L’Italia sul lettino / Fabrizio Corona e la scala del crimine

PADOVA. È il mondo del gossip più sfrenato che in questi giorni il nostro Paese è obbligato ad approfondire, congiunto al mondo complesso e contraddittorio del sistema giudiziario italiano. Fabrizio Corona fugge con una piccola Fiat 500, quasi un mister Topolino da fumetto su e giù per l'Europa, rincorso da un quasi commissario Basettoni dell'Interpol. Bloccato a Lisbona con una condanna a cinque anni di carcere, ora maggiorati a sette, è già arrivato in Italia con il suo carico di notorietà tra il serio e il faceto, tra l'ingenuo e lo smargiasso. Innocuo ma trasgressivo, fastidioso e ingombrante personaggio, viene trattato però in modo esemplare senza essere un vero e proprio criminale, ma come se lo fosse.
È la scala valoriale del crimine che desta un sobbalzo emotivo nel vedere il fragore mediatico, le abbondanti pagine che i giornali nazionali stanno dedicando a questo singolare fuggitivo e la spettrale e grottesca emozione che parallelamente desta il pediatra molestatore di bambini a cui danno solo cinque anni di condanna, oppure lo stupratore della giovane ventiquattrenne incinta, che rimane a casa agli arresti domiciliari. Liberi e sorridenti sono tutti i criminali che investono inermi pedoni, che siano anziani o neonati in carrozzina regolarmente sulle strisce pedonali, senza tralasciare l'impunità o la valutazione semplificata di omicidi violenti, alcuni persino graziati, per finire con le altrettante facce dal riso "spaziale" che ingombrano le attuali liste elettorali, che ripulite non sono perché nel nostro Paese è importante avere "capri espiatori" e memoria corta. Il crimine politico di portare un Paese al suo declino e collasso non viene quasi valutato, ma spesso anche chi taglia a pezzi una donna viene derubricato come modesto criminale. Polverini, Storace, il Monte dei Paschi, Formigoni e la Minetti, il Rubysmo fanno impallidire la nostra coscienza, eppure non sollecitano in noi nessuna ribellione e nemmeno un po' di indignazione. Ma Fabrizio Corona, reo sì ma brillantemente condannato e arrestato, non può farci sentire certamente il Paese migliore del mondo.
Il problema non è la condanna a Fabrizio Corona, ma le modalità, l'eccesso sproporzionato rispetto a ciò che ha commesso, crimini che vanno sì a ledere il portafoglio del calciatore e di altri personaggi famosi o un bilancio fallimentare, ma che non tocca corpi di bambini o di donne. Belen, Nina Moric, donne sconosciute per lo più, alla fine diventano celebri proprio per il loro rapporto con un personaggio d'altri tempi come Corona, un Don Giovanni dimezzato che cresce all'ombra del grande mondo controverso dei giornali di gossip, di trasmissioni vuote di contenuti ma intrise di dolcificante romanzato. Così è l'Italia, e per un Corona che va dritto nel carcere di Busto Arsizio con una dignità forse recuperata, in libertà ci sono i nuovi candidati, non meno colpevoli di una disonestà certamente più complessa verso il Paese, verso quegli italiani che non amano la verità e preferiscono fuggire. E nel silenzio di un'idea di giustizia traballante c'è la risata stridula, irritante ed irriverente di quel prefetto dell'Aquila che fa male al Paese, al mondo delle donne, alle vittime di una catastrofe, una risata che, alla fine, ci fa pensare ad un Fabrizio Corona che rischia di diventare un piccolo e involontario eroe.
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