«Vietato ai zingari» A Vicenza cartello di sapore razzista

Ma lei è una commessa marocchina, ha 20 anni e si spiega «Conosco il razzismo, solo che non voglio essere derubata»

VICENZA

Con pulizia e candore ha preso carta e penna e sulla porta del negozio ha appeso il seguente cartello: «Siamo spiacenti: ma per maleducazione e non rispetto delle regole e numerosi furti, vietato entrare ai zingari». Con una postilla: «Non per razzismo». Lei è marocchina e di razzismo se ne intende. Gestisce un bazar di piccole cose - penne, ombrelli, palloncini - vicino al Ponte degli Angeli a Vicenza. Già ieri, il carello non c’era più. Fatima è stata travolta dal treno dello sdegno. L’Unar (l’Ufficio Nazionale Antiscriminazioni Razziali presso la Presidenza del Consiglio) ha aperto un’«istruttoria», l’amministrazione comunale di Vicenza ha espresso riprovazione.

Vent’anni, da 12 in Italia, italiana a tutti gli effetti anzi veneta - «ai zingari» ha scritto - Fatima riscuote la solidarietà dei negozianti di Contrà XX settembre, dei lettori del Giornali di Vicenza che per primo ha dato la notizia e che è stato sommerso di post in suo favore, dei cittadini. Se la deve vedere con tutti gli altri.

«L'avevo messo io quel cartello, qualche giorno fa - racconta - non volevo sembrare razzista, non lo sono e so anzi cosa vuol dire essere discriminati perché diversi. Ma non sapevo più come fare». Il negozio è uno stretto corridoio, merce a destra e sinistra, la cassa prima dell’uscita. «Entrano e scappano con la roba. Io do quello che posso a chi chiede aiuto. Ecco, qui ho una bottiglia di shampo difettata, la do a chi me la chiede, do anche lo yogurt della mia colazione. Ma tutti vogliono soldi, non aiuto. L’altro giorno sono stata aggredita da un uomo di colore. Gli zingari non fanno del male, ma entrano in tanti, con i bambini si riempiono le tasche di roba ed escono dalla porta senza pagare. Io li rincorro. Ho chiamato la polizia quando sono stata aggredita, ma se non hai un avvocato e i soldi non serve a niente».

Fatima passerà i suoi guai. Il più grosso non le viene dal cartello ma dal fatto che, dal prossimo 20 aprile, il suo negozio chiude per mancanza di clienti e lei sarà disoccupata, «chi me la farà allora la beneficenza? Io credo nel rispetto delle regole, volevo dire questo col cartello, nient’altro».

Sul banco ha un quaderno sul quale i colleghi negozianti mettono firme di solidarietà, ieri alla riapertura pomeridiana erano già una decina. Le sono grati, è portavoce inconsapevole di quello che molti vorrebbero dire ma non non possono.

«Capisco gli intenti della commessa - dichiara Antonio De Poli, segretario regiuonale Udc - ma non si può in un Paese civile come il nostro, esporre un cartello che purtroppo ricorda ben altri tempi». (e.r)

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