Ca’ Fausta di Camin all’asta con i suoi tesori

Che idea vi fareste dopo aver sentito una storia come questa?
C'è un signore che abita a Camin in una casa tutt'affatto singolare, Ca' Fausta: in qualche modo è un reperto storico, anche se le età, gli uomini e le distruzioni hanno lasciato il segno.
Un edificio che come lo si vede ora è in gran parte novecentesco, ma che conserva parti antiche, medievali, e qualche pietra può risalire addirittura all'VIII secolo. Lì c'era un castello, conteso e quindi distrutto dai Dalesmanini, potente famiglia a cavallo dell'anno Mille, ma in seguito anche Giordano Bruno, Galileo e anche il futuro Papa Giuseppe Sarto.
Venne semidistrutta dai napoleonici, e poi ricostruita. Una magione carica di storia e dal fascino particolare: a Camin, senza troppa fantasia, la chiamano «la casa degli spiriti», peraltro senza crederci troppo, se dicono che «li vedevano quando avevano bevuto un po' di più». Per dire come il fascino ci sia, anche se oggi, attraverso quel giardino incolto, si intravveda un edificio malmesso.
Dentro, piuttosto, il fascino è intatto, con un'aria retrò e mille particolari che raccontano la storia. La casa non è vincolata, né vincolati sono i quattromila metri di terra intorno.
Ci abita Pierfrancesco Boscaro, individuo particolare come la sua casa. Perché è un artista, vuole fare il regista e il pittore, che come si sa sono professioni piuttosto aleatorie.
Pierfrancesco impegna tutti i suoi averi nella sua attività artistica: vuole fare un film, e ci riesce. Si chiama «L'inceneritore», è ambientato a Padova, ha costi certi ma vita difficile. Va anche alla Mostra del Cinema di Venezia, nell'84, nella sezione opere prime. Ma poi non viene distribuito (è rispuntato ora, forse riuscirà ad avere una distribuzione).
Insomma, Boscaro si mangia un bel po' di soldi. E fa debiti. Prima somme lievi, poi deve fare un mututo con la Cassa di risparmio. Insomma, Pierfrancesco non solo è deluso, ma è in rosso di 13 mila euro, e gli pesa il mutuo.
Spunta il signor Elia Pagliarin, un commerciante che ha un bel negozio a Saonara e la passione dello storico.
Agli inizi del 2000 Pagliarin chiede a Boscaro di poter consultare l'antico archivio della villa: un interesse legittimo.
Nel 2004 Boscaro è in palese difficoltà, i soldi non ci sono, e Pagliarin si offre di dare una mano. Copre il rosso di 13.429 , glieli dà con un assegno. Poi propone a Boscaro di prestargli altri 38.571 euro, da restituire in tre anni: ma con quel denaro Pierfrancesco avrebbe potuto pagare le rate scadute del mutuo e magari estinguerlo, assieme all'ipoteca sulla casa.
C'è una contropartita: Pagliarin chiede a garanzia un terzo della casa, il 33 per cento. Si stende un preliminare in questo senso. Boscaro non vorrebbe: la casa dovrebbe valere sui 550 mila euro, un terzo equivale a circa 180 mila euro, il prestito erogato era in totale di 52 mila euro.
Ma così va il mondo, o prendere o lasciare. Il mondo può andare anche peggio: perché la cifra, nelle carte lievita per magìa. Pagliarin sostiene che come caparra ha versato altri 26 mila euro, Boscaro sostiene che non li ha mai ricevuti e che quella somma altro non è che l'interesse usurario sul prestito.
Fatto sta che la cifra dovuta passa da 52 mila a 78 mila euro. Con un'ulteriore beffa: Pagliarin versa non 52 ma 38 mila euro, trattenendo quanto aveva già versato (i 13 mila), il che impedisce a Boscaro di estinguere mutuo ed ipoteca. Ed esiste quel preliminare di compravendita a mezz'aria: è una garanzia o un cappio? Pagliarin sostiene di aver spedito una raccomandata con ricevuta di ritorno nella quale annullava il compromesso di compravendita. Boscaro, con un testimone, dice che dentro quella busta non c'era nulla di simile, ma solo alcune fotocopie di quadri rinascimentali. Se è così, una stranezza.
Insomma, si arriva al redde rationem, cioé a Pagliarin che rivuole indietro i soldi. Nel 2008 gli arriva un'ingiunzione di pagamento dal tribunale, a cui non può far ricorso perché la legge oltre i termini: era in Polonia dal produttore del suo film.
Parte la procedura di esecuzione, il giudice competente è la dottoressa Nicoletta Lolli.Boscaro cerca di difendersi e presenta in Procura della Repubblica una denuncia per usura.
Gli va male, perché anche il pubblico ministero Paola De Franceschi chiede l'archiviazione, scrivendo che «Pagliarin ha prestato complessivamente a Boscaro 56 mila euro ad un interesse non superiore al 5% annuo, che il preliminare di compravendita è scaduto nel 2005 e in ogni caso aveva ad oggetto un bene già ipotecato».
Il pm non tiene conto di una perizia del dottore commercialista Riccardo Tasca che, fatti tutti i conti, calcola nel 107,65 % il tasso applicato al prestito. Il tribunale di Padova la pensa nello stesso modo: il 19 ottobre 2011 il giudice Bello decide per l'archiviazione dell'accusa.
La causa penale finisce nel nulla. Quella civile, di Pagliarin contro Boscaro, continua: nonostante due istanze del prefetto di Padova, Ennio Mario Sodano, al giudice Lolli in cui suggerisce una sospensione dell'esecuzione: evidentemente sente puzza di bruciato.
La dottoressa Lolli ritiene di non dover accogliere le istanze del prefetto. Risultato: l'esecuzione procede e quindi l'immobile va messo all'asta per risarcire Pagliarin. Viene fatta una perizia, villa Boscaro vale 420 mila euro. Sembra pochino, ma la giustificazione è: un prezzo basso invoglia all'acquisto. E' vero, è un immobile ipotecato, ma il residuo del mutuo è di 6000 euro: restituiti quelli, cade anche l'ipoteca.
Domani 7 febbraio ci sarà il primo tentativo di messa all'asta, base 420 mila euro, rilanci di 4 mila. Boscaro rischia di venir espropriato per un debito di 56 mila euro (come dice il pm) o alla peggio di 81 mila (con le spese giudiziarie).
Pierfrancesco Boscaro le sta provando tutte, e ha raccontato la sua storia. Ha fatto anche una mossa disperata: il 25 settembre 2011 invia una supplica all'arcivescovo di Padova Antonio Mattiazzo in cui propone di lasciare la sua casa alla Curia, dopo la propria morte, in cambio del pagamento di quegli 81 euro che gli servono.
Finora nessuna risposta. E nessuna risposta nemmeno dalla Fondazione Beato Tovini, un ente cattolico con la mission di aiutare le vittime dell'usura, cui aveva scritto il 6 aprile 2010.
Allora, che storia è? Che impressione se ne ricava?
Il signor Elia Pagliarin presta il suo denaro, vuole riaverlo e vince tutto: gli danno ragione il giudice dell'esecuzione, il pubblico ministero e il tribunale di Padova.
Il signor Pierfrancesco Boscaro ritiene di essere vittima di una prepotenza ma nessuno lo ascolta. Nemmeno la Fondazione Tovini, nemmeno la Curia.
Fatevi un'idea, al di là della giustizia che ragiona per tabulas. La casa andrà all'asta, chissà chi la comprerà e per quanto.
Non è vincolata, a Camin si sussurra che vogliano buttare giù tutto e su quei 4000 metri di terra fare condominii. Lì dove c'era la terza torre di guardia romana sulla strada per Altino.
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