Terrorismo, le armi dei kosovari pronti a colpire a Rialto

Intercettazioni ambientali nell’appartamento a Venezia: si sente distintamente il clic di una pistola

VENEZIA. In quell’appartamento di San Marco i kosovari fans dell’Is avevano armi. O meglio in quell’appartamento sono transitate armi che qualcuno ha portato ai quattro giovani, tra cui un minore, finiti in carcere con l’accusa di terrorismo il 30 marzo scorso.

Ne sono convinti gli investigatori di carabinieri e polizia che hanno smantellato la cellula jihadista che voleva compiere un attentato sul ponte di Rialto. Infatti l’accelerazione all’operazione, coordinata dalla Procura Antiterrorismo di Venezia, c’è stata proprio perché gli inquirenti erano convinti che i quattro avessero a disposizione delle armi.

«Pronti a fare attentati a Venezia»: i kosovari restano in cella
Il momento dell'arresto

Erano convinti perché in alcune circostanze dalle intercettazioni ambientali emergeva che in quell’appartamento in calle della Mandola a San Marco, c’erano delle pistole. Qualche settimana prima del blitz, mentre i kosovari sono in casa, gli inquirenti sentono tre di loro parlare, poi risuona il cicalino del campanello alla porta. Evidentemente qualcuno suona per entrare. Subito i tre smettono di parlare e fanno silenzio come se volessero capire chi c’è alla porta. I rumori che provengono dall’interno, fanno capire che uno si alza mentre in maniera chiara si sente il rumore di un’arma che viene caricata. Si tratta del tipico rumore che fa il carrello per caricare il primo colpo in una pistola semiautomatica. Forse sospettano che chi suona alla porta non sia un “amico” e quindi si preparano per difendersi. Poi la porta si apre e ricominciano a parlare. Si trattava, evidentemente, di una persona conosciuta e fidata. Quel rumore di arma, il continuare a parlare di attentati a Rialto e il fatto che a breve ci sarebbe stata Pasqua ha convinto gli inquirenti, coordinati dal sostituto procuratore Antiterrorismo Adelchi D’Ippolito, a chiedere le misure cautelari in carcere ed eseguite da carabinieri e polizia con l’impiego di reparti speciali. Misure cautelari che poi hanno retto anche davanti al tribunale del riesame.

Per «guadagnarsi il Paradiso», i kosovari che lavoravano come camerieri nei bar di piazza San Marco, erano pronti a compiere un attentato al ponte di Rialto. L’intenzione era di fare centinaia di morti. Più che a Londra. E proprio davanti alle immagini del poliziotto e dei passanti uccisi sul ponte di Westminster Fisnik Bekaj, 24 anni; Dale Haziraj di 25 e Arjan Babaj di 27 quel 22 marzo hanno gioito. I carabinieri e i poliziotti che li hanno intercettati per mesi, quel giorno, li hanno sentiti progettare «qualcosa di simile anche a Venezia». Una settimana dopo è scattato il blitz. Per la procura si tratta di una vera e propria cellula di matrice jihadista che si stava radicalizzando e consolidando nel pieno centro di Venezia dove i quattro (coinvolto anche un minorenne di 17 anni) abitavano e lavoravano. Tesi sposata in toto anche dal tribunale del riesame.

Una volta scoperta, la cellula jiadista è stata neutralizzata dalle forze speciali di polizia e carabinieri. Per tutti, l’accusa è di associazione finalizzata all’adesione all’Is per compiere azioni all’estero, in particolare in Siria, e in Italia. Il blitz è scattato nella notte tra ilo 29 e il 30 marzo. Le squadre dei Gis e dei Nocs, hanno arrestato i quattro kosovari residenti in Italia con regolare permesso di soggiorno.

Una decina le perquisizioni tra Venezia, Mestre e Treviso alla ricerca dei complici e delle armi. I kosovari inoltre seguivano video tutorial sull’uso di coltelli per uccidere persone. Ora sono in carcere.

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