Allievi: «Tiriamo le fila. E organizziamo un dibattito al San Gaetano»

Padova città per vecchi? Il sociologo Stefano Allievi che ha lanciato la discussione riprende il filo dopo decine di interventi e opinioni. Cinque punti per continuare il confronto. E magari anche per incontrarsi
Il sociologo Stefano Allievi
Il sociologo Stefano Allievi

PADOVA. Il dibattito che si è sviluppato sul giornale, on line, e sul blog del direttore Monestier, a commento degli articoli che ho proposto e alla risposta data dall’assessore Zampieri, sulla città e i giovani, ha già evidenziato una serie di carenze, di limiti, ma anche di proposte. Ed è un risultato in sé: finalmente si discute pubblicamente di questi argomenti, e nel merito, e coinvolgendo (e ascoltando) anche voci che nelle sedi istituzionali non hanno la possibilità di esprimersi. Mi pare bellissimo. E mi pare sia esattamente il risultato che si voleva ottenere.

Ricordo che il primo intervento, da cui tutta la discussione è scaturita (quello – modesto, senza enfasi alcuna, pubblicato a pag. 19 del giornale – relativo all’arrivo dei vigili alla festa del Pd), finiva esattamente con questa frase: "Allora forse, nell'interesse di tutti, è necessario aprire una franca discussione - magari una vera e propria convention, aperta a tutti - cercando di sentire il polso vero della città, non solo le lobbies che la rappresentano: residenti e commercianti, operatori culturali, associazionismo, studenti, istituzioni e università, parrocchie, organizzatori di sagre, musicisti e teatranti, ma anche giovani e famiglie, e magari qualche esperto che sappia cosa succede altrove, e come risolvono i problemi, che ci sono. E provare a immaginare una città diversa, ripensando i suoi luoghi di socialità e i suoi orari. Nell'interesse e a tutela di tutti: ma tutti davvero. Non è solo questa o quella iniziativa in gioco: c'è in ballo l'idea di città che abbiamo. Ne vogliamo parlare?". Bene, ne stiamo parlando. E non è un’occasione sprecata. Mi permetto, dopo averlo innescato, qualche osservazione sul dibattito: dopo aver ringraziato tutti quelli che vi stanno partecipando, da cui stiamo tutti imparando parecchio: in primo luogo ad ascoltarci.

Prima osservazione. Quasi tutti coloro che sono intervenuti sono entrati nel merito; solo pochi hanno usato l’occasione per fare polemica: tra di loro, con l’amministrazione, o con me. Quasi tutti insomma hanno fatto considerazioni, proposte, valutazioni, osservato come funziona la città, e a partire da questo hanno detto la loro. Non è poco. Vuol dire che qualche problema c’è davvero. Ma che ci sono anche le energie per affrontarli e risolverli: buone energie, e competenze, che la città, la sua amministrazione, deve saper ascoltare, e usare. Competenze che si trovano nell’amministrazione stessa, nell’università (che è ancora troppo poco usata nelle sue risorse, ma anche troppo assente nella sua azione e nella sua responsabilità nei confronti dei giovani che ad essa si iscrivono), nell’associazionismo, tra gli organizzatori culturali, ma anche altrove, tra voci e luoghi che di solito non intervengono, o meglio non hanno canali per esprimere la propria voce.

Seconda osservazione. E’ molto interessante che sia aperto un dibattito anche all’interno del Pd, il partito che esprime il sindaco e governa la città, con voci tra di loro diverse, non per questo necessariamente dissonanti. La questione non è tanto di difendere o attaccare l’amministrazione (operazione, dal mio punto di vista, del tutto inutile, e assente dai contenuti proposti, anche se qualcuno si è messo sulla difensiva): questa è roba vecchia, politica vecchissima, di schieramento e non di contenuti, e perciò ininteressante. E’ semplicemente sciocco pensare alla discussione come a una forma di opposizione: la discussione è buona in sé, e se è partecipata vuol dire che è utile. E se esprime contenuti propositivi vuol dire che è buona persino per l’amministrazione, che non ha quindi bisogno di vantare i suoi meriti o nascondere i demeriti in questo o quel campo – deve semplicemente fare buon uso dei suggerimenti che vengono avanzati: ascoltandoli, innanzitutto. Tra l’altro era chiaro fin dal primo articolo, ed esplicitato, che l’obiettivo non è andare contro l’istituzione né contro questa amministrazione, per la semplice ragione che quelle che la città esprime nei confronti dei giovani sono tendenze lunghe, trasversali, che precedono questa giunta, ma la attraversano. E, anzi, il problema, o parte del problema, è proprio lì.

Terza osservazione. Si è costruita, in alcuni interventi, una falsa polarizzazione: tra giovani e residenti, tra telecamere e divertimento, tra spritz-boys e una (presunta, finché non si esprime, anche se qualcuno ama parlare a nome suo) maggioranza silenziosa. Ora, non è questo l’oggetto del contendere. Intanto, non si parla di spritz, si parla di socialità: il fenomeno spritz non ne è che una delle tante espressioni. Le telecamere non sono in contraddizione con nulla: vanno benissimo, come vanno benissimo i controlli di polizia (ci mancherebbe), ma semplicemente non risolvono i problemi della socialità, e a rigore nemmeno c’entrano un granché. Quando facevo notare il fatto che sui cartelli d’ingresso a Padova c’è scritto ‘territorio urbano telesorvegliato’, non lo mettevo in contrapposizione a niente: ma, onestamente, è un dato culturale che mi ha sconcertato fin dalla prima volta che, da foresto, l’ho visto. Se lo si è messo vuol dire che denota qualcosa, che si voleva lanciare un messaggio. Non so neanche chi l’abbia fatto mettere. Ma, se fossi sindaco, lo farei togliere: possibile che sia questo il dato principale di riconoscimento di Padova, la sua carta d’identità? Quando sono venuto a viverci, una dozzina d’anni fa, non mi sembrava fosse così, e ancora adesso, grazie a Dio, mi sembra che Padova abbia ben altro da offrire, e ben altri segni di riconoscimento. Detto questo, è sbagliato mettere la telesorveglianza in alternativa al divertimento, come è sbagliato mettere in alternativa espressione e repressione: l’espressione (della socialità, della creatività) non si contrappone alla repressione (della devianza, però: non della socialità e della creatività). E nessun fautore di una socialità sana sarà contro la repressione della socialità deviata e sgangherata: dallo spaccio a chi piscia sui muri o lancia bottiglie contro i medesimi. E’ chi mette in contrapposizione le due cose che fa un’operazione scorretta e ideologica. Potremmo tranquillamente avere più espressione sociale, culturale, artistica, e quant’altro, e più repressione; e magari, possibilmente, anche più prevenzione (del degrado, per esempio) di cui la socialità è parte fondamentale. L’abbiamo già detto altrove, e l’hanno sottolineato diversi interventi nel dibattito: una città vissuta, frequentata, è una città migliore e più sicura. Per tutti. E’ nel vuoto, nel silenzio, nell’oscurità, che trova spazio e si manifesta più spesso il lato deviante e maleodorante della società, il degrado. E’ dove la gente, le famiglie, gli anziani, e anche i giovani, non vanno più, che restano i pochi votati al peggio. La socialità buona scaccia quella cattiva – è dove non c’è quella buona che domina, e spadroneggia, quella cattiva.

Quarta osservazione. Il rapporto tra università e città. Intanto, l’università è un interlocutore della città: sottoutilizzato nelle sue competenze, e probabilmente ipoattivo, visto che i giovani sono dopo tutto, più che la sua utenza, la sua mission, e dovrebbe averne cura, o dare una mano alle istituzioni e alle iniziative auto organizzate a farlo. Si ha la sensazione che gli studenti (ma anche gli altri giovani) siano un’utenza benvoluta finché si tratta di farla mangiare, dormire, consumare (di sfruttarla, direbbero alcuni); ma respinta quando esprime altri bisogni e modalità di socializzazione non riconducibili al mero consumo e neanche al solo studio – si vive, dopo tutto: si canta, si ama, si beve, perché no, si fa teatro, musica, si ride persino… E’ innegabile che, come nota Paolo Guiotto, "la qualità della vita universitaria è inferiore alle attese dei ragazzi". L’università ha le sue responsabilità; le altre le ha la città. "Perché non c'è solo la questione divertimenti. I ragazzi chiedono spazi studio, troppo pochi in città, apertura maggiore delle strutture, mezzi pubblici la sera, possibilità di fruire di iniziative culturali che stiano nella cifra della contemporaneità", e "l'offerta culturale di Padova guarda poco a questa possibile utenza". Sapendo, certo, che per riempire la socialità di contenuto e le giornate di relazioni, bisogna anche spendere: magari spiegando ai padovani che è un guadagno. Economico, persino. E sapendo che non si tratterebbe che di restituire un briciolo di ciò che i giovani producono (sì, producono) e spendono. Sarebbe utile una ricerca sull’indotto economico prodotto da giovani e studenti su questa città. Ma prima di vederne i risultati siamo già certi che la percentuale di spesa a loro favore è certamente inferiore alla loro percentuale di presenza nel territorio. E’ vero, siamo in epoca di tagli drastici a tutto, e non per colpa delle amministrazioni locali. Vogliamo tuttavia partire da questo dato per rifletterci sopra?

Quinta e ultima osservazione. E’ molto apprezzabile che molti degli interventi abbiano fatto proposte concrete: Andrea Ragona, Daniela, alcuni anonimi come proAssange, il consigliere Vincenzo Cusumano, il collega Vincenzo Romania, Gede Voltan, il già citato Guiotto, ed altri, hanno fatto proposte legate ai vari problemi, anche minuti, che la socialità di piazza produce: sporcizia, bagni, orari dei locali, mancanza di trasporti, assurde chiusure estive di locali di richiamo, proponendo anche fasi di sperimentazione e di valutazione successiva delle varie proposte. Ma anche proposte più complessive sull’organizzazione degli eventi (anche in orari e giorni diversi) e di quale tipo, sull’uso delle piazze e su ciò che ci si potrebbe fare, sulla pubblicizzazione nelle medesime di luoghi altri di socialità, sull’appetibilità di Padova come città turistica oltre che universitaria. E anche utili confronti sulla Padova di ieri e sui suoi luoghi di socialità che oggi non ci sono più e non sempre sono stati sostituiti da altri. Insomma, idee. Sono un bellissimo punto di partenza. E uno spunto per lavorare, se lavorare si vuole. Cerchiamo di allargarlo. Con altri spunti, inventando luoghi e momenti di dibattito, altrove. Magari un bell’incontro sul tema al San Gaetano, per dire. Comunque, non fermiamoci qui. Sarebbe l’ennesima occasione sprecata.

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