Fermanelli, un assist al Padova: «Piazza che merita tantissimo»
Le sue punizioni all’Appiani erano vere prove balistiche. Dopo quasi 40 anni il coro dei tifosi che inneggiavano “tira la bomba, tira la bomba” è ancora vivo nella memoria: «Che emozione quei canti sugli spalti, con la Carrarese vietato distrarsi»

Il Padova nel cuore. «Fosse stato per me ci sarei rimasto a vivere con la famiglia, invece un episodio ha cambiato il corso delle cose». E un luogo dell’anima. «Lo stadio Appiani era tanta roba. Se davi cento in campo il tifo sugli spalti ti faceva dare 110. Era una cosa incredibile».
Claudio Fermanelli non è soltanto un ex capitano biancoscudato. È un coro che per chi ha superato gli anta rimbomba ancora nelle orecchie: «Fermanelli, Fermanelli, tira la bomba, tira la bomba», per la potenza e la precisione delle sue punizioni.
Fermanelli, 63 anni il prossimo 20 ottobre, al Padova ha giocato due stagioni e mezza dall’87 al ’90 (fino a gennaio di quell’anno), collezionando 78 presenze e segnando 15 gol.
Ora vive in Valle D’Aosta e allena da più di vent’anni una squadra di dilettanti che milita in Promozione l’Asd Charvensod. «È una scelta di vita. Qui vivo con la mia famiglia. Si sta bene. Oltre ad allenare faccio anche il nonno».

Lei ha detto che si sarebbe fermato a vivere a Padova. Ma successe qualcosa che cambiò il corso degli eventi. Ce lo può raccontare?
«Ero capitano di quella squadra. Padova è una bella città, i padovani sono bella gente. Purtroppo ho un rammarico. Quando in panchina arrivò Enzo Ferrari si portò dietro Pradella e Pasa. E come si dice in gergo “non mi vedeva”. Così, fuori dal progetto, andai al Perugia e a Padova arrivò Di Livio. Mi dispiacque moltissimo perché avevo ancora molto da dare. Il gruppo era unito. La coppia d’attacco era Fermanelli - Simonini. Con Fulvio che a Padova c’è rimasto mi sento ogni tanto. Ma quell’episodio lì mi fa ancora male».
Sente altri ex compagni del Biancoscudo dell’epoca?
«Mi sento con Cornelio Donati. Come è detto eravamo un gruppo affiatato. C’era un giovanissimo Damiano Longhi, in porta c’era Benevelli che era un pazzo scatenato, ma anche Piacentini, Da Re, Valigi, Casagrande, Sola. Era una bella squadra, con un grande pubblico e un grande stadio».
Un pubblico che cantava il suo nome quando c’era da tirare le punizioni. A proposito: nel calcio di oggi si segna poco su punizione. Ci vorrebbero più Fermanelli in campo...
«Vero. Credo che sia perché ora tutti vogliono tirare di prima. Le barriere sono sempre più folte e poi c’è il “coccodrillo” (l’uomo che si stende ai piedi dei compagni in barriera per evitare che il palloni passi sono al momento del salto, ndr). Invece bisognerebbe tornare all’antico. Toccare il pallone a lato per un compagno che tira. Non si tocca più la palla. Facendolo invece si ha una visibilità differente» .
Le piace il calcio di oggi?
«Diciamo che sono d’accordo con l’idea di calcio di Orsato. Fischiare di meno e giocare di più. Purtroppo il calcio di adesso è business e gossip. Ai miei tempi se ti legavi un elastico in testa ti facevano tagliare i capelli.
Cosa pensa della Nazionale di Mancini?
«Chi poteva prendere in mano la Nazionale se non Mancini? Io credo che se il gruppo si compatta potrebbe fare buone cose. Eppoi bisogna fare cresce i giovani. Se gioca Romano e non fa un’ottima prestazione lo sommergono di critiche. Così è difficile per tutti crescere».
Domenica riprende il campionato di serie B. Il Padova ospita all’Euganeo la Carrarese ultima in classifica...
«Le partite si devono giocare, prima di tutto. Io comunque punto sul Padova e non solo perché ci ho giocato. Anche Carrara è comunque una buona piazza. Io non ci ho mai giocato contro perché quando io ero al Padova in B loro erano in C e nemmeno ho segnato su punizione. Ma come ho detto prima, punto tutto sul Padova domenica prossima».
Lei segue i biancoscudati?
«Diciamo che se vince il Padova sono contento. Ho saputo che è una società solida passata di mano di recente. E questo non può che far bene all’ambiente. Per il resto sono passati tanti anni».
Torniamo ai suoi anni all’ombra del Santo e alla canzoncina che le cantavano i tifosi...
«Era un classico, il pezzo forte della curva. E mi caricava, ovviamente. Eccome se mi caricava».
Quanto manca un Fermanelli che tira le bombe in campo nel calcio italiano?
«Non è detto che non possa tornare. Mio figlio ha deciso di fare tutt’altro nella vita. Fa il fumettista. Ma ho due nipoti che portano il mio cognome. Uno di sei e uno di tre. Quello più piccolo mi pare abbia già il piglio giusto per seguire le orme del nonno (ride). Non si sa mai che fra vent’anni torni in auge la canzoncina».
Magari ancora sugli spalti di uno stadio padovano.
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