Da sottolineare, infine, che inizialmente il Consorzio Venezia Nuova era formato da varie grandi aziende e quindi il vantaggio era distribuito tra molti, mentre di fatto ora è stato fagocitato dalla Mantovani».
Per l’avvocato Seno negli anni il sistema è peggiorato: «Sì, perché con la finanza di progetto (il project financing) adesso a proporre lavori e interventi non è più l’ente pubblico bensì l’impresa e nel caso specifico, il Veneto, è soltanto la Mantovani. In questo modo si bypassano le gare pubbliche, salta il controllo del libero mercato e solo da poco, tra gli esponenti della politica, qualcuno lo ha capito. Allora, nel 2004, però, davvero pochi avevano recepito il pericolo». L’avvocato veneziano, che segue attentamente le vicende dell’indagine che ha portato Piergiorgio Baita in carcere, non vuole entrare nel merito dell’inchiesta. «Io non parlo di una questione penale», prosegue, «e anche quando nel 2004 ho fatto quel discorso sottolineavo che si trattava di una questione morale, che viene prima dell’intervento della magistratura». E’ certo però, che quando la politica non compie delle scelte e lo spazio del confronto è spazzato via perché c’è ormai solo un’azienda che lavora anche i comportamenti illeciti, lui li chiama «grigi», non vengono più recepiti come tali. Scatta un’assuefazione, un’abitudine e questi comportamenti vengono fatti rientrare nella normalità.
Paolo Seno non si è iscritto al Pd, sta a guardare che cosa sta succedendo e «mi pare che neppure loro lo stiano capendo» aggiunge con un sorriso. E’ comunque convinto che le imprese si sono prese lo spazio che la politica ha lasciato loro, sono gli imprenditori ora che decidono quali siano i progetti da mandare avanti. Segnala anche che la politica ha lasciato quegli spazi anche perché la qualità del personale politico è diminuita. «Mi sembra che un tempo ci fosse più di qualcuno che aveva una capacità di visione, adesso sono davvero pochissimi coloro che capiscono dove andare e come agire sulla base di questa visione» conclude.
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