Variante inglese, Rigoli: «Il virus continua a mutare. Per ora non sembra più cattivo»
Parla il dottor Roberto Rigoli, responsabile della Microbiologia del Veneto: «Continuiamo con le solite precauzioni, e facendo molta attenzione». Tutti i casi di variante inglese trovati a Treviso non sono ospedalizzati

De Wolanski Treviso Ca' Foncello Laboratorio Analisi Dott Rigoli
TREVISO. La buona notizia è che il sistema funziona. Funziona la nuova procedura della Microbiologia per identificare le mutazioni del virus su cui si sono concentrate le attenzioni: inglese, sudafricana, brasiliana.
E funzionano i test rapidi antigenici, perché quei trenta trevigiani con la variante inglese erano stati intercettati tutti nei Covid point dell’Ulss 2 in cui si erano sottoposti al tampone rapido.
La diffusione delle varianti pone nuove sfide al professor Roberto Rigoli, primario di Microbiologia al Ca’ Foncello e responsabile delle Microbiologie del Veneto, che invita comunque a non farsi prendere dal panico: il virus finora ha sempre sorpreso tutti, ma non sempre in negativo.
Trenta positivi - trovati in 48 ore - con la variante inglese: cos’hanno in comune? Appartengono a uno stesso cluster?
«No, sono più cluster, prevalentemente familiari. Non possiamo dire di più o dare indicazioni sulla zona di provenienza, ci sono indagini in corso per capire se esiste un collegamento tra i vari cluster. Ormai la variante inglese è diffusa, i dati dell’Istituto Superiore di Sanità riportano regioni in cui la sua presenza arriva al 50 per cento. Ma grazie a questa scoperta abbiamo imparato anche un’altra cosa».
E cioè?
«Tutti questi trenta casi sono stati selezionati dal tampone cromatografico di prima generazione tanto attaccato e contestato. I test antigenici rapidi, quindi, che si fanno nei nostri Covid Point, “beccano” anche la variante inglese».
Si dice che la variante inglese sia più contagiosa ma non più letale. È così?
«Questa trentina di pazienti sono quasi tutti esterni, cioè non sono ricoverati. Facciamo attenzione però, sono dati scarsi, trenta persone non sono sufficienti per rispondere a questa domanda, ma di fatto non hanno un andamento clinico peggiore di altri. Tuttavia, è troppo presto per dirlo».
Da quanto tempo circolava la variante inglese nella Marca? Può essere responsabile dell’impennata di casi a novembre e dicembre?
«È possibile, ma ancora non ne abbiamo la prova. Abbiamo conservato tutti i campioni, anche quelli di ottobre. Faremo i test anche su quei campioni. Ora non possiamo permetterci di farlo, perché stiamo lavorando giorno e notte sui pazienti che si infettano in questo momento. Tutto è congelato e è a disposizione per darci le risposte che cerchiamo. Niente verrà cancellato».
Per la popolazione cosa cambia? Ora che sappiamo che la variante inglese circola, dobbiamo modificare le nostre abitudini? Essere ancora più prudenti?
«Si dice che questa variante infetti con più facilità. Le misure che abbiamo sempre raccomandato devono essere adottate con attenzione. Detto questo, siccome è un virus molto insidioso, e continua a mutare, qualsiasi previsione in senso negativo o positivo è difficile da fare.
In Inghilterra hanno detto che ha una capacità di infettare superiore al 50-70%, ma nel frattempo questa stessa variante inglese muta. Quindi dobbiamo valutare la “cattiveria” del virus tenendo conto dell’attualità, non di quanto accaduto un paio di mesi fa».
La variante inglese prenderà il sopravvento? Dobbiamo aspettarci una nuova impennata di casi? O l’abbiamo già avuta?
«Alzi la mano chi, parlando di questo virus, non è mai stato smentito prima. Allo stato attuale delle cose, in Veneto e in provincia di Treviso abbiamo in atto un calo di positivi. Cerchiamo di interpretare e capire, ma emerge la difficoltà di fare previsioni. La speranza ovviamente è che muti in senso buono, e non in senso cattivo.
E comunque, fra tutti i pessimisti che ci sono, chi aveva previsto una caduta dei casi come quella avvenuta in Veneto a partire da gennaio?»
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