Padova troppo stressante, si rifugia sui monti e coltiva la terra

TARVISIO. Le parole di “prima” sono: lo stress, il contrasto, la solitudine, la velocità, l’innaturalità, il tempo perduto, la schiavitù. Quelle di “adesso” sono: le persone, il tempo ritrovato, il silenzio, la condivisione, la serenità, il progetto di vita. E ancora, “prima” c’era la tendenza al conflitto; “adesso”, all’amore. Tra “prima” e “adesso” c’è uno spartiacque, un solco profondo, una linea di demarcazione.
E, soprattutto, una data: 23 dicembre 2011, il giorno in cui ha deciso di lasciare alle spalle gran parte delle sue certezze, di scrollarsi di dosso la polvere di una vita che – racconta – non le regalava più nulla e, anzi, attimo dopo attimo le rubava l’anima. Quel giorno ha dato l’addio a un lavoro sicuro e ben retribuito, al benessere, alla città, alla logica della fretta. Ed è partita, rifugiandosi a Tarvisio da dove non ha più voglia di muoversi. E dove si è reinventata l’esistenza.
Oggi Isabella Nobili ha 38 anni, compiuti domenica. Ha effettuato gli studi, compresa la laurea in Scienze forestali, a Padova. Durante l’università ha studiato anche in Germania, in America e in Indonesia. Dopo la laurea per quattro anni ha fatto la consulente Fao, a Roma. Nel 2004, è rientrata a Padova come consulente ambientale e territoriale, occupandosi anche di energie rinnovabili fino, appunto, al 23 dicembre del 2011 (ma la decisione risale al 24 luglio dello stesso anno).
«Lascio il lavoro, non ce la faccio più», disse all’amministratore delegato della società. «Da tanto tempo – si legge nel suo sito – non riuscivo più a vivere in città, da troppo tempo sprecavo i miei giorni in cose delle quali non sapevo più trovare il senso. Ero triste, mi stavo ammalando di quel male oscuro che affligge la modernità caotica di un mondo che si rincorre da solo come un criceto nella ruota».
Gli ultimi mesi, alla sola idea di recarsi al lavoro vomitava. L’ufficio era diventato una gabbia asettica: sempre la stessa luce; tutto l’anno la stessa temperatura; ogni giorno lo stesso tran tran. E lei macinava i suoi dubbi, faceva lievitare i desideri. Non sognava una fuga, dice. Ma aveva bisogno «di dare forma a quello che sentiva avrebbe potuto regalarmi una vita migliore».
Un giorno, era l’8 ottobre del 2011, s’inventò il paradigma delle 180 uova al mese. «D’un tratto – ricorda – mi era accorta che per risparmiare un’ora di strada ogni giorno spendevo l’equivalente di 8 uova. Mi ero chiesta se il gioco valesse la candela. Pochi giorni prima avevo speso 10 euro per una corsa in taxi nella città tentacolare, 10 euro per cibo omologato e 9,90 per una piletta che mi avrebbe permesso di scivolare, la sera stessa, sotto un cielo brulicante di stelle e briciole di neve..., ma queste tre cose avevano tutte e tre lo stesso valore»?
No, non era questione di risparmiare una maxi-frittata al mese. Il nodo vero è che «c’è un limite oltre il quale il prestigio di un lavoro non è sufficiente a compensare le privazioni che ne derivano». Il destino aveva già puntato l’indice verso Tarvisio. Così, quando decise di partire aveva già un porto dove ormeggiare il cuore gonfio di futuro. I risparmi le avrebbero permesso un anno sabbatico.
E nel frattempo avrebbe progettato la nuova vita. E così è stato. Nell’autunno scorso, assieme ad alcuni amici, ha avviato una sperimentazione su una superficie di terreno in un’area tradizionalemente agricola, ma ormai destinata a prato da decenni. Quel terreno è stato arato e a fine inverno sarà fresato (uniche lavorazioni meccaniche).
Le coltivazioni saranno condotte senza utilizzo di sostanze chimiche e a basso o nullo impatto ambientale. Saranno riscoperte coltivazioni di almeno due generazioni fa come il mais Cinquantino. E altre coltivazioni ne vuole introdurre. Certo, ci vorrà tempo. Isabella desidera che quegli 800 metri quadrati si trasformino nel sogno possibile che si chiama “Gli orti di Fusine”.
In quella zona sta cercando una vecchia stalla, uno stavolo dove costruire la sua dimora, anzi, la sua fattoria, senza tanto denaro e dove spera di vivere tutta la sua vita. Dice ancora che a Tarvisio si è sentita a casa, che la gente è disponibile e ti sorride per strada, che i vecchi raccontano, che alzarsi la mattina e guardare le montagne le dà un brivido di felicità, che il tempo è rallentato, che l’esistenza ha un senso.
Nel frattempo, si offre come consulente per progetti boschivi. «Il lavoro non manca di certo – sottolinea – perché se così fosse non ci sarebbero tanti extracomunitari negli ospedali, nelle fabbriche, nei servizi. Io, del resto, posso anche lavare le scale o fare qualsiasi attività. No, di certo quello del lavoro non è un problema».
«Non rifiuto la società – precisa –, ma ho provato sulla mia pelle la consapevolezza che si può fare altro. Il concetto di benessere è falsato e più si ha e più si ritiene di poter fare a meno degli altri. E la schiavitù del denaro porta le persone a sacrificare la propria vita. Senza lavoro oggi la gente è nel panico, perché nella società urbana nessuno sa sopravvivere senza lavoro. Ma non voglio di certo “convertire” nessuno. L’unico consiglio che mi sento di dare è di non avere paura di chiederci sempre quali sono i nostri sogni e le nostre vere ambizioni».
Isabella si sente in cammino. Scrive ancora nel suo blog: «Bisogna cominciare a guardare le cose diversamente, cominciare a prendere coscienza che c’è un bel po’ di disordine nella scala di valori di molti di noi, che ci stiamo dimenticando il significato della vita stessa, che stiamo perdendo il filo della nostra esistenza. Impercettibilmente un giorno dopo l’altro, fino a quando la vita finirà, e non potremo rammaricarci di averla perduta con altri se non con noi stessi».
Un ultimo sorriso, poi sciama dall’hotel Edelhof e si dirige verso l’impianto di risalita del Lussari sulla cui vetta ha dato appuntamento ad alcuni amici per festeggiare il compleanno assieme, toccando il cielo con un dito.
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