Bankitalia: estero salva perzialmente Veneto

VENEZIA. Con l’acuirsi della fase di recessione, nel 2012 (-4% della produzione industriale, e la contrazione economica è proseguita nei primi mesi del 2013) l’economia del Veneto ha risentito della diminuzione dei consumi e degli investimenti interni, mentre la domanda di beni e servizi dall’estero ha nel complesso registrato una tenuta. È questo, in estrema sintesi, il dato che emerge dal tradizionale report periodico della Banca d’Italia sull’economia del Veneto, che è stato presentato all’Auditorium Santa Margherita. «Un’uscita rapida dalla crisi - ha commentato il direttore della sede di Venezia di Banca d’Italia, Angelo Gramegna - purtroppo non si vede, ma c’è comunque la possibilità di capire cosa dobbiamo fare. Per fortuna, il quadro non è completamente negativo: incontra maggiori difficoltà chi lavora sostanzialmente per il mercato interno, visto che i consumi continuano a calare, ma ci sono risultati anche più che buoni per chi riesce ad esportare. Certo, c’è la necessità di fare sforzi eccezionali, ma siamo sicuri che valga la pena di investire per migliorare la situazione dei prossimi anni, pur essendo consci che ciò non sarà possibile nel breve periodo». Scendendo nel dettaglio, l’attività dell’industria manifatturiera si è nuovamente contratta, attestandosi ben al di sotto dei livelli pre-2008 e, continuando a frenare da un biennio anche gli investimenti interni, unitamente all’ampio grado di capacità produttiva inutilizzata, in base alle previsioni delle imprese è prevedibile un calo di investimenti programmati per il 2013, con una crescente propensione, costante da cinque anni, a investire all’estero. Il report dedica in particolare un’attenta e approfondita analisi alla filiera immobiliare e delle costruzioni, registrando una diminuzione dei volumi produttivi per il sesto anno consecutivo, con elevati livelli di invenduto e una situazione finanziaria problematica del comparto edile. Ma anche il terziario è in sofferenza, in particolare il settore del commercio, mentre turismo e trasporti, pur in rallentamento, sono stati sostenuti unicamente dalla domanda proveniente dall’estero. Continua invece la crescita dell’agroalimentare. «Rimangono sul mercato - ha spiegato Massimo Gallo, della divisione Analisi e ricerca economica territoriale della sede di Venezia della Banca d’Italia - le imprese in grado di innovare, migliorare la qualità del prodotto e andare all’estero, stabilendo reti produttive su mercati lontane. Questo processo, in Veneto, è iniziato ben prima della crisi, che ha solo accelerato un processo dettato dalla globalizzazione, con molte imprese nate negli anni ’70 e ’80 che contribuiscono a mantenere il tessuto produttivo veneto». Quanto all’occupazione, pur rimanendo invariata, ha registrato un calo degli orari effettivamente lavorati e la riduzione del reddito disponibile ha favorito una più elevata partecipazione al mercato del lavoro, con un conseguente netto aumento del tasso di disoccupazione, in particolare per i lavoratori più giovani. «Ci vuole uno sforzo più corale - ha concluso Gallo - per risollevare l’occupazione giovanile: occorre agire sul fronte dell’innovazione e creare nuove imprese, magari legate alle nuove tecnologie».
Una parte significativa del report sull’economia del Veneto presentato dalla Banca d’Italia è dedicata al tema delle banche. Argomento sul quale il direttore della filiale di Venezia dell’istituto, Angelo Gramegna, ha affermato: «il costo del credito è diventato poco sostenibile per certe banche e dunque bisogna fare qualcosa. Se, anche in questo settore, il nanismo è un problema, lo può diventare anche la mancanza di territorio per certi organismi, per cui è auspicabile una riduzione della concentrazione di banche in certe aree». Il rapporto illustra bene come il calo dei livelli produttivi e la tensione sulle condizioni di accesso al credito abbiano frenato la dinamica dei prestiti bancari, risultati in progressiva diminuzione del corso del 2012. La netta riduzione dei nuovi mutui per l’acquisto della casa ha depresso la dinamica del credito alle famiglie, mentre le imprese hanno fatto ricorso al credito bancario prevalentemente per ristrutturare l’indebitamento pregresso. Le imprese finanziariamente vulnerabili hanno incontrato condizioni d’offerta più restrittive e il costo della raccolta, in lenta diminuzione, unito alla ancor elevata rischiosità della clientela, hanno infine rallentato la diminuzione dei tassi d’interesse sui prestiti.
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