Perché mancano medici? Le cause dell'emergenza e le possibili soluzioni

A quanto ammonta, esattamente, il deficit di medici negli ospedali veneti?
La stima ufficiale ammonta a 1300 tra medici e chirurghi e risale al dicembre scorso: è stata formalizzata dal direttore della sanità del Veneto, Domenico Mantoan che l’ha trasmessa a al ministero della Salute.
Quali sono le specialità in maggiore sofferenza?
Il più recente report dell’associazione dei medici Anaao-Assomed stila una graduatoria di criticità; al vertice ci sono i pediatri (-227) seguiti dai medici di urgenza/emergenza (-184), gli internisti (-92), i radiodiagnostici 8-67), l’ortopedia-traumatologia (-33), gli anestesisti (-32), la psichiatria (-31) e l’oftalmologia (-30). Ad acuire le difficoltà, è la concentrazione del deficit in taluni poli.
Perché mancano medici rispetto al fabbisogno?
La legislazione in vigore consente l’accesso al sistema sanitario nazionale esclusivamente ai laureati in medicina dotati di una specializzazione. Chi ne è privo resta ai margini. Il punto è che l’offerta di specializzati risulta nettamente inferiore alla domanda, soprattutto nelle discipline succitate, così i bandi delle Ulss vanno a vuoto, con un numero di candidati largamente inferiore ai posti in concorso.
Cosa impedisce allora di incrementare il numero di medici specializzati?
La loro formazione avviene attraverso borse di studio – quest’anno il Veneto ne riceverà 400 dallo Stato e 90 dalla Regione – ciascuna oscillante tra i 2 mila e i 2500 euro. La dotazione ministeriale copre solo il 75% del fabbisogno stante il congelamento di spesa varato nel 2004 e protrattosi ad oggi. Ora ministero della Salute e Regioni hanno concordato uno sblocco del tetto di assunzioni e il ministro Giulia Bongiorno ha annunciato un imminente decreto a riguardo
Perché, secondo le associazioni di categoria, la situazione è destinata a peggiorare?
Al turnover fisiologico aggravato da una crescente disaffezione professionale (in particolare nelle specialità più usuranti) si aggiungeranno i prepensionamenti favoriti da “Quota 100”. In assenza di interventi strutturali sulle specialità, ciò si tradurrà in una ulteriore contrazione.
L’abolizione del controverso test d’ingresso a Medicina favorirebbe una soluzione?
Probabilmente no. Oggi le università sfornano una media annuale di 10 mila laureati: il 30% non si specializza ed è escluso dai reparti. Gli atenei affermano di non essere in grado di reggere un flusso generalizzato di studenti, più realistica è la revisione del “quizzone”: alcuni clinici suggeriscono di sostituirlo con prove scritta e orale. —
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