Economia, Boeri fa l'ottimista: "Crescere con riforme a costo zero"
Lezione nella sala della Scuola galileiana dell'Università di Padova. Al centro il problema del lavoro e le liberalizzazioni

Tito Boeri
PADOVA. L'Italia non è un Paese per vecchi e neanche per giovani? Tito Boeri tiene una lezione, all'Università di Padova, sull'Italia, paese senza crescita. Di fronte ai giovani riuniti nella sala della Scuola galileiana cerca un approccio razionale e non polemico al tema: «Voglio essere ottimista, provare a vedere quali possano essere le strade per tornare a crescere, delle proposte concrete per cambiare».
Insomma il bicchiere mezzo pieno. «Anche se qualche volte non è facile in Italia avere una visione ottimistica». Così quando gli si chiede che cosa pensi dello sfogo di Luciano Benetton («Se avessi trent'anni non resterei in Italia») risponde: «E' un messaggio sbagliato, non mi piace soprattutto da parte di chi ritengo debba essere considerato classe dirigente del Paese. E' un segno di rassegnazione e anche discriminatorio: non tutti i giovani possono andare via: E gli altri? Gli industriali - aggiunge - dovrebbero aiutare a dare il segnale di una svolta, fornire energie positive, aprendo il sistema all'internazionalizzazione. Certo Benetton lo ha fatto anche se oggi sembra più interessato a rifugiarsi in settori protetti».
Ma la lezione sul «tornare a crescere» parte dall'illustrazione proprio di un'economia bloccata da anni, che non riesce a ritrovare la strada dello sviluppo. «L' Italia è l'unico Paese dell'area Ocse che non cresce da 12 anni, il reddito reale procapite è fermo o è andato indietro durante la crisi, la ripresa è debolissima». Non c'è una ragione apparente di questa sorta di dannazione: non crisi bancarie gravi, non eventi metereologici straordinari. «E'un problema strutturale cui nessun governo, da anni, mette mano».
Eppure, dice Boeri, dalla risoluzione di questo problema l'Italia deve per forza passare: «Senza crescita non ci può essere stabilità, senza crescita il debito pubblico diventa insostenibile, le manovre da attuare per fare rientrare il bilancio nei parametri chiesti dai patti di stabilità europei, da vertigine: 40 miliardi tra il 2013 e il 2014». Cifre da fare tremare le vene ai polsi al prossimo governo, anche se Boeri le bolla perfino come ottimistiche perchè basate su presupposti fragili: incassi da lotta all'evasione e altre aleatorietà di questo genere.
E' possibile rompere con delle riforme questo circolo vizioso e invertire le aspettative? Boeri scioglie l'acronimo PNR, Piano Nazionale delle Riforme, presentato dal ministro dell'Economia Giulio Tremonti in un significativo Proprio Nessuna Riforma. Lì, in quel progetto che bisognerà presentare anche all' estero, insomma, non c'è alcuna indicazione del «che fare per crescere». Anzi. «Una riforma dell'istruzione terziaria che ci pone sotto i livelli della Romania, nessuna indicazione sul risparmio energetico, generiche indicazioni sulla riforma fiscale». Insomma nulla.
Eppure, dice, Boeri, sfatando la «vulgata» che le riforme costano e che hanno risultato solo nel lungo periodo mentre le cifre di bilancio pongono problemi urgenti, è possibile fare riforme a costo zero che abbiano effetti da subito. Per i giovani, ad esempio, vede l'introduzione di un contratto di lavoro a tempo indeterminato, a tutela progressivamente discendente che scoraggi l'abuso dei contratti temporanei. Per incoraggiare il lavoro delle donne la trasformazione delle detrazioni per carico di famiglia in sussidi condizionati all'impiego a favore delle famiglie con redditi bassi. E poi c'è il tema delle liberalizzazioni: fanno crescere l'occupazione, aumentare i salari, migliorare la produttività. Favole? Nient'affatto almeno a quello che mostrano i risultati una ricerca condotta sulle Regioni che le hanno attuate a confronto con quelle che invece hanno scelto di tenere chiuso il mercato più protetto. Sono temi sbandierati, promessi da una legislazione all'altra e mai realizzati.
E' finita così anche un'altra delle riforme, quella della delegiferazione, partita bene nelle mani del leghista Roberto Calderoli, che aveva promesso ad esempio che da ora in avanti sarebbero stati chiari i cambiamenti delle leggi e non ci sarebbe stato più quel rimando ai commi, ai numeri precedenti che fa impazziare chiunque si avvicini ad un decreto discusso in Parlamento. Neanche quella riforma è passata. La lettura a voce alta, di fronte a studenti sbigottitti, di un pezzo del recente decreto milleproroghe, è un divertissement crudele che fa strame dei propositi di Calderoli, dei suoi falò simbolici di vecchie leggi inutili. Più che una legge il testo è un dilemma che sarebbe meglio fosse scritto in cinese: almeno si potrebbe chiamare un traduttore per scioglierlo.
E il discorso torna sulla classe politica, i parlamentari, insomma chi il sistema deve governarlo. In una slide compare il paragone fra i i parlamentari italiani e quelli americani. Vent'anni fa il livello culturale, misurato dal tasso di istruzione, era più o meno pari. Da qualche decennio è sceso spaventosamente. Sarà una causa o un effetto del Paese bloccato?
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