La lettera di Ale alla Città della Speranza: «Fate presto, trovatemi una cura»
Il simbolo dei bimbi malati visita la Torre ed esorta i ricercatori a restituirgli un futuro: «Fate presto, trovatemi una cura»

PADOVA. Ricerca. Una parola importante, che racchiude in sè i significati più diversi. Ma per Ale “Ricerca”, quella con la maiuscola, vuol dire una cosa soltanto: alzarsi dalla sedia a rotelle, smettere di aver paura di non farcela a superare un’altra crisi respiratoria, riappropriarsi della spensieratezza che dovrebbe contraddistinguere la vita di ogni tredicenne.
Alessandro Sacchetto ha già dimostrato che è un osso duro. Il 2 settembre scorso ha partecipato alla maratona 24 for Children. E nella sua speciale categoria “quattro ruote”, è simbolicamente arrivato primo. Alla Città della Speranza, di cui è divenuto la mascotte, ha già detto chiaro che bisogna far presto: perché le malattie dei bambini non aspettano, perché lui per primo non ha tempo. E sabato ha voluto toccare con mano che cosa andranno a fare i ricercatori all’interno dell’istituto di ricerca pediatrica, la Torre sorta nel cuore della zona industriale per volontà di migliaia di volontari. Accompagnato da mamma e papà, da Stefano Bellon, direttore generale dell’Irp, e dalla sua squadra, ha fatto un giro nei laboratori, piano per piano. Ed è rimasto strabiliato. Alla fine della visita, ha chiesto a mamma Paola di poter scrivere una lettera al nostro giornale, una sorta di appello alla città, ai volontari, perchè tutti insieme lavorino «per trovare una cura a tanti bambini malati come me».
Ale, in fasce, ha contratto la Listeria. Il batterio ha scatenato una meningite terribile, poi si è insinuato fino al midollo, provocando gravissimi danni neurologici. Ma Alessandro Sacchetto non ha alcuna intenzione di lasciarsi sconfiggere. Ha trovato nell’hospice di Franca Benini una seconda “casa”, dove superare i momenti più duri della malattia, e nella squadra della Città della Speranza un aiuto insostituibile. «Finalmente» scrive Ale, «ho visitato la Torre. Volete sapere la mia reazione? Ne sono rimasto impressionato! Non mi sono venute altre parole, allora la mamma mi ha corretto: affascinato, positivamente colpito, ma a me piace impressionato! Fuori il tempo era brutto, ma lì dentro c’era l’atmosfera accogliente della speranza e della passione con cui siamo stati accolti da Stefano Bellon e da tanti amici che credono in quest’opera di immenso valore economico, ma soprattutto umano. Come dice la mamma, è nella ricerca il “segreto” per trovare, capire, conoscere malattie rare e invalidanti, sconfiggerle, per non “subirle” solamente. Ho ricevuto però un “colpo basso” finale che, non mi aspettavo: la maglia di un giocatore interista non si regala ad uno juventino come me! C’è ancora molto lavoro da fare e la mia famiglia ed io siamo convinti che tanto dipenda da noi. “Noi” inteso come famiglie di ammalati, grandi o piccoli che siano. Anche se il dolore, la fatica, la paura ci paralizzano, è necessario dare spazio alla speranza, alla forza: dobbiamo volere il meglio, quasi pretenderlo! Mi sento di dire grazie a tutti coloro che stanno lavorando a quest’opera di inestimabile valore, a tutti coloro che hanno fatto divenire le nostre speranze la loro missione».
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