«Noi medici over 50 prigionieri in corsia»

VENEZIA. Prigionieri in corsia. Si definiscono così i medici ospedalieri over 50 che per effetto della legge Fornero non potranno andare in pensione prima dei 63 anni e mezzo. E che, in attesa di raggiungere la soglia, dovranno continuare a fare turni massacranti con guardie, reperibilità notturne e straordinari. L’allarme per il disagio dei camici bianchi ospedalieri parte dal Veneto e dal neosegretario regionale del sindacato Cimo Giovanni Leoni che ieri ha portato la questione al tavolo del Coordinamento delle Regioni in vista della discussione sul rinnovo contrattuale.
Leoni non usa mezzi termini: «Siamo al trattenimento coatto in servizio», dice. E chiarisce: «Questa nuova forma di prigionia, studiata da Elsa Fornero, è alla base di futuri inquietanti scenari della vita in corsia per i nuovi ultrasessantenni. Problemi fisici, stanchezza mentale, calo di entusiasmo, remunerazione bloccata progressione di carriera abolita, timore di contenziosi legali: non è un bel quadro per il mantenimento obbligato in servizio».
A monte di tutto c’è l’innalzamento dell’età media in corsia: uno studio della Cgil dell’ottobre dello scorso anno aveva rivelato come in ospedale un medico su due sia over 55. «Siamo di fronte a un vero e proprio boom di medici anziani nel Servizio Sanitario Nazionale», avevano rilevato gli analisti della Cgil parlando di «deriva anagrafica». E il mese successivo gli aveva fatto eco un altro studio, quello di Anaao Assomed (l’Associazione dei Medici Dirigenti).
«È l’effetto di diversi fattori», la spiegazione del segretario regionale Adriano Benezzato, «C’è stato per un certo periodo il blocco delle assunzioni e poi c’è il calo dei medici specialisti: ogni anno si laureano 10 mila giovani, ma solo 6 mila entrano nelle scuole di specializzazione».
Il blocco delle assunzioni con la mancata immissione di forze giovani, ha dunque determinato un innalzamento dell’età media degli ospedalieri che Anaao ha stimato per i prossimi anni superiore ai 55 anni, la più alta in Europa e la seconda al mondo dopo Israele. L’effetto è duplice: da un lato si profila un esodo biblico per i prossimi anni (con rischio di reparti sguarniti), dall’altro i medici “trattenuti” in servizio sono sempre più affaticati e demotivati.
«Più importante dei soldi, per noi, è ora la conquista del tempo libero», spiega Leoni, «Si è venuta a creare in corsia una situazione anomala, mai verificatasi in passato. Prima della Fornero, i medici che lavoravano in reparti ad alto impatto come Pronto Soccorso, Chirurgia, Rianimazione, Radiologia, Medicina, Gastroenterologia, Cardiologia, andavano in pensione dopo i 40 anni di servizio. Perché le guardie, le reperibilità, gli straordinari rendono il lavoro usurante.
Ora invece si può lasciare solo al raggiungimento dei 63 anni e mezzo». Per Cimo Veneto si pone un problema non solo di disagio per i medici over 50, ma anche di sicurezza delle cure. Come uscirne? Leoni sostiene la necessità di rispettare le regole europee in materia di riposi, ma soprattutto l’esigenza di immettere in servizio i giovani anche allargando gli accessi alle scuole di specializzazione. Quindi, con riferimento al rinnovo contrattuale: «Prima delle retribuzioni bisogna analizzare le condizioni di lavoro, turnover, rispetto delle direttive europee. Diversamente,sarà un contratto da operetta».
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