Tifiamo perché questi ragazzi trovino la libertà
di Adina Agugiaro
«Sono con il mio love, mi faccio una riga... sono a casa di Claudio tra modelle serbe e puttane russe.. sono crollata perché avevo bevuto... potrò farmi una riga in tranquillità, no?». Da qualche giorno il “mattino” ci trasporta nel bel mezzo d’un reality, che stavolta è vita vissuta da un giro di padovani (e non solo) belli, ricchi, famosi, anche un po’ dannati, sì. Chissà se possedere una laurea, una professione, soldi sufficienti per vivere un’esistenza fatta di festini riservati, droga, donnine, alcool, bastano per catalogarne i protagonisti tra i rappresentanti della Padova-bene. A noi, abbastanza scafati per non sorprenderci di nulla e con lo sguardo aperto al disagio che ci circonda, il brillante avvocato, l’amico farmacista, la collega avvocatessa, il rampante discendente d’una stirpe di attori, i vip-spacciatori tunisini ispirano una sensazione di vuoto profondo. Devastante. I lustrini che rendono abbaglianti le feste del gruppo, i dettagli che potrebbero muovere ad invidia qualcuno, non solo non ci confondono; ma ci paiono coprire, come fossero banale carta stagnola, delle simboliche bacinelle rotte, che lasciano scorrere fuori tutto ciò che vi viene di continuo versato dentro. Per cui, come in una fatica di Sisifo, pur continuando queste persone a riempirle di emozioni forti, di ingredienti proibiti, di trasgressioni seriali, mai la loro interiorità ne viene placata, saziata.
Il racconto che leggiamo parla d’una infelicità esistenziale talmente insopportabile, che i mezzi impiegati per reggerla da parte di chi la soffre ci appaiono ridicolmente inadeguati. Scorgiamo vite che scorrono su due binari paralleli: uno è quello del finto privilegio, che pur esercitato in modo coatto e senza nulla risparmiarsi, non fa che estraniare sempre più ogni attore in commedia da se stesso; l’altro è quello in cui si dibattono anime terrorizzate dai propri sentimenti, dolori, tristezze, paure . Il primo è il rappresentarsi, di fronte agli altri e a se stessi; il secondo è l’esserci nella propria, temutissima, verità. Una solitudine interiore agghiacciante tiene separati i due binari, che per tentare di ricomporre una così grande fatica di vivere dovrebbero invece riunirsi. «Davide ha una gran paura della solitudine», afferma uno dei conoscenti dell’avvocato, «teme di restare solo, di non avere più nessuno intorno». Ma il brusìo del piccolo mondo vizioso; il suo linguaggio da iniziati; i suoi riti sempre più logori non fanno che approfondire l’isolamento in sè dei suoi abitanti. Sempre più dietro la maschera futile dei commedianti traspare la stanchezza morale degli individui. L’anima lacera e confusa non sogna che di riconoscersi. Stanca del gioco delle parti aspira a ritrovare se stessa, quale che sia il prezzo da pagare per riprendersi la propria verità. Non condanniamo nessuno in questa brutta storia, non ne siamo i giudici. Da individui liberi tifiamo perché altri individui possano ritrovare la loro faticosa eppur ineludibile libertà.
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