Zaia: più rispetto per i gay l’omofobia è una vergogna

All’assemblea della Lega il governatore del Veneto ha parlato anche di ius solis: «I figli dei migranti nati qui non possono aspettare 10 anni per diventare italiani»
Di Filippo Tosatto

VENEZIA. «Mi scrivono elettori leghisti e lamentano le discriminazioni verso i loro figli omosessuali, io sono etero ma ho amici e conoscenti gay, trovo insopportabile che siano ghettizzati per i loro orientamenti sessuali, hanno diritto al rispetto, punto. So che qui molti la pensano come me, basta con i rigurgiti omofobi nel partito: sono voci fondamentaliste che non rappresentano il movimento». Le parole sono di Luca Zaia, la cornice è l’hotel milanese che domenica ha ospitato l’assemblea degli eletti del Carroccio convocata da Roberto Maroni. La platea applaude con qualche distinguo: «D’accordissimo sul rispetto, ma a quelli del Gay Pride dico che matrimoni e adozioni gay sono un’altra cosa», puntualizza il capogruppo al Senato Massimo Bitonci.

Il governatore del Veneto, però, ha in serbo un’altra sorpresa che riguarda lo ius solis cioè il diritto alla cittadinanza derivante dalla nascita in un territorio: «Sono contrario ad un’applicazione indiscriminata, che prescinda dalla conoscenza della nostra lingua e dalla coscienza della nostra storia e identità. Ma ci sono i bambini, figli di immigrati, inseriti in un progetto, che già vanno a scuola, parlano il dialetto veneto quasi meglio di me, non si può pensare che diventino italiani solo quando, dopo i dieci anni previsti dalla legge, sono già alle medie»; stavolta i leghisti sono perplessi, qualche fremito scuote la sala, ma il trevigiano non molla: «I piccoli nati qua hanno acquisito la nostra identità, non quella dei Paesi d’origine. È successo anche ai nostri emigranti. Un ragionamento va fatto se vogliamo modernizzare il programma della Lega e tornare in sintonia con la nostra gente».

Mugugni rientrati, perfino l’ultrà Mario Borghezio (bacchettato da Zaia dopo l’ennesima sparata xenofoba) si avvicina e stringe la mano al governatore, che conclude sul voto amministrativo: «Abbiamo perso perché tanti nostri elettori sono rimasti a casa, è un consenso congelato, non perduto per sempre. Possiamo riconquistarlo lavorando sodo, basta con le espulsioni e le risse».

La stoccata sembra diretta al rivale Flavio Tosi, fautore della linea dura verso gli oppositori, ma il segretario-sindaco di Verona non raccoglie e addebita l’insuccesso a una serie di coincidenze negative: disaffezione e antipolitica dilaganti, effetto Grillo, onda lunga degli scandali del Cerchio magico, feroci polemiche interne. «In Veneto le cose non vanno affatto bene», fa eco Roberto “bulldog” Marcato, il segretario provinciale di Padova «abbiamo perso roccaforti storiche, come Treviso, è il nostro consenso ha raggiunto livelli minimi, così come il rinnovo delle tessere. È evidente che le continue sanzioni disciplinari suscitano tensione». Tant’è. Il percorso delineato da Maroni - assemblee provinciali e regionali, quindi adunata federale a Venezia il 21 settembre - sembra destinato a rinfocolare la battaglia correntizia. Se Tosi concorrerà alla segreteria di via Bellerio, la cordata veneta “lealista”, vicina a Zaia gli opporrà un candidato rivale.

È tutto? Quasi. All’incontro milanese è spiccata l’assenza di Umberto Bossi ma il Senatur non è stato l’unico a dare forfait. All’appello veneto mancavanoLuca Baggio (presidente della Liga), gli assessori regionali Daniele Stival e Marino Finozzi, il capo dei giovani padani Nicola Finco, il segretario veronese Paolo Paternoster, il presidente della Provincia di Treviso Leonardo Muraro. Indispettita la reazione di Maroni: «Chi non è qui, farà bene a inviarmi una spiegazione scritta».

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