Meritocrazia e istruzione per arrestare il declino

Aristocrazia 2.0 (ed. Solferino) è il titolo, volutamente provocatorio, dell’ultimo lavoro di Roger Abravanel, scrittore e saggista, che da anni ha imbracciato un’aspra battaglia tesa a scardinare le logiche di selezione delle élites ancora fondate sul privilegio, la rendita, la raccomandazione. Senza un cospicuo investimento negli asset intangibili della conoscenza e della competenza e in mancanza di un adeguato riconoscimento del merito, non ci potrà essere né futuro, né tanto meno sviluppo.

Continuare, dunque, a perdere tempo e denaro mortificando le intelligenze, è una tattica sconsiderata e suicida. Questa la tesi di fondo del saggio, che ha già suscitato un dibattuto vivace, promosso dal Forum della meritocrazia, che ha fatto da agorà virtuale per una platea qualificata di giovani provenienti da ogni parte del mondo, che si sono dati appuntamento in Rete. Al centro del confronto la definizione dei lineamenti delle classi dirigenti di domani, che dovranno essere costituite da professionisti dalla mente globale. Se questa è la strada cui tendere, l’analisi del presente, tratteggiata con dovizia di dati nel libro, fa emergere la netta incapacità, dimostrata dal ceto dirigente di casa nostra, di saper sfruttare le grandi trasformazioni epocali che hanno modificato il paesaggio geografico e umano delle nostre città, stravolgendo equilibri economici che sembravano consolidati. La negatività non avvolge, però, tutto, delle luci si intravedono all’orizzonte e hanno il volto di quei manager e imprenditori che operano senza sosta sui mercati globali, che spesso abbiamo trascurato di valorizzare.

Il passato anche recente può offrire degli spunti utili per ripartire, mentre siamo impegnati nello sforzo collettivo di progettare la “ricostruzione”. Nel secolo scorso un principio meritocratico si era storicamente affermato, milioni di ragazzi si sono impegnati nell’educazione superiore per migliorare il loro status. Si è, così, verificato che gli uomini più facoltosi degli Usa hanno studiato nelle grandi università, generando un’aristocrazia dell’istruzione e del talento.

Come se non bastasse le nostre Università, con poche debite eccezioni, si sono chiamate fuori dalla competizione globale del sapere. Il risultato è che la nostra economia è rimasta nelle mani della vecchia aristocrazia, responsabile dell’ecatombe delle grandi imprese industriali, della vendita di quelle che hanno fatto la storia del made in Italy, e di un crescente digital gap, che caratterizza quelle che rimangono. Se non tornano protagoniste eccellenza, competizione, ambizione, insieme a una politica capace di incentivare il talento e l’istruzione, potremmo trovarci presto fuori dall’emergenza, ma ancora drammaticamente dentro il tunnel di un irreversibile declino. —

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