LE MICROSTORIE / Il ministro e quegli scugnizzi stranieri per caso

PADOVA. La prima visita ufficiale da ministro della Cooperazione internazionale e dell'Integrazione, Andrea Riccardi l'ha fatta a Villa Literno (Caserta). E non a caso. Lì, dove l'immigrazione è caporalato, sfruttamento, convivenza, integrazione.
Lì, a Villa Literno come nel resto d'Italia, dove l'immigrazione è di casa ma non a casa. Ché questo gli chiedono le comunità straniere (e pure quella locale, se in possesso di strumenti culturali che non siano la clava). Chiedono al ministro la possibilità di gettare fondamenta, mettere radici. Ovvero, che i loro figli nati qui, diventino cittadini italiani. Mica è questione nuova, ma nel passaggio veneto del ministro, 62 anni, fondatore della comunità di Sant'Egidio, docente di Storia contemporanea a Roma, la faccenda è saltata fuori da una domanda di uno studente in Diritti Umani incontrato tra i molti altri a Padova, al Cuamm.
E' cosa nota che Riccardi è convinto di tale necessità, anzi urgenza, lo dice e va ripetendolo. E aggiunge un episodio che ricalca quanto ognuno sperimenta nella quotidiana convivenza, a scuola, al lavoro, al bar, in condominio, con gli immigrati di seconda generazione.
«In quella mia prima visita da ministro, a Villa Literno, dopo l'omaggio alla tomba di Jarry Masslo (il sudafricano ucciso nell'89 dal caporalato) sono andato in diocesi dove c'erano grandi aule con tanti bambini tutti stranieri a studiare». Riccardi si avvicina a due piccoletti, chini sui quaderni, biondi biondi: ucraini o russi, pensa. E chiede.
«State imparando l'italiano? E’ faticoso? Come procede?»
«A' mini', ma quale italiano... Ca c'imparammo il russo».
«Ahhh. Già»
Nati qui sono quei due, e tutti gli altri, veri scugnizzi campani. E qui stanno cercando acqua le loro radici. E qui i loro genitori insistono che almeno qualche acca nella lingua d’origine la imparino.
Riccardi continua a raccontare. «Mi avvicino ad altri due ragazzetti, magrebini, e avendo supposto cosa stavano studiando, dico:
«Ciao. Allora, com’è imparare l'arabo?»
«A' mini', 'na noiaaaa grande».
Alberta Pierobon
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