Zennaro bloccato dalle cause Medici di Emergency in hotel

VENEZIA
Cause disseminate come trappole per incastrare Marco Zennaro. Ora mentre lui è finalmente ai domiciliari nell’hotel Acropol di Khartoum, all’orizzonte si intravvede una nuova azione legale che un’impresa di Dubai ha intenzione di fargli. Anche questa legata alla fornitura di trasformatori forniti. Ma di questa azienda i Zennaro non sanno nulla. Vera o falsa che sia, questa intenzione non fa bene alla salute dell’imprenditore molto provato fisicamente e psicologicamente dalla detenzione di questi mesi. Zennaro, 46 anni, padre di tre bambini, titolare di un’azienda di materiali elettrici, la Zennarotrafo, era arrivato in Sudan a il 17 marzo dopo che un’azienda con cui era in affari, la ditta Al Gallabi, aveva contestato una fornitura di trasformatori che secondo l’acquirente non erano conformi alle caratteristiche previste dall’accordo. Accuse che Zennaro ha sempre respinto. L’imprenditore non immaginava che sarebbe stato piantonato per due settimane all’hotel, fino a quando non avesse sborsato 400 mila euro a titolo di conciliazione. Soldi che ha versato. E quando è stato fermato di nuovo all’imbarco del volo per l’Italia, il primo aprile, non pensava di certo che lo stavano attendendo 56 giorni di reclusione al commissariato di Karthoum, a nord della città, in attesa di una nuova sentenza in merito ad altri ricorsi.
Stando a quanto fin qui ricostruito dai legali sudanesi di Zennaro dietro a tutto questo, due mesi e mezzo di inferno, ci sarebbe Abdallah Ahamed, un uomo del generale Mohamed Hamdan Dagalo, vicepresidente del Consiglio militare di transizione dopo il colpo di stato sudanese del 2019. È lui il vero cliente che voleva completare l’acquisto dei trasformatori attraverso Gallabi, che nel frattempo è stato trovato morto nel Nilo. Si tratta di un potente miliziano con parecchia disponibilità economica.
Il padre di Zennaro da settimane anche lui in Sudan per seguire la vicenda si dice pronto a far pagare chi è causa delle sofferenze del figlio.
Il primo giorno fuori dal commissariato di polizia dove era detenuto in condizioni disumane Marco Zennaro lo ha trascorso disteso sul letto sella stanza dell’albergo dove è ospite e mangiando un piatto di spaghetti con il padre Cristiano. Marco, racconta il fratello Alvise che lo ha sentito ieri mattina, ha ancora paura. Teme che la polizia bussi alla sua porta e lo riporti nell’inferno della stanza di detenzione, dove all’interno ci sono 50°, un solo bagno per trenta persone e dell’acqua in secchi per lavarsi. Sta male fisicamente. È molto debole e salendo le scale dell’albergo è pure caduto. Ha forti crampi allo stomaco.
Per questo il padre ha chiesto l’intervento di un’équipe di medici di Emergency di un ospedale che l’associazione di Gino Strada gestisce nella zona di Khartoum. La visita era prevista per la serata di ieri. Il padre chiederà ai sanitari anche il tampone per verificare se il figlio è stato contagiato dal covid-19.
Ieri si è svolta la prima udienza del processo civile intentato dalle società che hanno accusato Marco di frode in commercio: lo accusano di aver consegnato la partita di trasformatori che loro avevano acquistato non conformi a quelli pagati. Un affare da quasi 1 milione e 200 mila euro. Questa prima udienza non ha visto Marco in aula. L’imprenditore tornerà, salvo imprevisti, davanti i giudici il 27 giugno. Quel giorno, è previsto che il giudice decida sulla richiesta delle aziende che hanno fatto causa all’imprenditore. Gli oltre 700mila euro che sono stati versati a garanzia hanno permesso a Marco di essere messo ai domiciliari in albergo. In realtà il 46enne ha l’obbligo di rimanere in città e di non lasciare Khartoum.
A ieri sera la famiglia non conosceva come erano andate le cose durante questa prima udienza. —
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