Monfalcone ancora ferma E Porto Marghera trema

MESTRE. Grande preoccupazione nei cantieri navali di Porto Marghera – dove 980 dipendenti diretti e altri 2 mila degli appalti costruiscono le grandi navi da crociera – all’indomani della sospensione dell’attività lavorativa nei cantieri “gemelli” di Monfalcone, in provincia di Gorizia. Il sequestro preventivo di alcune aree dei cantieri navali di Monfalcone – per l’ipotesi di reato di attività di gestione di rifiuti non autorizzata, formulata già due anni fa – e gli avvisi di garanzia arrivati al direttore e a sei titolari di aziende che lavorano all’interno del cantiere, hanno risvegliano anche a Porto Marghera i timori che il nutrito portafoglio ordini di navi da costruire, possa essere messo rischio da iniziative giudiziarie o altri problemi legati al vasto mondo degli appalti e subappalti che coinvolge centinaia di imprese. Del resto le navi di Fincantieri vengono costruite all’80 per cento grazie alle imprese d’appalto e subappalto che in vari occasioni sono state oggetto di indagini giudiziarie e alcune condanne per il mancato rispetto dei contratti di lavoro, buste paga non regolari ed evasione dei contributi previdenziali. Per regolare e garantire trasparenza e controlli nell’intricato mondo degli appalti sono stati firmati da Fincantieri e dai sindacati – nella sede della Prefettura di Venezia – appositi protocolli che, però, non hanno risolto il problema. Come se non bastasse, nel febbraio scorso, la Procura della Repubblica di Venezia ha deciso di aprire un fascicolo d’inchiesta, ordinando una serie di accertamenti giudiziari dopo la presentazione di un esposto che denunciava la presenza di fibre d’amianto nelle cucine del cantiere di Porto Marghera. Sono così arrivati gli ispettori dello Spisal - il dipartimento di Medicina del Lavoro dell’Usl 12 - che, su incarico del sostituto procuratore Francesca Crupi, sono stati accompagnati dai responsabili dei cantieri in alcuni locali, in particolare cucine, sala mensa e spogliatoi (nella palazzina Ovest) e hanno richiesto una serie di documenti sulle bonifiche dell’amianto realizzate nel cantiere. La direzione di Fincantieri, dal canto suo, ha dato la massima disponibilità accompagnando gli ispettori nei luoghi richiesti e impegnandosi a consegnare tutta la documentazione da loro richiesta. Gran parte dei lavoratori che avevano firmato l’esposto sono stati sentiti dai magistrati veneziani e prossimamente si saprà se ci saranno o meno gli estremi per un rinvio a giudizio. «Quello che è successo a Monfalcone – commenta Antonio Silvestri, segretario della Fiom-Cgil veneziana – è la prova della giustezza della nostra richiesta di regole stringenti, controlli e più trasperenza nella giungla degli appalti e dei subappalti che prolifica nei cantieri navali di un’azienda controllata dallo Stato, come Fincantieri. In ogni caso, non è giusto che siano i lavoratori a pagare, con la sospensione dal lavoro e il ricorso alla cassa integrazione per responsabilità e ommissioni dei dirigenti dell’azienda». Secondo Matteo Zoppas, presidente di Confindustria Venezia «la decisione di Fincantieri di fermare la produzione a fronte di un sequestro è l’ennesima prova di quanto sia difficile oggi fare impresa in Italia». Andrea Martella, vicepresidente del gruppo Pd alla Camera, ha presentato ieri un’interrogazione al ministro dello Sviluppo in cui chiede che «nel più assoluto rispetto dell’autonomia dell’azione della magistratura, il governo intervenga per scongiurare il blocco evitando così conseguenze irreparabili alla capacità competitiva dei cantieri navali friulani e tutelando i cinquemila lavoratori e le loro famiglie».
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