L'OPINIONE Il doppio salto mortale

 

Dalla Lega di lotta alla Lega di latta. Coriacea per settimane di fronte a blandizie e minacce di Berlusconi; piegata e pronta per il riciclo al momento del dunque. E con un'opinione davvero bassa dell'intelligenza dei propri sostenitori, vista la spiegazione messa in campo: davvero qualcuno crede che il Cavaliere dopo il voto farà un passo indietro? O ha dubbi su chi rimarrà il padrone di casa, a chiunque consegni copia delle chiavi?

E la scritta "Berlusconi presidente" che comparirà nel simbolo del Pdl cosa sarà, un refuso sfuggito in tipografia? Quanto al 75 per cento delle tasse da trattenere al nord, come credere all'affidabilità di uno che da premier ha elargito generose donazioni alle amministrazioni mani-bucate del sud, come la Lega dovrebbe ben ricordare? Depurato dalle prese in giro, si tratta di un baratto al quale entrambi i protagonisti sacrificano non solo il comune sentire e la reciproca avversione della stragrande maggioranza dei rispettivi elettorati, ma anche le stesse istituzioni.

Berlusconi regala la Lombardia al Carroccio, come fosse cosa propria, e a dispetto di quanto pubblicamente affermato appena due mesi fa; in cambio, ottiene le truppe mercenarie che gli serviranno non già per governare, ma per impedire al vincitore di farlo attraverso la guerriglia in Senato. Quanto a Maroni, conta di assicurarsi in Lombardia quel successo che anche pochi giorni fa si vantava di poter ottenere tranquillamente da solo; e grazie all'alleanza, aggira lo scoglio della soglia di sbarramento che rischierebbe di lasciarlo fuori soprattutto a Palazzo Madama: a dispetto delle roboanti affermazioni sue e di molti suoi seguaci, di una Lega pronta ad abbandonare Roma.

Ma c'è sempre il rischio di fare i conti senza l'oste. Che nella fattispecie è rappresentato dal doppio elettorato leghista: quello dello zoccolo duro dei fedelissimi; e quello aggiuntivo dei delusi e degli arrabbiati, che nel 2008 (politiche), 2009 (europee) e 2010 (regionali) aveva portato il Carroccio a una percentuale a doppia cifra. A entrambi i settori l'accordo risulta in larga misura indigesto. Al primo perché la base vede il Pdl, e non solo Berlusconi, come il fumo negli occhi: lo sanno benissimo in via Bellerio, anche se ieri qualcuno si è premurato di sbianchettare le prime voci di dissenso.

Al secondo perché, dopo aver dato corda per anni all'uomo di Arcore, ha toccato con mano quanto fossero fallaci le promesse e inaffidabile il personaggio. Due anni fa, la Lega valeva il 12 per cento; oggi i sondaggi la danno tra il 5 e il 6, insomma la vedono dimezzata. Di più: l'"andiamo da soli" è il comun denominatore di quel Veneto leghista dove il Carroccio nel 2010 aveva raccolto il 35 per cento; ed è condiviso dai tre principali esponenti del partito, il governatore Luca Zaia e due fedelissimi di Maroni come il segretario regionale Flavio Tosi e il vice vicario del segretario federale Federico Caner.

Quanti elettori fedelissimi alla fine, magari a denti stretti, manderanno giù l'indigesta medicina prescritta da via Bellerio? E quanti tra i sostenitori più recenti, anche nella stessa Lombardia, saranno disposti a confermare la fiducia a un'alleanza che in Regione ha visto una quarantina di indagati tra Pdl e Lega? In quale misura gli uni e gli altri sceglieranno di rimanere a casa, o troveranno un'alternativa alla loro protesta nel voto a Grillo? E' una reazione isolata o è invece diffusa, quella postata fin da ieri mattina alle 11.03 su un blog padano da EmmeEffe, «altri cinque anni da camerieri di Arcore»? Il 12 dicembre Maroni affidava ai mass media una lapidaria dichiarazione: «Se io perdo con Berlusconi in campo, siamo finiti». Quel "siamo" non era affatto un "plurale maiestatis": perché in tal caso non solo per lui ma soprattutto per la Lega, la colonna sonora sarebbe il de profundis.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Riproduzione riservata © Il Mattino di Padova