Popolare Vicenza, parla l'imprenditore: "Ci pressavano"

PRATO. «Gli insoluti sono davvero troppi. Il capitale a garanzia lo sa che non è sufficiente? Sta usando tutto lo scoperto a disposizione e non è positivo. Questo rating è basso, risulta un creditore poco affidabile. Non so come giustificare l'importo del suo fido: non vorrei essere io a risponderne». Da tre anni a questa parte andare in banca, alla Popolare di Vicenza, per lui, era diventata un'agonia. C'era sempre quel fido che il funzionario dell'istituto bancario minacciava di rimettere in discussione, a meno che non comprasse azioni della banca.
A parlare è un imprenditore tessile toscano, uno dei quindici ascoltati dalla Guardia di finanza nell'ambito dell'inchiesta per estorsione avviata dalla procura della Repubblica di Prato che vede iscritti nel registro degli indagati undici funzionari della Banca Popolare di Vicenza. Trenta dipendenti, un'azienda che è riuscita alla fine a superare gli anni orribili della crisi del tessile, più o meno tre milioni e mezzo di giro d'affari all'anno e la voglia di raccontare come funzionavano i rapporti con l'istituto di credito vicentino. L'imprenditore, iscritto a Confindustria, chiede però l'anonimato. Del resto in ballo non c'è la volontà di tenere un profilo basso, ma il timore che esponendosi possa avere ritorsioni.
«Non dalla Popolare di Vicenza - spiega - dove ormai ho il conto corrente con saldo zero da 3 o 4 mesi, ma dalle altre banche con cui lavoro che non potrebbero prendere bene la mia loquacità. Sa, a dire che cancellano i fidi, serve loro un minuto. Ed io non potrei permettermelo». Del resto l'argomento all'ordine del giorno con l'imprenditore è proprio questo.
Nel suo caso (e in quello degli altri colleghi sentiti dai collaboratori del sostituto procuratore della Repubblica di Prato, Laura Canovai) si può configurare il reato di estorsione? E quindi, ci fu quella minaccia psicologica per cui gli imprenditori si sentirono nell'impossibilità di dire no all'acquisto delle azioni della banca? Il nostro imprenditore non ha dubbi. «Secondo il mio punto di vista sì, ci fu». La minaccia di trovarsi a dover ripianare il conto da un giorno all'altro era reale e capita con le banche «dover abbassare la testa perché è il male minore».
«Un'azienda per avere i fidi - spiega - deve avere i santi in paradiso e se questi santi chiedono di comprare delle azioni, perché così uno è più ben visto dalla direzione in fase di rinnovo del fido, uno cosa fa? Gli compra qualcosa». «Con l'azienda - racconta - sono cliente della banca dall'Ottanta e con il passare del tempo la situazione è cambiata a seconda delle esigenze. Ho avuto un fido anche di 175mila euro ma poi, pian piano, lo hanno diminuito. Le altre banche non mi hanno mai fatto problemi. Il motivo con la Bpv era sempre questo benedetto rating, l'affidabilità dell'azienda, che diminuiva. E sempre per un motivo diverso: non si riusciva mai a capire cosa servisse. Una volta c'erano troppi crediti, un'altra gli insoluti. Nel 2012 mi fu chiesto dal funzionario che mi seguiva di comprare le azioni. Il succo della faccenda era che per avere i fidi bisognava diventare soci perché così, mi fu fatto capire, avrei avuto maggiore certezza di tenermi gli affidamenti che avevo».
«Il funzionario che mi seguiva - è sempre il cliente della filiale di via Valentini a parlare - mi disse in modo chiaro chiaro che per avere quel fido bisognava avessi le azioni. Era una situazione che mi offendeva, il pressing era davvero insopportabile: “se sbaglio a darle il fido ci rimetto io, sa con questo rating non buono”. Queste frasi erano ricorrenti ed io le azioni alla fine le comprai. Cento azioni più l'aumento di capitale del 2012. Circa settemila euro». Il valore di quelle azioni nel frattempo si è notevolmente ridotto. «Non temevo di chiudere, lavoravo con più banche nel tentativo di distribuire il rischio - dice ancora - ma i tempi erano quelli che erano. Una volta mi fecero fare anche una loro assicurazione, un piano di accumulo. Anche con quello ci ho rimesso mille euro. Il giochino del resto era sempre lo stesso».
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