Maltauro (Forza Italia): «Voglio parlare ai giovani. Vannacci con noi? Idee incompatibili»

Il consigliere regionale veneto di Forza Italia: «Ho votato per il fine vita perché voglio essere portatore di una nuova sensibilità. La Lega ha smesso di essere “casa” spostandosi a destra»

Laura Berlinghieri
Jacopo Maltauro
Jacopo Maltauro

Jacopo Maltauro, cominciamo col voto sul fine vita. Lei ha iniziato la giornata votando la questione pregiudiziale, perché il tema non venisse nemmeno discusso, e l’ha conclusa, votando a favore della legge: unico nel suo partito.

Cos’è successo, nel mezzo?

«È stata una scelta difficile da un punto di vista personale e morale. Molto ragionata nei giorni, ma anche nelle ore precedenti al voto. Però la convinzione era già formata. Perché io, pur cattolico, in Consiglio rappresento tutti i veneti. E rappresento una generazione che chiede una spinta moderna, responsabile e attenta a sensibilità nuove».

Il partito a Roma è vicino alla sua sensibilità, ma i due rappresentanti veneti si sono astenuti. Ha ricevuto pressioni, in un senso o in un altro?

«Assolutamente no. Abbiamo discusso con serenità, concordi sulla strada della libertà di coscienza. Ma io ho parlato soprattutto con la mia base, la squadra di amici che mi affianca dall’inizio della mia esperienza politica. E sono felice della mia scelta».

Fine vita, Ius scholae: Forza Italia è la casa dei progressisti di centrodestra?

«Siamo il partito di maggioranza in Europa, l’unico iscritto al Ppe. Siamo di centrodestra, ma rappresentiamo l’area più liberale e moderata della coalizione. E quindi trovo il nostro agire molto opportuno. Anche perché, con la nuova legge elettorale, sarà importante distinguersi, per conquistare i voti».

Lei, però, nasce leghista.

«La prima tessera a 15 anni. E a 18 il primo voto è stato per la Lega. Ho fatto tutta la gavetta. Ma sono un liberale, federalista, moderato di centrodestra: sono nato così e continuo a esserlo. È la Lega a essersi spostata troppo a destra per i miei gusti».

Se n’è andato dopo il congresso.

«Dopo la rielezione di Salvini, la promozione di Vannacci a vicesegretario e la conferma della linea antieuropeista. Ho detto: “Mi dispiace, vi voglio bene, ma questo non è più casa mia”. Poi ho trovato in Forza Italia il partito più vicino al mio sentire».

Pare di capire che lei, Vannacci, non lo voglia nella coalizione.

«È lui che si colloca fuori dalla nostra idea di centrodestra, continuando peraltro ad attaccare il governo. Noi crediamo in un’Italia forte e in un’Europa coesa, perché non ci sono alternative per dare risposte reali su immigrazione e politica internazionale».

E sulla difficoltà nel definirsi antifascista?

«Quello che dice non è assolutamente compatibile con il nostro movimento. Noi siamo eredi della grande cultura novecentesca, che il fascismo l’ha combattuto. E su questo non ammettiamo flessioni verso gli estremismi».

Perché in un periodo storico in cui il centro avrebbe davanti a sé uno spazio inedito per dimensioni, ad attecchire continuano a essere gli estremismi?

«Perché in un periodo di conflitti e di economia in crisi, le scorciatoie funzionano. Ma compito della politica è dirigere, non farsi dirigere, e lanciare messaggi che vadano al di là della temperatura. Non vogliamo inseguire l’onda vannacciana, perché non esistono risposte semplici a problemi complessi, e oggi viviamo un periodo decisamente complesso».

È vero che è ambizioso?

«Piedi per terra e umiltà: il mio slogan è questo. Ho ancora tanto da imparare, anche da chi non la pensa come me».

Vicesegretario regionale a 26 anni: un po’ ambizioso lo è.

«In un’epoca in cui i partiti sono governati da sistemi verticistici, ho la fortuna di militare in un movimento che, quando vede un giovane impegnarsi e riuscire a intercettare il sentire popolare, lo premia».

Ma questo sentire popolare – soprattutto tra i giovani, cui lei si rivolge – come si intercetta?

«Spesso i giovani sono distanti dalla politica perché è la politica a essere distante da loro, nella sua rappresentazione costante fatta di conflitti e contrapposizioni. Per me la politica non si fa urlando, ma confrontandosi».

Parlava della sua squadra: da chi è composta?

«Amici: vecchi compagni di scuola, amici del calcio. La mia compagnia storica. Una trentina di ragazzi con cui mi confronto prima di ogni scelta politica. È così da sempre».

Magari lontani dal suo sentire politico, che però hanno sposato il suo progetto?

«È esattamente questo. Sono persone anche con una sensibilità molto diversa dalla mia, ma a cui voglio bene e di cui mi fido. Certo, dai trenta che eravamo all’inizio, nell’ultima campagna elettorale eravamo in 400».

E la famiglia?

«Papà è un piccolo commerciante. La bottega è vicino casa e ci lavora anche il resto della famiglia, dalla nonna alla mamma. Sono cresciuto con mio nonno, che, alpino, mi parlava della Prima Guerra Mondiale».

La passione politica gliel’ha trasmessa la famiglia?

«Direi di no, è una cosa mia».

Non saranno mica di sinistra?

«Quello, no. Anche se, alle politiche di qualche anno fa, il nonno ha votato Forza Italia al Senato e Pd alla Camera. Ma erano i tempi di Renzi».

Ora che è passato a Forza Italia, è ancora autonomista?

«Federalista. Non è mica una moda».

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