«Lenire le sofferenze e dare agli altri, ecco la mia medicina»

di Aldo Comello
Dottor Giampiero Avruscio, lei è responsabile del servizio di Angiologia all’ospedale Sant’Antonio. Perché angiologia?
. «Nella risposta a questa domanda c’è tutta la mia storia. Io sono figlio di emigranti. Sono calabrese, di Cosenza. Mio padre, mia madre e i miei fratelli andarono a lavorare in Germania. Io ero ancora piccolo, restai a casa affidato alla nonna che era vecchia e analfabeta, ogni sera recitava il rosario, ma è stata per me una straordinaria maestra di vita: mi ha insegnato che niente si conquista senza fatica. Ho scelto di fare Medicina e ho scelto Padova anche perché così mi pareva di essere più vicino alla mia famiglia. A Padova, all’inizio, ero disorientato, avevo bisogno di un alloggio e lo trovai dai padri Verbiti. In cambio lavavo i pavimenti. Poi mi indirizzarono alla Casa dello Studente a cui avevo diritto, ma non lo sapevo. La sede era in via De Cristoforis. Fu un’esperienza straordinaria, conobbi ragazzi che venivano da tutto il mondo, dall’Iran, dal Pakistan, dalla Grecia e italiani da Trento, dall’Alto Adige, da ogni angolo della penisola. Io avevo sempre bisogno di lavorare, trovai da fare all’Opera Universitaria, la mensa di via San Francesco, un paio d’ore al giorno. Mi pagavano in buoni pasto, un po’ ne consumavo, un po’ ne vendevo. Alla guida della mensa c’era Mercanzin. Erano gli anni dell’Autonomia Operaia, delle Br, della contestazione violenta. Ricordo che anch’io fui aggredito nel corso di uno dei cosiddetti espropri proletari. Mi trovai a terra, sovrastato da due giovani mascherati armati di pistola. Non contavo niente e non mi fecero niente. Poi la sventura di un grave lutto famigliare: mio padre se lo porta via un ictus. Io mi ero già indirizzato a cardiologia. Forse diventai angiologo anche per una sorta di contrappasso di fronte a questa disgrazia. Ebbi un grande maestro, il professor Signorini. Allora la disciplina angiologica era ancora poco consolidata. Il servizio diventò autonomo nel 1986, unico Servizio di Angiologia istituzionalizzato del Triveneto».
Lei ha fatto esperienza anche all’estero?
«Sì, al Vascular Diagnostic Services del Cedars-Sinai Medical Center di Los Angeles diretto da David Cossman. Qui ho studiato la metodologia per studi di immagini con Eco Doppler Color Flow, una rivoluzione nella diagnostica. Quello di Los Angeles, precisamente di Beverly Hills, è l’ospedale delle star di Hollywood».
Che cosa ha appreso da questa “Lezione americana”?
«Oltre a far pratica di nuove tecnologie, ho apprezzato soprattutto le capacità organizzative della medicina d’oltreoceano. Sono iperspecializzati, ma da un punto di vista professionale, per completezza di preparazione, la nostra sanità veneta non ha nulla da invidiare alla loro. Comunque non farei cambio, lì sono le assicurazioni e quindi un certo livello di reddito ad assicurare cure mediche appropriate, quindi da un punto di vista sociale non c’è paragone: la nostra assistenza è molto più equa e generosa. Non farei certo il cambio con gli States, a parte la capacità organizzativa. Dall’America, comunque, ho importato una parte fondamentale della mia vita. Ho sposato una californiana, sono nati figli che ora sono grandi e autonomi, a casa mia si parlano l’inglese e il calabrese».
Che cosa manca oggi al nostro sistema?
«Due osservazioni. C’è una tendenza ad affollare gli ospedali. C’è sempre la fila al pronto soccorso. Certo, esami come la Risonanza Magnetica o la Tac sono complessi, ma, a volte, si ricorre all’ospedale per esami come un elettrocardiogramma o un’ecografia. In questi casi sarebbe opportuno che il medico di base indirizzasse il paziente ai distretti sanitari. Insomma, secondo me l’ospedale è per patologie acute. E poi c’è sempre l’alternativa del Day Hospital. Un’altra considerazione riguarda il rapporto medico-paziente. Non c’è più il medico di famiglia, era un campione dell’ascolto, capiva subito se c’era qualcosa che non andava».
Oggi, soprattutto nel paziente anziano, la diagnosi è all’insegna della complessità. Spesso convivono in un corpo solo più malattie stratificate: diabete, artrosi, sistema vascolare usurato. Come si procede?
«Il futuro è la concertazione: più saperi medici attorno al paziente. Dentro l’orizzonte delle realizzazioni ci sono gli ambulatori diagnostici integrati. A volte si tratta di sostituire all’efficienza, a una produttività fatta di numeri l’efficacia ossia la correttezza della diagnosi e la bontà della terapia».
L’angiologia si occupa di un ampio ventaglio di patologie?
«Certo, il nostro servizio, oltre a curare la prevenzione, puntando l’attenzione soprattutto sugli anziani, lavora a monte e a valle di un eventuale intervento chirurgico. Ci occupiamo, per esempio, della trombosi venosa. La malattia tromboembolica venosa si può manifestare sia come trombosi venosa profonda sia come embolia polmonare. In Nord America ogni anno circa 2 milioni di persone vengono colpite da trombosi venosa profonda e più di 600 mila sviluppano embolia polmonare. L’incidenza annua di embolia polmonare in Italia è stimabile in 120 mila casi con una morbilità simile a quella dell’infarto miocardico. Ci occupiamo anche di patologie relative alla circolazione periferica».
Nel campo della ricerca qual è stato l’incarico più impegnativo?
«Ho lavorato con compiti di coordinamento in un gruppo di studio multidisciplinare (che ha affiancato le specializzazioni di neurologia, immunologia e fisiatria) all’elaborazione di un protocollo per la diagnosi e la terapia dell’insufficienza venosa cronica cerebro spinale. Il tema della ricerca era così formulato: Diagnostica e trattamento endovascolare dell’insufficienza venosa cerebro spinale in pazienti con sclerosi multipla. L’ipotesi del professor Paolo Zamboni dell’Università di Ferrara, dal suggestivo titolo di “Brave dreams” che tende a ricondurre la sclerosi multipla ad una condizione di insufficienza venosa cerebro spinale cronica, è stata oggetto di un ampio e approfondito dibattito della comunità scientifica con un parere del Consiglio superore di sanità che ha attivato la Regione ad approfondire la problematica».
Lei, oltre a svolgere un’attività fitta di impegni e di responsabilità, si occupa anche dell’organizzazione di spettacoli di beneficenza. È un diversivo, un alleggerimento, un modo per uscire da un tran tran, appassionante ma non privo di asperità?
«Certamente no. Io strimpello un po’ la chitarra e canto, ma la cosa principale è organizzare lo spettacolo mettendo assieme talenti artistici ben superiori al mio. Tutto questo, però, fa parte di una missione complessiva che consiste nel “dare” agli altri, anche questa, alla fine è terapia: la musica, lo spettacolo sono medicine contro la solitudine. Curano l’anima, regalano gioia; in questo contesto la medicina non è più solo una professione, diventa un’arte, l’arte di dare soccorso al prossimo, di lenire in ogni modo la sofferenza. Una missione, questa, che assieme ai colleghi Baldo Licata e all’indimenticato Checco Candiani, scomparso un anno fa, mi ha sempre visto in prima linea».
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