L'OPINIONE / Imbecillitas che insulta il diverso

David, il ragazzo di 17 anni che ha deciso di togliersi la vita domenica scorsa. La riflessione di don Marco Pozza 

PADOVA. Come una lettera che non chiede risposta. E a tenere attaccato il francobollo alla busta il collante di mille interrogativi destinati a rimanere senza speranza alcuna. David aveva diciassette anni e tanti sogni: tra un pallone da basket e la passione delle barche abitavano l'alfabeto e la grammatica di un giovane che della sua vita voleva essere protagonista e non spettatore. Nessuno costruisce una barca per lasciarla nel porto: le barche nascono per abitare il largo del mare. Domenica la barca di David è affondata: “sono un peso”, ha lasciato scritto come traccia unica del suo ultimo componimento. Sciolta l'àncora, della sua barca è rimasta quell'unica traccia, leggendo la quale oggi i suoi amici avvertono l'eco di un qualcosa che l'ha anticipata: quella diversità più volte sbattutagli in faccia d'essere stato adottato. L'adozione è un gesto d'amore, è un frammento di umanità in un mondo complicato, è aiutare la speranza a mettersi in piedi, è dare futuro a chi è costretto a viaggiare controvento, e magari senza olio, nella vita. È un atto di coraggio che non può un giorno diventare motivo di vergogna in chi ne è stato protagonista.

Lo chiamano bullismo ma è molto di più: è il latino “imbecillitas”, che il dizionario Devoto traduce con “debole”. È debolezza di sogni, di speranze, di pensieri. Perché irridere il diverso da noi è ignorare l'essenza della vita: che un giorno anche noi potremmo essere diversi rispetto a qualche altro. Definirla “imbecillitas” è riconoscere che c'è anche un popolo giovane e deluso che abita nelle nostre scuole; e la delusione non è che bassezza di ideali che ti porta a distruggere l'altro solo perché in lui c'è qualcosa che non ti piace o che il più delle volte non accetti di conoscere. Piacerebbe chiedere a questi ragazzi - armati di “parole mitragliatrici” - cosa ne pensano di chi uccide. Probabilmente direbbero che merita la pena di morte e che deve marcire in carcere; eppure a volte certe parole non sono altro che un anticipo di morte, un invito a togliere il disturbo perché “di peso”, un'antipatica dichiarazione di superiorità. No, signori: questo non è bullismo, è un'angosciante debolezza che serpeggia indisturbata dentro troppe anime giovani, e che li porta a giocare ad eliminazione più che a battagliare. D'altronde per fare le battaglie servono schemi e tattiche, alleanze e progetti: serve coraggio e ardimento di spirito.

La barca è affondata, non solo quella di David però. Perché a essere un peso non era la sua vita ma la stupidità dilagante, le parole aguzze, lo spirito afflosciato. C'è un posto per ognuno nel mondo e ognuno ha diritto ad abitare quel posto da cittadino, non da campeggiatore.

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