Stop al cemento Corteo a Venezia

Il raduno di tutti i comitati ambientalisti del Veneto «Basta con la cementificazione selvaggia del territorio»
Di Francesco Jori
PD 11/02/03 FOTO MICHELA GOBBI PROIEZIONE FILM DON VITALIANO ALL'ASTRA. NELLA FOTO DON ALBINO BIZZOTTO (CARRAI)
PD 11/02/03 FOTO MICHELA GOBBI PROIEZIONE FILM DON VITALIANO ALL'ASTRA. NELLA FOTO DON ALBINO BIZZOTTO (CARRAI)

VENEZIA. In illo tempore, qui era di casa Palladio. Oggi, hic sunt capannones et bitumina: la manifestazione di oggi pomeriggio a Venezia contro le grandi opere e il consumo di suolo (vedi la scheda a fianco) chiama a riflettere su un Veneto pesantemente devastato nel tempo, e tuttora ad alto rischio. In tal senso, la chiamata odierna a raccolta riprende e rilancia la battaglia di don Albino Bizzotto e del suo sciopero della fame: cui a suo tempo si sono associati non pochi politici. I quali peraltro, esaurite le 24 ore del loro digiuno in alcuni casi scambiato con un tot di visibilità, si sono squagliati. Ma il problema rimane, eccome.

Basta scorrere pochi ma eloquenti dati: nei vent’anni tra il 1961 e il 1981, hanno cambiato destinazione d’uso più aree agricole di quanto non fosse capitato nella storia dei due millenni precedenti. Negli anni Novanta, sono state costruite case per 101 milioni di metri cubi, e fabbricati non residenziali per altri 176. All’inizio degli anni Duemila, l’ammontare di fabbricati non residenziali progettati in Veneto rappresentava il 18 e mezzo per cento della produzione complessiva italiana, livello inferiore alla sola Lombardia. In ciascuno dei 580 Comuni veneti ci sono in media quattro aree tra industriali e artigianali. Anche le nuove strade fanno presto a intasarsi: il costo da congestione sulla sola rete principale della regione è stato calcolato in un valore vicino ai 2 miliardi di euro. In compenso, i treni fanno letteralmente schifo: come documentano le quotidiane odissee dei pendolari; ai quali chi di dovere risponde con l’eterno rinvio (ultimo quello di pochi giorni fa per la tratta Padova-Venezia) di una metropolitana promessa nel 1990, vale a dire 23 anni fa.

Inutilmente autorevoli studiosi misurano e denunciano la portata di questo dissesto da overdose di consumo del territorio. L’ultimo esempio in ordine di tempo è quello di Francesco Vallerani: padovano di anagrafe, geografo di Ca’ Foscari, in un saggio dall’eloquente titolo “Italia desnuda – percorsi di resistenza nel Paese del cemento”; ampia parte del quale è dedicato al Veneto, non per partigianeria anagrafica, ma perché una terra esemplare per bellezze naturali ed artistiche ha finito per diventare forse il luogo più negativamente significativo di una sorta di geografia dell’angoscia disseminata di cemento. Non è un capo d’accusa articolato per numeri: quella di Vallerani è piuttosto un’analisi dei processi socio-culturali che hanno provocato il traumatico passaggio dai canoni palladiani allo scempio diffuso; e anche degli stati d’animo che questo assalto ha indotto. Un boom, oltretutto, partito dalla fame vera ma poi consegnatosi alla “auri sacra fames” senza conoscere più limiti: fino a che la devastante crisi economica planetaria ha trasformato il big-bang del cemento in un big-crunch contrassegnato dai cartelli “vendesi” e “affittasi”.

Vallerani lo documenta attraverso un mesto pellegrinaggio tra le macerie di aree dismesse e le nuove lottizzazioni onnipresenti, contrassegnato da quello che egli stesso definisce «odore di malta»: un fenomeno responsabile delle non poche catastrofi naturali che le cronache registrano ormai di continuo. Tra cui le ire funeste dei fiumi, inutilmente segnalate con largo anticipo da autorevoli ingegneri idraulici del Nordest, i cui ammonimenti sull’impatto di «mattone selvaggio» sulla maglia idrografica tra Mincio e Tagliamento sono rimasti regolarmente inascoltati. Anche da troppi sindaci che, sotto la spinta delle ristrettezze finanziarie in cui li ha ridotti lo Stato, hanno finito per considerare il territorio come una cassaforte per trasfusioni di risorse nei loro sempre più asfittici bilanci. Così il rapporto tra colate di cemento e consumo di suolo in Veneto ha finito per diventare il più alto in Italia, anche per effetto di un’opulenza diffusa che si può cogliere visivamente la domenica, quando dopo la regolare presenza alla messa un esercito di auto di lusso si mette in moto verso la più vicina pasticceria: dando vita a quella che Tim Parks, graffiante scrittore inglese trapiantato a Verona, suggella con efficacissima immagine in un singolare connubio tra ostie e brioches.

Il fatto è, segnala Vallerani, che quel processo di città diffusa di cui tanto si va parlando di questi tempi si diffonde a scapito della campagna, accentuando un individualismo esasperato quanto nocivo, che trova una sintesi anche visiva nella mitica Marca gioiosa del Trevigiano, al cui ingresso si viene accolti da cartelli con la suggestiva scritta «Se la vedi ti innamori»; subito contraddetta da immagini di «incompiute lottizzazioni, anonime e invasive aree artigianali, ruspe in alacre attività, oscene potature delle alberature, volgari intrusioni di chiassosi cartelloni che elogiano rubinetterie, mobilifici, parchi commerciali». Il tutto espressione di un popolo di produttori i quali, per dirla con Paolo Rumiz, «hanno lavorato tanto da non aver avuto neanche il tempo di accorgersi di essere diventati ricchi». E infelici.

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