Punti nascita a rischio sotto i mille parti
VENEZIA. A fronte di una natività media del 9,5 per mille (pari a 47 mila parti nel 2010) il Veneto dispone di 42 punti nascita ospedalieri. Troppi, secondo i manager della sanità regionale che in fase di attuazione del Piano sociosanitario proporranno all'autorità amministrativa di chiuderne 11. Il punto di partenza è rappresentato dal limite minimo di mille parti l'anno (fissato dal documento di programmazione) al di sotto del quale la struttura è ritenuta inadeguata rispetto agli standard di sicurezza, circostanza confermata anche dalla maggior incidenza di tagli cesarei laddove il numero dei neonati è inferiore al “tetto funzionale” . L'altro versante è la razionalizzazione delle risorse, professionali e materiali, conseguibile attraverso la fusione di poli limitrofi, ora distinti. Il punto nascita si rivela oneroso per il sistema pubblico perché richiede la presenza permanente di figure specialistiche – l'anestesista, il rianimatore, l'ostetrico, il pediatra – e di personale ostetrico non inferiore alle tre unità, con il circuito di apparecchiature previsto dai protocolli clinici. Un'équipe disponibile h24 a prescindere dal volume di lavoro svolto. Così, se l'operazione messa a punto dallo staff del segretario generale Domenico Mantoan andrà in porto, il risparmio previsto è nell'ordine di alcune centinaia di milioni nel triennio; ma non sarà un'operazione indolore e certo gli ostacoli (a cominciare dalla resistenza dei territori coinvolti) non mancheranno.
La lista dei punti nascita destinati a cessare l'attività coinvolge sei delle sette province venete, fa eccezione Verona che ha già subìto il taglio del reparto a Isola della Scala a beneficio di Bussolengo. E i criteri adottati variano decisamente.
Nel Veneziano, ad esempio, compare l'ospedale privato mestrino Villa Salus: l'entità dei parti (un migliaio l'anno) è compatibile ma la sua vicinanza all'Angelo di Mestre suggerisce una cessazione dell'attività; San Donà di Piave, invece, è sotto lo standard minimo (poco più di 800) e si prefigura quindi un flusso delle gestanti verso Portogruaro, Mestre o Treviso, così da rafforzare una tendenza all'esodo già radicata tra i pazienti del Veneto Orientale. Ben diversa la situazione dei confinanti Mirano e Dolo: il livello d'efficienza è soddisfacente, soprattutto per il primo; ma una loro fusione consentirebbe, senza eccessivi disagi, di realizzare la “massa critica” di 2 mila interventi giudicata ottimale. Analoghe considerazioni, nel Trevigiano, valgono per l'abbinata Castelfranco-Montebelluna: nessun appunto alla qualità delle prestazioni (Montebelluna è additata a modello) ma in tempi di vacche magre si profila l'accorpamento; nulla da fare per Vittorio Veneto, che non raggiunge la soglia minima, destinato a confluire sull'ottimo polo di Conegliano, che sarà potenziato. Nel Padovano le note dolenti riguardano Piove di Sacco, ben lontano dai requisiti richiesti: in futuro, le partorienti locali potranno rivolgersi a Chioggia (che pur avendo numeri ridottissimi e standard modesti resterà in piedi anche a presidio dell'area piovese) o a Padova; neanche la coppia Camposampiero-Cittadella resterà immune dai tagli: ottimi punti nascita, riconoscono i manager, ma troppo ravvicinati, anche rispetto al capoluogo: ne sopravviverà uno soltanto. Ancora, il Vicentino con Asiago – la cui minuscola attività sarà assorbita da Bassano – e Valdagno, il cui bacino sarà “coperto” dall'ospedale di Santorso. E poi Pieve di Cadore, altro micro-reparto giudicato insostenibile: la supplenza spetterò a Feltre e Belluno. Infine, il Polesine con Trecenta, che – a chiusura avvenuta – dovrà fare riferimento a Rovigo.
Ma quale sarà il destino del personale in esubero? Anestesisti, rianimatori e infermieri potenzieranno la dotazione delle sale operatorie, così da allungare a dodici ore giornaliere la loro attività. Gli ostetrici garantiranno i turni, le guardie e le prestazioni ambulatoriali negli ospedali a corto di organici. Sul piano strettamente medico, la ristrutturazione persegue anche l'obiettivo di soddisfare più ampiamente la domanda di parto analgesico (cioè indolore) che in alcune Usl ha già superato il 40%. Tant'è. Questo il programma, condizionato però al via libera della politica e in particolare dell'asse Lega-Pdl che governa il Veneto, partiti alleati ma espressioni di interessi e obiettivi divergenti e talora conflittuali.
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