Strage di Codevigo, come e perché nasce la ricerca di Scalco
Nuova luce sull'eccidio dei fascisti dal 29 aprile al 15 maggio del 1945: chi erano e perché furono uccisi. Ma anche cent'anni di storia del Comune padovano: dal 1866, anno del Plebiscito, al 1966, anno dell'alluvione del 4 novembre

PADOVA. Questo libro nasce per incarico del commissario prefettizio dottor Aldo Luciano, che dall'agosto 2007 reggeva il comune di Codevigo. Si propone di raccontare cent'anni esatti della storia di Codevigo: dal 1866, anno del Plebiscito che lo annette al Regno d'Italia, al 1966, anno della disastrosa alluvione del 4 novembre. I cent'anni più significativi della comunità: poche anime, meno di seimila, che vivono nel comune territorialmente più esteso del Padovano, dopo il comune di Padova.
Codevigo ha una caratteristica singolare: vi convergono tre fiumi importanti, il Brenta, il Bacchiglione e il canale Novissimo. Queste acque segnano gran parte delle sue vicissitudini. Sono quattro gli eventi principali che connotano la memoria: l'alluvione del 16-17 settembre 1882, quando il Brenta esonda e sommerge terre ed abitati con sei-sette metri d'acqua; la lunga e complicata storia degli usi civici nella valle Millecampi, protrattasi dal 1887 al 1967; la strage di fascisti del maggio 1945; l'alluvione del 4 novembre 1966, dopo la quale inizia la vita attuale della comunità.
Lino Scalco, l'autore, è innanzitutto uno storico, di sicura formazione e convinzione antifascista, ma che ha cercato di documentare, per la prima volta in modo obiettivo, gli avvenimenti relativi alle uccisioni avvenute tra il 29 aprile e il 15 maggio 1945, e sulle quali era sceso il silenzio dei vincitori. Aver tolto il velo è appunto il compito dello storico. Oggi possiamo avere una conoscenza più obiettiva sulla quale formarsi un giudizio. Nessuno qui scriverà che è stata una pagina nera della Resistenza: è stata una pagina della Resistenza, da capire e da valutare nel contesto storico in cui è accaduta. Come, peraltro, non si può parlare con leggerezza di "vittime innocenti".
Quei repubblichini, quei fascisti, di sicuro sono stati vittime. La loro innocenza è una presunzione tutta da dimostrare. Se alcuni di loro sono morti senza una ragione valida (il diciottenne Farinacci Fontana fu ucciso per il nome che portava) molti altri rispondevano di una condotta che cominciava addirittura con i Fasci di combattimento del 1920. Fu una vendetta mirata, una resa dei conti: conti che indubbiamente esistevano. Dice Lino Scalco: «Gli antifascisti fecero pagare alle vittime alcune responsabilità personali, ma anche tutto il fascismo». Nel dopoguerra tutto venne coperto dal silenzio, ed è facile credere che in prima fila, per non parlarne, ci fosse l'Anpi.
Ma non solo: negli Anni Cinquanta, anche parecchi democristiani di Codevigo, assurti a ruoli politici, non avevano alcun interesse a che se ne parlasse, vista la loro precedente compromissione con il fascismo. Atteggiamenti oggi superati dalla storia. Lo ha detto anche il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, il 25 aprile di quest'anno, nel suo discorso per la Liberazione. Parlando della Resistenza, Napolitano ha sottolineato come «non se ne debbano tacere i limiti e le ombre, come se ne possano mettere a confronto diverse letture e interpretazioni: senza che ciò conduca, sia chiaro, a sommarie svalutazioni e inaccettabili denigrazioni».
Riproduzione riservata © Il Mattino di Padova
Leggi anche
Video








