Alpini a Bolzano, sfila l’orgoglio delle penne nere padovane

«Veniamo per il piacere di ritrovarci insieme, ma quando c’è bisogno di noi siamo sempre i primi, contro tutte le sciagure, dai terremoti alle inondazioni»
La sfilata con i tricolori all'85/ma adunata degli alpini a Bolzano. Circa 300 mila persone hanno preso parte all'adunata. Bolzano,13 maggio 2012. . ANSA/DANIELE MOSNA
La sfilata con i tricolori all'85/ma adunata degli alpini a Bolzano. Circa 300 mila persone hanno preso parte all'adunata. Bolzano,13 maggio 2012. . ANSA/DANIELE MOSNA

BOLZANO. Il salame è quello di casa. Il sole ce lo mette Bolzano. Il vino scorre a fiumi, ma non come una volta. «Vent’anni fa ci portavamo ai raduni due damigiane da 54 litri di rosso e una da 54 di bianco. Ora una da 30 litri ci basta e avanza». Lino Rizzi – il presidente dell’Ana di Padova forte di 2.800 iscritti (la sezione padovana comprende anche Rovigo e Adria), e di un + 3,4% di iscritti l’anno scorso in barba alla leva obbligatoria che non c’è più) storce il naso quando parla un suo iscritto anziano. Non vorrebbe che si associasse l’idea dell’adunata a quella delle bevute. Ma tant’è: ogni cerimonia ha la sua liturgia. Vino, sorrisi, cori, ma anche applausi, abbracci e lacrime.

Sfila per la seconda volta nella città bilingue più a nord d’Italia l’orgoglio degli alpini. Il Veneto c’è: Padova, Treviso (la rappresentanza più numerosa e rumorosa), Belluno. Ma anche Vicenza, Verona e Venezia. Decine di migliaia di alpini veneti a 63 anni di distanza dall’ultima volta. C’è anche chi se lo ricorda. «Nel 1949 la parte tedesca si chiuse a riccio. Ora c’è l’Europa. Magari noi vecchietti facciamo ancora un po’ fatica. Ma i giovani nati qui sono molto più italiani di tanti che si credono tali».

Bolzano è un’unica penna nera. Il centro cittadino un solo tricolore. Da queste parti non è semplice folklore. I commentatori delle tv private che seguono la sfilata in diretta si interrogano sull’italianità della manifestazione. L’identità e il rispetto qui non sono solo parole. Fortuna che in strada ci sono i “ragazzi” con la loro voglia di festeggiare. Il coronamento di un anno di attività, fatica e sudore. Un appuntamento che si rinnova ogni anno dal 1920, quando gli alpini al termine della Grande Guerra si ritrovarono spontaneamente sul Monte Ortigara, nel Vicentino, che grondava sangue.

Oggi è diverso, per fortuna. Il raduno è comunque un motivo per ricordare quelli che non ci sono più. Ma è anche una festa. Perché gli alpini sono così: ridono, cantano, bevono, e soprattutto non si tirano mai indietro. Nel novembre 2010 erano sugli argini dei fiumi veneti, durante l’alluvione a portare sacchi di sabbia, o a salvare gli animali. Ma anche a Genova, sepolta dal fango e prima ancora in Abruzzo per il terremoto. «Dove c’è un disastro, c’è un alpino», sottolineano loro con orgoglio. La protezione civile – non quella dei Grandi Eventi e dei milioni di euro gettati via – le “penne nere” ce l’hanno nel dna. « A Rocca di Cambio dove ieri è arrivato il Giro d’Italia, abbiamo restaurato una chiesetta. Erano rimasti in piedi solo quattro muri. Ghemo fato el cuerto. Messo su e gronde. E piturà tuto». D’estate il cardinale Angelo Sodano ci va sempre a pregare. E gli alpini padovani li porta nel cuore.

Bolzano, intanto si coccola i suoi di alpini. Il compito ordine altoatesino per un weekend è stato sconvolto dall’allegria a volta smargiassa delle penne nere. «Ogni sera abbiamo avuto almeno sette, otto ospiti a cena. Gente di qui. Che si ferma a chiacchierare. Una pasta e un bicchiere di vino non manca mai». Il tendone dell’Ana di Padova è piantato in una piazzetta a fianco di via Dante ( Dante Strasse). Oltre ai bagni chimici c’è anche un box doccia con l’acqua calda. . «Una volta potevamo lavarci anche con l’acqua gelata. Ora no. E ci sono anche le mogli ».

Poco più in là c’è l’allegro Talvera, affluente dell’Isarco che taglia in due la città e introduce viale Druso (Drususallee), il corso dello struscio alpino. In viale Italia alle 11 di mattina gli alpini sfilano con i gonfaloni e gli striscioni. Il programma è rigoroso. Lo speaker malinconico. Tutt’intorno è festa. Il giornale Alto Adige parla di 230 mila presenze. Un’invasione pacifica e colorata. Quasi la metà arrivano dal Veneto. I trevigiani i più chiassosi. «Fanno a gara con i bergamaschi per i mezzi più scassati. Modelli euro 0 che quando sgasano inquinano mezzo quartiere». E giù a ridere.

Nel pomeriggio tocca alle “penne nere” del nordest. Cappello orgogliosamente in testa. Qualcuno trattiene le lacrime quando da bordo strada parte un applauso. Uno dei tanti. Calorosi. Sentiti. «Se partecipi una volta, non puoi più farne a meno», dicono. Non è solo per la festa. Ma perché lo spirito di sacrificio degli alpini è incredibilmente contagioso. «Ci siamo stati, ci siamo adesso e ci saremo in futuro. E chi ci ammazza a noi?» Allora, arrivederci a Piacenza nel 2013.

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