Sacconi: «A Treviso è finita un’epoca. Ora bisogna ripartire»

Il senatore Pdl: il centrodestra deve avviare una fase nuova, la questione settentrionale non è disagio ma bisogno politico
TOSATTO - MAURIZIO SACCONI IN REDAZIONE
TOSATTO - MAURIZIO SACCONI IN REDAZIONE

ROMA. Vittorie e sconfitte che segnano l’inizio o la fine di un’epoca: se la discesa in campo di Berlusconi nel 1994 spalanca le porte alla Seconda repubblica, la caduta rovinosa di Gentilini a Treviso rappresenta la fine del leghismo veneto. Ne è consapevole Maurizio Sacconi, senatore Pdl, ex ministro del Welfare, pronto a lanciare una nuova sfida: ricomporre il centrodestra.

Senatore Sacconi, si è chiuso un ciclo?

«La sconfitta di Gentilini a Treviso ha chiuso una stagione durata vent’anni. E ha concluso anche un ciclo più ampio partito dalla Liga Veneta, nata nel 1980 con Rocchetta e Marin: la provincia di Treviso è stata il cratere del leghismo. Questo voto ha un significato che va al di là del ricambio di una semplice amministrazione e deve indurre a una riflessione, a partire dai modi in cui si sarebbe potuto evitare la sconfitta. Una riflessione che coinvolge tutto il centrodestra».

Lei ritiene che il centrodestra avrebbe potuto vincere le elezioni a Treviso scegliendo Zanetti al posto di Gentilini?

«Sarebbe stata soprattutto necessaria la consapevolezza di non essere più autosufficienti come Lega - Pdl a Treviso e di doversi aprire ad altre forze civiche con umiltà».

L’errore l’ha commesso la Lega di Treviso o è stato sbagliato puntare ancora sull’eterno Gentilini?

«Gentilini non ha responsabilità. Alcuni nella Lega non hanno capito che si era esaurita l'autosufficienza anche se la nostra crisi non ha determinato il passaggio di elettori dal blocco moderato al nostro tradizionale avversario, la sinistra. Gli orfani del centrodestra hanno votato M5S a febbraio e hanno disertato la urne alle amministrative. La sinistra ha vinto ma non convinto. Il voto dimostra poi che non è venuta meno la questione settentrionale, che non può essere più rappresentata come semplice amplificazione di un disagio».

Da dove deve partire il centrodestra per recuperare i delusi e tornare a vincere?

«Bisogna ripartire dai grandi temi che interessano il Nord e il Veneto: il primo è quello del conflitto con i tedeschi. Noi siamo più di altri interessati a esprimere il contrasto di interessi con i tedeschi per bloccare la visione pangermanica dell’Europa che la rattrappisce nella regione Baltica: siamo portatori di un modello di sviluppo più integrale che valorizzi la sua fascia mediterranea. La nostra visione di Europa è più ambiziosa, vogliamo essere motore di pace verso Sud e verso Est».

L’altro tema che lei vuole mettere al centro del dibattito?

«Quello della tradizione e del rispetto dei suoi principi e valori. Il senso comune della nostra gente a Nordest è assai diverso dal luogo comune di certa borghesia metropolitana e centro-meridionale. Nel senso comune del nostro popolo c’è un solo matrimonio, senza essere omofobi: per noi il matrimonio è quello naturale, che serve a riprodurre la specie. E poi è il motore della nostra comunità: noi siamo terra di capitalismo familiare. Il luogo comune delle borghesie metropolitane può invece far pensare al matrimonio per tutti. Infine, per rappresentare bene la questione settentrionale bisogna non solo voler tagliare le tasse ma dire come e dove ridurre le spese».

Il governo di centrodestra Lega-Pdl ha avviato la riforma del federalismo: a che punto siamo?

«Noi abbiamo avuto il merito di avviare il federalismo fiscale e siamo nell’anno in cui lo si deve applicare: nel 2013 si deve fare il patto della salute con i costi standard medi di Lombardia, Toscana e Basilicata, le tre regioni migliori di Nord, Centro e Sud. E gli effetti dei costi standard vanno applicati anche dentro il Veneto: questa è la vera spending review. La Sose sta concludendo la parte degli enti locali: entro l’anno avremo tutta la contabilità e i fabbisogni standard dei Comuni, come ci insegnerebbe Luca Antonini. Dobbiamo dire come e dove tagliare: ci si dovrà battere per questi criteri di riparto della spesa e applicare le conseguenti decisioni. Questi tre ambiti della questione del Nord coincidono con gli interessi nazionali e noi abbiamo il dovere di essere il motore del cambiamento. Il centrodestra si deve rinnovare e allargare: proprio per questo sabato 22 a Treviso avvieremo un primo confronto, cui parteciperanno anche il senatore Conte e il deputato europeo Cancian».

Le tre grandi regioni del Nord sono tutte governate da coalizioni di centrodestra: Lega e Pdl sono alleate ma Maroni insiste con la macroregione. Lei che ne pensa?

«I presidenti di Lombardia, Veneto e Piemonte debbono essere consapevoli di non poter essere uomini soli al comando. La macroregione mi pare molto teorica, io vorrei farla atterrare su un’idea più concreta di Comunità delle Regioni del Nord. Forma di associazione utile a negoziare con lo Stato centrale e a produrre sinergie interne».

Per restare a Treviso: caduto Gentilini, Luca Zaia col sindaco di Verona Tosi, resta l’unico grande esponente della Lega: come giudica l’operato del governatore veneto?

«Credo che Luca Zaia abbia una grande responsabilità e la potrà cogliere al meglio se sarà consapevole di non poter fare da solo. E dovrà porsi anche degli obiettivi più ambiziosi di quelli fino ad ora assunti. Zaia deve rappresentare il senso comune della gente veneta, la vocazione geoeconomica di quest’area in opposizione a quella Germania troppo spesso acriticamente osannata. E poi dovrà affrontare una vera politica di riduzione delle tasse attraverso il taglio delle spese anche in Veneto».

Senatore Sacconi, Cicchitto e Bunetta ogni giorno litigano con il ministro Zanonato sull’aumento dell’Iva: lei che ne pensa?

«Zanonato a mio avviso ha piuttosto commesso un passo falso con il decreto sull’Ilva, che consente al governo di sequestrare un’impresa sopra i 200 dipendenti solo in presenza di un provvedimento del pm inaudita altera parte, senza cioè contradditorio, senza alcuna sentenza o ordinanza al termine di un equo processo. Un provvedimento di questo tipo ci rende ancor più inaffidabili per gli investitori internazionali e ci colloca fuori da tutto il consesso mondiale. Il parlamento cambierà il provvedimento perché sbagliato nel caso specifico, spaventa tutti e può indurre gli stessi investitori italiani a portare all’estero la sede legale».

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