La democrazia rumorosa e il formidabile patrimonio del Veneto

C’è la necessità di tornare a parlare di crescita, per l’Europa, per l’Italia, per il Veneto. Il patrimonio di cui dispone la nostra regione è formidabile. E non si tratta solo di numeri dell’economia. Da questo dobbiamo partire

Paolo PossamaiPaolo Possamai

«Il cittadino non ne può più ed io sono uno di questi cittadini. Inflazione, rapine, sequestri, bombe, assassinii, come quelli di Padova, servizi pubblici paralizzati, scandali, corruzione ed inefficienza governativa, mafia politica... Perché uno dovrebbe comprare i giornali, come lei suggerisce, perché dovrebbe partecipare alla vita pubblica che non sta più in piedi, alla democrazia che non c’è? Personalmente ho solo bisogno di silenzio».

Pare una lettera scritta oggi. Scriveva così, invece, il signor Bandelli, commercialista, sul “Corriere della sera” dell’8 luglio 1974. E però sentite anche la risposta: «La democrazia, signor Bandelli, è rumorosa. È molto faticosa. È un lavoro in più per ogni cittadino, oltre il suo lavoro giornaliero. Il silenzio che lei tanto ama prima di mettersi al lavoro al mattino è, in una sola parola, la dittatura».

La firma della replica è di Goffredo Parise, che sta in un manipolo ristrettissimo di scrittori del ’900 italiano meritevoli di essere ricordati (una selezione della corrispondenza intrattenuta da Parise sulle pagine del maggiore quotidiano italiano è edita da Adelphi con il titolo, evocativo del suo rapporto con la vita pubblica, “Dobbiamo disobbedire”).

Partiamo da Parise per discutere del nostro presente e tentare di sospendere l’attitudine freudiana alla rimozione dei macigni che ostruiscono l’orizzonte del nostro futuro. Cosa stiamo seminando? Guerre ognidove, crisi geopolitiche e disordine nelle relazioni internazionali, sorgere di nuovi modelli di dittature tecnocratiche e/o militareggianti, tassi in rialzo in tutto il mondo, inflazione reale che distrugge il potere d’acquisto delle famiglie, diseguaglianze sociali crescenti, debiti elevati quasi ovunque, prezzi dell’energia ai massimi dalla fine del 2022. Potremmo concludere come il signor Bandelli. Ma vogliamo appartenere al pensiero di Parise e contribuire a una democrazia rumorosa. Chiamando per nome il tema nodale: la necessità di tornare a parlare di crescita, per l’Europa, per l’Italia, per il Veneto.

Conviene dire chiaro e tondo che siamo imballati dalla metà degli anni ’90, ben prima dunque dell’ingresso nell’euro (che è stato per l’Italia una vera protezione, tutt’altro che un appesantimento). Conviene dire che non esiste altro modo di creare, e poi distribuire, ricchezza se non favorire la cultura e la coltura delle imprese. E che non possiamo attardarci a chiederci la misura delle insidie contenute nell’Ai, perché il resto del mondo comunque procederà con questo booster. Tocca a noi applicare questa tecnologia in una logica di sviluppo, appunto per la crescita del tessuto delle piccole e medie imprese che caratterizza il Nord Est italiano. L’Ai correttamente, eticamente impiegata può essere trasformativa per le Pmi soprattutto, perché può dotarle di strumenti in precedenza inavvicinabili.

Il tema della produttività si tocca con quello della tecnologia e però anche con quello della demografia. Basti osservare che per ogni lavoratore l’ufficio anagrafe conta un pensionato. Negli anni ’80 il rapporto era di 3 a 1. Nel 2025 avevamo 24,1 milioni di occupati e abbiamo pagato quasi 23,2 milioni di pensioni, ci fa osservare l’Ufficio studi Cgia. Che enfatizza come tra il 2025 e il 2029 usciranno dal mercato del lavoro 3 milioni di italiani. E i tre quarti di questi interesserà le regioni centro-settentrionali: sarebbe a dire il motore dell’economia nazionale.

Dovremmo pure riflettere sulle ragioni che spingono un fiume di giovani ad abbandonare il Veneto e l’Italia. L’Istat segnala che nel 2024 sono espatriati 141 mila cittadini italiani, un autentico record, mentre fra il 2014 e il 2023 il Paese ha salutato, al netto dei rientri, circa 97 mila giovani laureati. Forse che dobbiamo tenere assieme a questi numeri un altro dato: l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, segnala che i salari reali sono ancora quasi del 9 per cento sotto il livello del 2008, che è l’indicatore peggiore del G20.

E il Veneto in questo contesto che andamento segnala? Tra il 2011 e il 2024 almeno 100mila veneti hanno abbandonato la loro regione di nascita, evidentemente smentendo l’auto-narrazione della politica al governo che non ammetteva alcun benchmark. I migliori in assoluto, senza discussioni. Purtroppo è vero l’inverso. Il CNEL, nel suo rapporto “L'attrattività dell'Italia per i giovani dei Paesi avanzati”, ha definito il Veneto la regione “meno attrattiva” fra quelle grandi del Nord. I veneti - e uno su due degli espatriati sono laureati - non sono andati solo in Germania o in Canada, ma in Emilia e in Lombardia. Il tema dunque ci chiama in causa in modo ancor più frontale di altre aree del Paese. Ma sempre resta inevasa la stessa domanda: che fare per trattenere i (pochi) giovani per la cui formazione tanti denari abbiamo investito? Attrattività, produttività, salari allineati al costo della vita reale, abitazioni a prezzi accessibili, infrastrutture, tecnologie, formazione continua sono tutte facce del prisma chiamato “crescita”.

Il patrimonio di cui dispone il Veneto è formidabile. Da questo dobbiamo partire. Vale per Padova, con la sua fortissima marcatura di città universitaria e fabbrica di innovazione e cultura. Vale per Venezia, dove ripensare la città storica fuori da una logica di monocultura turistica è ancora possibile e dove le trasformazioni di Marghera polo produttivo e del porto sono opzioni aperte. Vale per Treviso e la Marca, il cui tessuto produttivo è paradigma della rivoluzione possibile della manifattura tradizionale. Vale per Belluno e la montagna, che non equivale solo alle Dolomiti, ma anche a distretti industriali leader sul piano internazionale.

Ma è tutto qua il patrimonio di cui il Veneto dispone? Sta tutto racchiuso nei numeri dell’economia? No. Sta anche in una lettera che fa rumore, quella scritta da un padre alle prese con il disagio psichico del figlio. Lettera pubblicata nei giorni scorsi da questo giornale, nella convinzione che i giornali servano anche a contribuire ad animare una società - quella veneta - innervata da una tenacissima propensione all’impegno civile e alla solidarietà praticata. “La democrazia, signor Bandelli, è rumorosa. È molto faticosa”. E così il padre del giovane incontrerà nelle prossime due settimane il presidente della Regione Veneto, Alberto Stefani, per provare ad aiutarsi fra istituzioni, associazioni, famiglie.

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Con queste righe concludo il mio mandato da direttore di questo giornale: il numero in edicola martedì sarà firmato da un collega di grande esperienza e valore quale Alessandro Barbano. A lui il più cordiale augurio di buon lavoro. All’Editore il mio ringraziamento per la fiducia accordatami. Alla comunità di lavoro riunita attorno a questo giornale il mio ringraziamento per la dedizione e l’impegno garantiti. Ai lettori, che sono il capitale principale di qualsiasi impresa editoriale, il ringraziamento per partecipare alla nostra “democrazia rumorosa”.

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